Guerra in Iran, i mercati scommettono sul tempo: i pareri di Scaroni, Massolo e Bernabè
Guerra in Iran, i mercati scommettono sul tempo: i pareri di Scaroni, Massolo e Bernabè
Dal nucleare iraniano allo Stretto di Hormuz, passando per gnl e prezzi dell’energia: Giampiero Massolo, Franco Bernabè e Paolo Scaroni ai microfoni di Class Cnbc spiegano perché e come può trasformarsi la crisi in corso 

di di Anna Di Rocco  03/03/2026 18:20

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Più che una crisi lampo, il conflitto in corso assomiglia a una partita lunga, densa di incognite. A spiegarlo è l’ambasciatore Giampiero Massolo, che parlando ai microfoni di Class Cnbc individua con chiarezza gli obiettivi dell’azione militare: «Non si parla di un semplice freno. Gli obiettivi sono ambiziosi: azzerare il nucleare iraniano e ridurre l’arsenale balistico. Non è qualcosa che si risolve in poche settimane». Ma i traguardi richiedono tempo anche perché «l’Iran è un Paese vasto, con basi disperse, e questo rende difficile ottenere risultati rapidi».

Nel frattempo, le reazioni di Teheran proseguono in modo frammentato. «Sembrano in parte preparate, in parte affidate a livelli locali di comando», osserva Massolo, spiegando perché Stati Uniti e Israele insistano su un’ulteriore intensificazione delle operazioni. «Se la crisi si prolunga – avverte – l’Europa non potrà fare finta di niente», soprattutto se gli attacchi ai Paesi del Golfo dovessero colpire in modo sistematico le infrastrutture energetiche.È qui che entra in gioco il gas, vero nervo scoperto della crisi.

Il nervo scoperto della crisi è energetico 

Per Franco Bernabè, presidente di TechVisory, l’attacco iraniano a Ras Laffan è stato «dimostrativo», ma il messaggio è inequivocabile: «Colpire gli impianti di liquefazione significherebbe rendere il mercato del gas molto problematico». Il momento è delicato: «Siamo alla fine dell’inverno e inizia ora la fase di accumulo degli stoccaggi». Se si ripetesse lo schema del 2022, con una corsa globale all’acquisto di volumi disponibili, «i prezzi potrebbero tornare a 200-300 euro al megawattora».

Le prime conseguenze, secondo Bernabè, sarebbero politiche prima ancora che industriali. «Negli Stati Uniti l’aumento del prezzo della benzina è immediato, in Europa si sentirebbe su gas ed elettricità». Per Donald Trump, sottolinea, «il problema principale è il gas, perché dal gas dipende il prezzo dell’elettricità e ha un impatto forte e immediato sui consumatori». Anche il petrolio, con il Brent sopra gli 80 dollari, pesa sul consenso considerando che «la prima cosa che accade con l’aumento del greggio è l’aumento del prezzo della benzina». Una dinamica che potrebbe spingere la Casa Bianca a cercare una de-escalation. Sullo sfondo, una Cina più resiliente grazie alle rinnovabili e alla sponda russa, ma estremamente prudente nei movimenti diplomatici.

Lo stretto di Hormuz non resterà chiuso a lungo

Nonostante tutto, i mercati per ora reggono. L’esperto di geopolitica, Paolo Scaroni invita a leggere i numeri prima delle paure. «Nel 2021 il gas costava 10 euro al megawattora, al picco della crisi ucraina è arrivato a 300, oggi siamo a 40-45 euro. Il petrolio è salito del 7-9%, ma su livelli ancora contenuto. C’è stato un impatto ma per il momento non vedo delle reazioni troppo forti». Il fulcro resta lo Stretto di Hormuz: «Da lì passa il 20% del petrolio e del gas mondiali. Se la chiusura durasse mesi, l’impatto sarebbe enorme. Ma non è mai successo, nemmeno durante la guerra Iran-Iraq».

Scaroni ricorda che Teheran dipende da quello snodo per le proprie esportazioni e che una chiusura prolungata sarebbe autolesionista. Sul fronte italiano, comunque, il quadro è più solido: «Il gas dal Qatar pesa solo per il 7-8% e gli stoccaggi sono intorno al 50%, contro il 30% europeo». Ma la lezione va oltre l’emergenza: «Il mondo ha capito che non può fare a meno del petrolio ancora per molti anni. L’idea di una transizione rapidissima è tramontata, l’esplorazione tornerà centrale».

Gli scenari possibili, secondo l’ambasciatore Massolo, sono comunque tre: il primo, il più probabile, prevede una «laicizzazione» della Repubblica Islamica, il secondo «meno probabile» consiste nell’individuare un leader locale con cui costruire una sorta di governo non ostile e infine la terza, «l’ipotesi peggiore» che vede la gente scendere in piazza e lo scoppio di una vera e propria civile. Tuttavia, ricorda Massolo, «Trump ha le elezioni di mid-term fra qualche mese: non potrà andare avanti all’infinito». (riproduzione riservata)