La premier Giorgia Meloni ha messo nero su bianco, in una nota serale del 24 marzo, l’invito alla ministra Daniela Santanchè a dimettersi. Seguendo «la medesima linea di sensibilità istituzionale» scelta dal sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, e del capo di Gabinetto, Giusi Bartolozzi, nel rimettere i propri incarichi di governo.
Per ora la senatrice di Fratelli d’Italia resiste. D’altronde è uscita già indenne da tre mozioni di sfiducia parlamentare indette contro di lei da forze di opposizione (nel luglio 2023, nell’aprile 2024 e nel febbraio 2025) e il potere del presidente del Consiglio nei confronti di un singolo ministro è di mera moral suasion. La Costituzione, infatti, non dà potere al presidente del Consiglio di “licenziare” un membro del suo esecutivo.
La storia però insegna che se le dimissioni di un ministro di fatto non gradito dal capo dell’esecutivo non arrivano autonomamente vengono imposte dalla maggioranza stessa, con una mozione di sfiducia individuale.
Il precedente risale al 1955, durante il governo presieduto da Lamberto Dini. L’allora ministro della Giustizia, Filippo Mancuso, nel pieno dell'inchiesta di Mani Pulite inviò un'ispezione al Tribunale di Milano perché giudicò poco ortodosso l'uso da parte del pool della carcerazione cautelare, a suo avviso utilizzata per costringere alla confessione le persone sotto indagine. L’opinione pubblica si ribellò e il pool giudiziario venne difeso anche dal premier Dini e dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro.
La pressione di Dini non bastò, e Mancuso non arrivò alle dimissioni volontarie neanche quando la maggioranza di governo raccolse le firme per la sfiducia proprio per convincerlo. A quel punto, però, la mozione venne votata alle Camere e il ministro fu sfiduciato da una larga maggioranza. Dopo la sfiducia, il ministero fu assunto ad interim dal presidente Dini stesso.
Senza ancora contare l’eventuale addio della ministra Santanchè, le dimissioni di esponenti del governo Meloni sono state cinque dal suo insediamento nell’ottobre del 2022. Di cui ben quattro in quota Fratelli d'Italia.
Fa eccezione Vittorio Sgarbi che si è dimesso da sottosegretario alla Cultura, a causa di un parere dell'Antitrust che sanciva l'incompatibilità tra il suo ruolo governativo e le attività private (conferenze, mostre retribuite).
Tra i quattro di FdI, Augusta Montaruli si è dimessa da sottosegretaria all'Università nel febbraio 2023 a seguito della condanna definitiva per peculato nel caso «spese pazze» in Piemonte. La condanna riguardava l'uso improprio di fondi del gruppo consiliare regionale tra il 2010 e il 2014.
Sicuramente più nota la vicenda del ministro alla Cultura, Gennaro Sangiuliano, che ha lasciato il suo incarico per la vicenda della sua relazione con l'imprenditrice Maria Rosaria Boccia e della partecipazione di quest'ultima a diverse attività del Ministero della Cultura nonostante non avesse alcun incarico ufficiale.
Si sono aggiunti ieri, 24 marzo, Delmastro e Bartolozzi. Da un lato, l’ormai ex sottosegretario alla Giustizia ha rassegnato le sua dimissioni, in merito alla partecipazione che aveva avuto nella società per la gestione di un ristorante intestato alla figlia 18enne di Mauro Caroccia, condannato a quattro anni di reclusione per intestazione fittizia di beni per conto del clan Senese, in carcere da febbraio a Viterbo.
Dall'altro lato, Bartolozzi ha lasciato il ruolo di il capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, dopo essere stata sotto i riflettori, prima, per l’indagine sul Caso Almasri - in cui si è ipotizzato nei suoi confronti il reato di false informazioni ai pubblici ministeri – e, poi, per aver definito nel contesto del dibattito sul referendum la magistratura un «plotone di esecuzione». Ad assumere le funzioni di Bartolozzi sarà Vittorio Corasaniti, magistrato vice capo di gabinetto vicario negli uffici di via Arenula. Resta da stabilire, se al posto di Delmastro sarà nominato un nuovo sottosegretario oppure se le deleghe saranno affidate ad altri componenti del ministero già in carica.
L’invito di Meloni alle dimissioni della ministra è collegato ai guai giudiziari in cui è coinvolta la senatrice di FdI.
Sono attive intanto due inchieste per bancarotta. Partendo dalla novità più recente, Santanchè è indagata a Milano per bancarotta fraudolenta per il crac di Bioera, la spa del gruppo del biofood fallita poi nel 2024, di cui la ministra è stata presidente fino al 2021. Un’ipotesi di accusa molto simile a quella già contestata alla Santanchè sempre nella galassia del business dell’alimentazione biologica per il fallimento di Ki group srl, che la ministra ha presieduto dall’aprile 2019 al dicembre 2021.
Si parla, poi, però di due processi uno già in corso e uno che rischia di aprirsi prossimamente contro la ministra relativi a falso in bilancio e presunta truffa ai danni dello Stato relativi alla società editoriale (poi fallita) Visibilia.
La ministra è già imputata, assieme ad altre 15 persone, per il presunto falso in bilancio del gruppo da lei fondato e da cui ha dismesso, poi, cariche e quote. Irregolarità contabili per mascherare le perdite della società perpetrate per più anni dal 2014, sulle quali si sta facendo luce dopo le segnalazioni della Consob che hanno fatto scattare gli accertamenti.
L’altro filone investigativo riguarda la presunta truffa aggravata ai danni dell’Inps ai tempi della pandemia da coronavirus. Santanchè, secondo l’accusa, avrebbe chiesto e ottenuto tra il 2020 e il 2021 la cassa integrazione Covid per i suoi dipendenti che in realtà continuavano a lavorare in smartworking. Il procedimento, però, è al momento fermo all’udienza preliminare, visto che ha gup, Tiziana Gueli, ha rinviato la prossima udienza a ottobre perché pende il ricorso del Senato alla Corte Costituzionale sul conflitto di attribuzione con la procura di Milano sulla inutilizzabilità di alcuni atti del procedimento. Concretamente si deve stabilire se i pm abbiano ecceduto o meno dai propri poteri nel farsi consegnare audio, chat e mail registrate da ex dipendenti in cui la ministra compare come mittente o destinatari. (riproduzione riservata)