«Non c’è una situazione economica tale da giustificare la sospensione del Patto di stabilità». A dichiararlo è un portavoce della Commissione Europea nel briefing quotidiano con la stampa. L’attivazione della clausola generale del Patto è prevista solo in caso «di grave recessione e a condizione che non metta in pericolo la sostenibilità fiscale nel medio termine. E al momento non siamo in questo scenario», sottolinea il portavoce riferendosi alla possibile frenata economica dell’Ue dovuta alla guerra in Iran.
Né «abbiamo ricevuto richieste dagli Stati per valutare la possibilità di attivare la clausola nazionale di salvaguardia che sospende il Patto di Stabilità per mitigare l’aumento dei prezzi dell’energia. Le due procedure sono molto diverse perché, per attivare la clausola generale, serve l’iniziativa della Commissione, mentre per quella nazionale sono gli Stati che possono avviare il processo».
Bruxelles ha chiesto inoltre ai governi di tenere i conti in regola quando approveranno le misure per contrastare il caro carburante dovuto alla chiusura dello stretto di Hormuz. «Le eventuali misure nazionali non devono portare inflazione e aumento del deficit, ed è nostro compito vigilare affinché ogni iniziativa nazionale sia coordinata a livello europeo», precisa sempre un portavoce da Bruxelles.
Un messaggio simile è arrivato anche dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen: «La nostra Ue ha già superato una crisi energetica grazie all’unità e alla determinazione. La sicurezza energetica dell’Europa è la nostra priorità e responsabilità comune. Nessuno Stato membro può proteggersi da solo. Ma come Unione possiamo farcela insieme, attingendo ai punti di forza che ci consentono di superare ogni crisi: stabilità, resilienza e forza di volontà».
Bruxelles ha poi confermato di aver ricevuto la lettera con cui cinque Paesi, tra cui Italia e Germania, hanno chiesto di tassare gli extra-profitti delle società energetiche per ridurre i prezzi di benzina e gas. «La Commissione la sta valutando e agirà a tempo debito», spiega un portavoce sempre nel briefing con la stampa. «Riconosciamo di non trovarci nella stessa situazione, ma è comunque importante tenere conto di quanto accaduto nel 2022 e trarre insegnamenti da quanto appreso». Il riferimento è alla crisi energetica dopo lo scoppio della guerra in Ucraina e al fallimento delle misure simili approvate da alcuni Stati membri.
Il primo a proporre la tassa sugli extra-profitti era stato Pasquale Tridico, capodelegazione del M5S al Parlamento Europeo. «Gli effetti del conflitto in Iran stanno producendo conseguenze gravissime su cittadini e imprese europee, e generando un aumento dei costi ormai insostenibile. Con il petrolio alle stelle incrementano esponenzialmente anche i profitti delle compagnie petrolifere, in particolare quelle americane, che si permettono anche di speculare aumentando artificialmente i prezzi», spiega il presidente della sottocommissione alle Questioni Fiscali.
«Una tassa sui loro extra-profitti che possa servire come contributo di solidarietà, da redistribuire per i più bisognosi, è un passo necessario che va corroborato anche al Parlamento Europeo. Per questo, nella prossima sessione plenaria di Strasburgo, presenteremo un emendamento a sostegno di questo intervento».
Per tamponare la situazione, in ogni caso, l’Ue non aumenterà le forniture di gas russo e conferma lo stop agli acquisti dal 2027. «Siamo determinati a eliminare gradualmente qualsiasi fonte energetica di Mosca dal mercato europeo. Abbiamo già intrapreso misure per il gas e il gnl, ma siamo determinati a estendere la stretta anche a petrolio e nucleare», dichiara una portavoce della Commissione.
Ancora, però, «non ho una data da darvi su quando queste misure arriveranno», aggiunge riferendosi allo slittamento della proposta sullo stop al greggio russo, prima previsto il 15 aprile. «C’è un impegno politico della Commissione a portare a termine questo obiettivo, e ciò accadrà». (riproduzione riservata)