Nel lessico dell’impresa e della finanza il concetto di rischio è tradizionalmente ancorato a categorie consolidate: rischio finanziario, operativo, regolatorio. Sono dimensioni imprescindibili ma sempre meno esaustive. Una parte crescente della vulnerabilità dei sistemi economici contemporanei si colloca oggi in un’area più sfuggente ma non per questo meno incisiva: quella dell’informazione, della fiducia e dei processi cognitivi che orientano decisioni, aspettative e comportamenti collettivi.
Non si tratta di una tendenza congiunturale né di un effetto collaterale della digitalizzazione. È una trasformazione strutturale che incide sulla prevedibilità del contesto economico e sulla capacità delle imprese di pianificare, investire e crescere. Ed è proprio questa dimensione strutturale che rende utile richiamare alcuni segnali istituzionali che, pur non appartenendo all’attualità immediata, aiutano a leggere il cambio di paradigma in atto.
Nel novembre 2023 nel comunicato con cui venne convocato il Consiglio Supremo di Difesa il presidente della Repubblica Sergio Mattarella incluse tra i temi all’ordine del giorno la valutazione delle minacce ibride, con esplicito riferimento alla loro dimensione cognitiva e alle possibili ripercussioni sulla sicurezza dell’Italia e dell’Unione Europea. Quel richiamo non aveva una finalità emergenziale; segnalava piuttosto la consapevolezza che la sicurezza - e, per riflesso, la stabilità economica - non può più essere intesa solo come protezione di confini, infrastrutture o asset materiali.
Per l’impresa questo passaggio è tutt’altro che astratto. La dimensione cognitiva è il luogo in cui si formano reputazioni, si consolidano (o si erodono) rapporti fiduciari, si orientano le scelte degli investitori e si costruisce la credibilità del management. In un ecosistema informativo dominato da piattaforme digitali, velocità dei flussi comunicativi e crescente automazione, l’informazione non è più un semplice input esterno: è diventata un fattore produttivo e al tempo stesso una potenziale fonte di rischio sistemico.
Questo mutamento impone una revisione profonda delle categorie tradizionali di risk management. Il rischio informativo non può essere confinato al perimetro della comunicazione o della reputazione né gestito esclusivamente ex post. Deve entrare stabilmente nel perimetro della governance aziendale, con responsabilità chiare, presìdi strutturati e strumenti di valutazione adeguati. In altri termini, la qualità dei processi informativi diventa una variabile di governo dell’impresa, non un tema accessorio.
Il tema si intreccia in modo sempre più stretto con l’adozione di tecnologie digitali avanzate e di sistemi di intelligenza artificiale. Oggi molte imprese utilizzano soluzioni automatizzate per la comunicazione esterna, il customer care, la gestione dei dati, il supporto alle decisioni. È una scelta spesso inevitabile, dettata da esigenze di efficienza e competitività. Ma proprio per questo richiede un salto di qualità nella governance. Opacità algoritmica, bias, dipendenza da fornitori esterni, esposizione a manipolazioni informative o a campagne coordinate di disinformazione non sono rischi teorici: incidono direttamente sulla solidità delle decisioni e sulla credibilità dell’organizzazione.
Qui emerge un nodo centrale per i consigli di amministrazione. La domanda non è se l’impresa debba innovare, ma a quali condizioni. Governing AI e processi informativi significa dotarsi di policy chiare, controlli interni, audit indipendenti e soprattutto competenze adeguate ai vertici. In assenza di questi presìdi l’innovazione tecnologica rischia di tradursi in una nuova forma di vulnerabilità, difficile da intercettare con gli strumenti tradizionali.
C’è poi una dimensione ulteriore, spesso sottovalutata, che riguarda il rapporto tra impresa e spazio pubblico. Le aziende operano oggi in un contesto in cui i confini tra comunicazione economica, informazione e dibattito pubblico sono sempre più porosi. Questo non attribuisce all’impresa un ruolo politico ma ne accresce la responsabilità sistemica. La qualità dello spazio informativo influisce sulla fiducia complessiva nel sistema economico, sulla stabilità delle regole del gioco e sulla prevedibilità delle decisioni. In questo senso la fiducia diventa un’infrastruttura condivisa, dalla cui tenuta dipende anche la capacità dei mercati di funzionare in modo ordinato.
È in questa prospettiva che il richiamo istituzionale del 2023 alle minacce ibride assume un significato che va oltre il perimetro della sicurezza nazionale. Esso invita a riflettere sulla resilienza complessiva dei sistemi, inclusi quelli produttivi e finanziari, in un’epoca in cui informazione, tecnologia e potere economico sono sempre più intrecciati. La stabilità non viene meno solo attraverso shock improvvisi; può essere progressivamente erosa da dinamiche di disinformazione, polarizzazione e perdita di fiducia.
Per l’impresa la conclusione è chiara; la governance del rischio oggi passa anche dalla capacità di presidiare i processi informativi, di governare consapevolmente l’uso dell’AI, di investire in competenze e cultura organizzativa. Non come risposta emergenziale ma come scelta strutturale di lungo periodo. Perché in un’economia avanzata la stabilità non è più soltanto una condizione esterna al mercato, ma è anche una variabile che si costruisce - o si compromette - dall’interno. (riproduzione riservata)
*Full Professor of Constitutional Law and AI Regulation Director, LLM in Law of Technology and Automated Systems Bocconi University