La guerra in Medio Oriente, lo shock dei prezzi dell’energia, le incertezze sulle catene di approvvigionamento. Sulla carta tutti elementi capaci di spingere le imprese a rimandare o congelare gli investimenti più impegnativi. Come le acquisizioni. Eppure non è andata così. Nel primo semestre in Italia ci sono state 700 operazioni di m&a per un controvalore di 25,3 miliardi di euro secondo l’ultimo Parthenon Bulletin di EY, che MF-Milano Finanza ha potuto visionare in anteprima. Nel confronto con i primi sei mesi del 2025 questi risultati si traducono in un aumento del 18% in termini di numero di deal e del 35% in valore.
«L’andamento positivo delle operazioni di m&a in Italia è ormai consolidato. Dopo la fase post-Covid abbiamo assistito a un cambio significativo: oggi l’attività di m&a è pienamente integrata nella strategia delle aziende italiane sia sul territorio nazionale sia all’estero», spiega Marco Daviddi, managing partner di EY-Parthenon in Italia. Il cambio di passo è evidente nel confronto con il 2016: dieci anni fa i deal realizzati nei 12 mesi erano stati 551, quasi 150 in meno di quelli chiusi nella prima metà del 2026. Da allora il numero delle operazioni è cresciuto progressivamente, soprattutto dopo la pandemia.
L’ammontare investito segue un andamento in parte diverso: nel 2016 era di 52 miliardi, nel 2025 di 73 miliardi. Un incremento c’è stato anche in questo caso, però meno marcato sul lungo periodo. Segno che si fanno più acquisizioni, ma che il loro peso medio è inferiore.
«Il mercato mostra una dinamica interessante: cresce il numero delle operazioni, anche se la dimensione dei deal è in calo, anche per effetto dell’aumento del costo del denaro e di un’attenta pianificazione dei rischi. Nel primo semestre abbiamo registrato 700 operazioni in Italia, un dato che assume ancora più rilievo se si considera che fino al 2020 il mercato si attestava attorno ai 600 deal sull’intero anno», conferma Daviddi.
Un trend opposto emerge nel campo del venture capital. Sempre il Parthenon Bulletin di EY ha censito investimenti per 673 milioni (+47%) nel primo semestre in Italia, con un calo del 21% nel numero delle operazioni, pari a 104. Il ticket medio di conseguenza è salito a 6,5 milioni dai 3,5 milioni del primo semestre 2025 per effetto di pochi grandi round: da sole Rent2Cash, WeRoad, Smartness, D-Orbit e Lexroom.AI hanno raccolto 285 milioni, quasi il 42% del totale.
Tornando al m&a, quasi un deal su due (il 47%) ha visto protagonisti i fondi di private equity nel primo semestre, soprattutto in comparti come industria, business services e tecnologia. Il numero di operazioni su target italiane è stato di 330 (+36%) con un controvalore di circa 7,9 miliardi (-37%). «I fondi confermano un ruolo di primo piano. Anche in questo segmento si osserva una crescita del numero delle operazioni a fronte di una contrazione dei valori. Il private equity sta attraversando una fase delicata, con uno stock di aziende impegnativo ed exit che richiedono tempi e strategie più articolati del passato», sottolinea Daviddi.
Tra petrolio alle stelle, conflitti imprevedibili e pressioni su logistica e filiere, il primo semestre ha forse esaurito il repertorio delle crisi. Di conseguenza, viene difficile pensare che la seconda parte dell’anno possa portare sconvolgimenti tali da frenare i piani di espansione delle aziende.
«Ci aspettiamo che il ritmo degli investimenti resti elevato. Rispetto al 2025, quando prevaleva un approccio più attendista, quest’anno le aziende mostrano una maggiore propensione a investire, nonostante il contesto internazionale, la complessità viene ormai considerata una variabile strutturale con cui convivere e all’interno della quale muoversi con visione strategica», osserva Daviddi. «Questo comunque ipotizzando che non ci saranno shock ancora più rilevanti rispetto a quelli dei mesi passati».
Tuttavia, la geopolitica entra in gioco quando le imprese vogliono effettuare operazioni all’estero. Il report di EY ha contato 156 acquisizioni da parte di aziende italiane su target estere tra gennaio e giugno (+9%) per un ammontare di 13,9 miliardi (+3%). Oltre la metà dei deal sono avvenuti in cinque Paesi: Spagna, Germania, Regno Unito, Francia e Stati Uniti. «Sul fronte geografico l’esposizione verso aree come il Medio Oriente o l’India resta più contenuta. Emerge un trend di crescita interessante verso il Sud America, ma nel complesso gli investimenti si concentrano sui Paesi con i quali ci sono relazioni economiche e industriali consolidate», conclude Daviddi. (riproduzione riservata)