Guerra in Iran, la diretta | Il Nyt: secondo il Pentagono Stati Uniti a corto di armi in caso di guerra contro la Cina
Guerra in Iran, la diretta | Il Nyt: secondo il Pentagono Stati Uniti a corto di armi in caso di guerra contro la Cina
Per il presidente Usa Trump la guerra finirà tra «non molto tempo». L’alto rappresentate per la politica estera dell’Ue Kallas: con un accordo debole, l’Iran uscirà rafforzato

di Alessandro Rigamonti 24/04/2026 09:30

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Continua lo scontro, sia militare che dialettico, tra Iran e Usa. Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che non sa chi sia il leader dell’Iran: «Stanno ritardando l'accordo perché non sappiamo con chi trattare». Trump ha offerto assicurazioni sul fatto che la guerra finirà tra «non molto tempo». Durante la conferenza stampa nello Studio ovale, Trump ha anche rassicurato la stampa che non intende utilizzare armi atomiche contro l’Iran.

Oggi, alle 8 ore Usa (le ore 14 in Italia), il Pentagono terrà una conferenza stampa sull'Operazione Epic Fury in corso in Iran. Lo ha annunciato il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti in un post su X.

Intanto lo stretto di Hormuz resta chiuso e il prezzo del petrolio continua a salire: il Brent ha superato i 105 dollari al barile, mentre Il Wti è intorno ai 96 dollari.

11.30 Pentagono: Stati Uniti a corto di armi se dovessero entrare in guerra con la Cina

10:40 Il vicepresidente dell’Iran: occhio per occhio se Usa colpiscono pozzi

9:15 Diplomatico Usa: «Loro resistono per necessità. Noi è scelta»

9:00 L’alta rappresentante Ue per la politica estera Kallas: se ci sarà un accordo debole, Teheran sarà rafforzato

8:30 Giornalista Usa rapita in Iraq: «Grazie per la mia liberazione»

11.30 Pentagono: Stati Uniti a corto di armi se dovessero entrare in guerra con la Cina

Se domani gli Stati Uniti dovessero affrontare una guerra con la Cina si troverebbe a corto di armi e la cosa preoccupa, e non poco, Taiwan. Secondo il New York Times, che cita un rapporto del Pentagono, le scorte di munizioni statunitensi si sono ridotte in modo significativo a causa della guerra con l'Iran. L'esercito statunitense ha consumato migliaia di missili, il che indebolisce gravemente la prontezza operativa per altri potenziali conflitti e il conflitto nel Golfo ha costretto a spostare rapidamente bombe e missili dalle basi in Asia e in Europa al Medio Oriente.

Secondo le stime, gli Stati Uniti hanno consumato 1.100 missili da crociera stealth a lungo raggio, costruiti per la guerra con la Cina, 1.000 missili da crociera Tomahawk, circa 10 volte il numero che acquistano attualmente ogni anno, 1.200 missili intercettori Patriot, ognuno dei quali costa più di 4 milioni di dollari e 1.000 missili di precisione, lasciando le scorte a livelli preoccupantemente bassi. Alcune fonti stimano che gli Stati Uniti abbiano speso tra i 28 e i 35 miliardi di dollari durante la guerra, quasi un miliardo di dollari al giorno.

La guerra ha anche messo in luce la dipendenza del Pentagono da intercettori e munizioni per la difesa aerea estremamente costosi, e non è ancora chiaro se l'industria della difesa statunitense sia in grado di sviluppare armi a basso costo, in particolare droni, in tempi brevi, ha affermato il New York Times. Per far fronte al deterioramento delle forniture di armi, gli Stati Uniti si sono rivolti alle case automobilistiche per coinvolgerle nella produzione di armamenti, come era consuetudine durante la Seconda Guerra Mondiale, riporta il Wall Street Journal.

10:40 Il vicepresidente dell’Iran: occhio per occhio se Usa colpiscono pozzi

Il vicepresidente iraniano Esmaeil Saqab Esfahani, ha minacciato gli Stati Uniti di una risposta «occhio per occhio» in caso di attacchi da parte di Washingtion ai pozzi petroliferi. Lo ha riferito l'agenzia di stampa Mehr. Secondo la stessa fonte, Esfahani ha affermato che «se il nemico commette un altro errore, la nostra strategia sarà occhio per occhio. Se uno dei nostri pozzi petroliferi verrà colpito, verrà preso di mira uno degli impianti petroliferi dei paesi dal cui territorio siamo stati attaccati».

Esfahani, capo dell'Organizzazione per l'Ottimizzazione e la Gestione Strategica dell'Energia iraniana, ha sottolineato inoltre che la squadra negoziale di Teheran ha «preso il controllo della situazione al tavolo delle trattative». Infine ha assicurato che gli iraniani non devono preoccuparsi per l'approvvigionamento energetico, poiché sono stati presi i «provvedimenti necessari». Le dichiarazioni dell'alto responsabile iraniano giungono dopo che il presidente Donald Trump ha ripetutamente minacciato di colpire gli impianti petroliferi nella regione, nonché di «distruggere» le centrali elettriche e gli impianti idrici iraniani.

9:15 Diplomatico Usa: «Loro resistono per necessità. Noi è scelta»

Questa è una «guerra di necessità» per gli iraniani e una «guerra di scelta» per gli Stati Uniti. Ad affermarlo è l'ex ambasciatore statunitense in Bahrein, Adam Ereli, in dichiarazioni ad Al Jazeera, in cui ha sottolineato la resistenza e della resilienza iraniana di fronte agli attacchi israelo-americani. Ereli ha sottolineato il «fervore rivoluzionario» delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, suggerendo che possono sopravvivere e possono sopportare il dolore «molto più a lungo di quanto la maggior parte dei decisori e dei pianificatori americani abbia previsto e preveda». «Penso che possano resistere molto più a lungo, soprattutto di quanto la maggior parte delle persone immagini, e soprattutto quando si tratta di inginocchiarsi davanti agli americani», ha sottolineato Ereli. «C'è un livello di orgoglio e di sopravvivenza. Sono in guerra con noi, e per loro è una guerra di necessità. Devono sopravvivere», ha valutato il diplomatico. «Per noi, è una guerra di scelta. Possiamo andarcene domani e l'America starà benissimo. Questo cambia la prospettiva su quanta pressione possono sopportare e per quanto tempo», ha concluso.

9:00 L’alta rappresentante Ue per la politica estera Kallas: se ci sarà un accordo debole, Teheran uscirà rafforzata

«Se i colloqui riguardano solo il nucleare e al tavolo non ci sono esperti di nucleare, finiremo con un accordo più debole rispetto a quello che era il Jcpoa», l'accordo firmato con l'Iran nel 2015. Lo ha dichiarato l'Alta rappresentante dell'Ue per la Politica estera, Kaja Kallas, all'arrivo alla seconda giornata di lavori del Consiglio europeo informale a Nicosia, Cipro. «Inoltre, i problemi nella regione legati ai programmi missilistici, al loro sostegno ai gruppi proxy, così come le attività ibride e cyber in Europa, non vengono affrontati. Di conseguenza, ci ritroveremo con un Iran più pericoloso e, di fatto, lo staremo rafforzando», ha aggiunto. Secondo Kallas, dunque, l'Ue deve «valutare attentamente e dobbiamo essere molto espliciti, insieme agli attori regionali, nel dire che tutte queste preoccupazioni devono essere affrontate e che possiamo contribuire ai negoziati».

8:30 Giornalista Usa rapita in Iraq: «Grazie per la mia liberazione»

La giornalista statunitense Shelly Kittleson, rapita a Baghdad da una milizia irachena pro-Iran, ha ringraziato quanti hanno contribuito alla sua liberazione. In un post su X, il suo primo commento pubblico dopo essere stata rilasciata dalla milizia irachena Kataib Hezbollah, Kittleson ha dichiarato: «Sono e sarò sempre incredibilmente grata a coloro che si sono adoperati per la mia liberazione quando sono stata tenuta in ostaggio da una fazione armata in Iraq all'inizio di questo mese».

Nel messaggio postato sul suo account social, la reporter ha affermato che «molte persone - tra cui funzionari governativi, organizzazioni per la libertà di stampa e la mia meravigliosa comunità di colleghi giornalisti e amici - si sono impegnate al massimo per garantire che l'attenzione sul mio caso rimanesse alta. Grazie infinite a tutti».

 Kittleson era stata rapita dal gruppo Kataib Hezballah lo scorso 31 marzo, mentre si trovava per le strade della capitale irachena. La sua liberazione è stata annunciata il 7 aprile dallo stesso gruppo pro-Iran e confermata l’8 dal Segretario di Stato Usa Marco Rubio. Kittleson, giornalista freelance, ha vissuto all'estero per diversi anni e si è costruita una solida carriera giornalistica in Medio Oriente, in particolare in Iraq e Siria, godendo della stima dei colleghi. (riproduzione riservata)

Articolo in aggiornamento