L’Italia si è impegnata a inviare aiuti militari nei sei Paesi del Golfo, i più esposti all’escalation in corso in Iran. Ma il governo guidato da Giorgia Meloni dispone già dell’autonomia per inviare fino a 2 mila militari nell’area, dove ha autorizzato una spesa annua massima di 380 milioni di euro tra il 2025 e il 2026.
Con quale mandato? «Contribuire alla realizzazione di un ambiente sicuro e alla stabilità regionale» di Bahrein, Kuwait, Iraq, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Numeri e obiettivi sono elencati nella Relazione Analitica sulle missioni internazionali in corso e sullo stato degli interventi di cooperazione allo sviluppo a sostegno dei processi di pace e stabilizzazione, visionata da MF-Milano Finanza.
Si tratta della stessa nota tecnica («scheda 4, 2025») citata giovedì 5 marzo dal ministro della Difesa Guido Crosetto per comunicare il tetto agli aiuti militari che l’Italia potrà offrire ai sei Paesi nell’ambito del conflitto. In pratica il governo dispiegherà «un dispositivo multidominio nazionale» in Medio Oriente con assetti difensivi, sistemi di difesa aerea, anti-drone e antimissilistica.
«Non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra», ha detto senza mezzi termini la premier Meloni, che tuttavia non ha nascosto timori in merito all’escalation in Iran. «Sono preoccupata da una crisi sempre più evidente del diritto internazionale, da un conflitto che sta sostanzialmente bombardando tutti i Paesi e dalle possibili ripercussioni sull’Italia».
Anzitutto c’è un rischio militare evidente: Crosetto ha dato mandato di innalzare al massimo il livello di protezione della rete difesa aerea e antibalistica nazionale. E lo ha fatto forse anche tenendo conto del fatto che da sabato 28 febbraio si è intensificato il traffico di droni e aerei americani che decollano da Sigonella in Sicilia e da Aviano in Friuli-Venezia Giulia.
Ma solo per rifornimento, logistica e sorveglianza aerea perché l’utilizzo delle otto basi militari statunitensi avviene in aderenza a un quadro giuridico molto preciso: il Nato Sofa del 1951 e il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 (aggiornato nel ‘73 e attualizzato nel ‘95).
Infatti non è indispensabile neanche il passaggio parlamentare, come ha spiegato a questo giornale il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato Maggiore della Difesa e dell’Areonautica, aggiungendo: «Ma chiaramente dal punto di vista politico può essere una cosa saggia da fare». Le possibilità che Trump faccia richiesta di uso delle basi in Italia, comunque, sono remote: «La disponibilità di infrastrutture nell’area del conflitto è adeguata, non credo che ci sia necessità di ricorrere a basi che sono a oltre 2 mila chilometri di distanza dall’area di operazione».
Tanto che Camporini non vede rischi né per l’Italia né per le basi, ma piuttosto «di attacchi terroristici». Mentre quelli per gli italiani sono forse più economici: una speculazione borsistica - con Piazza Affari che ha bruciato 60 milioni quattro sedute - e un rialzo dei prezzi energetici e alimentari. Tutto dipenderà dalla durata del conflitto. «Trump ha detto quattro settimane o forse meno, poi quattro settimane o forse di più; probabilmente il conflitto andrà avanti finché non si stanca», ha chiosato il generale. (riproduzione riservata)