Quattro decimi di punto percentuale. Tanto è bastato per mandare in archivio mezzo secolo di assetti radiotelevisivi ed editoriali italiani. Con il 12,4% delle risorse complessive, Alphabet/Google ha formalmente scalzato la Rai (12,0%) dal vertice del Sistema Integrato delle Comunicazioni (Sic). Il dato, certificato dall'Agcom sui bilanci consolidati del 2024, fissa una pietra miliare che va oltre la statistica: de facto e de jure, il primo editore d'Italia è un motore di ricerca californiano.
Un esito che ridisegna la mappa del potere economico nell'informazione e nell'audiovisivo nazionale, formalizzando una redistribuzione della cassa che penalizza chi sostiene i costi industriali della notizia a vantaggio di chi ne controlla i canali distributivi.
La torta complessiva monitorata dall'Autorità non è in crisi, anzi: nel 2024 il Sic ha raggiunto i 21,8 miliardi di euro, segnando una crescita del +6,9% su base annua e attestandosi allo 0,99% del PIL nazionale (un ritmo di incremento superiore a quello del PIL italiano nel suo complesso).
La scalata di Mountain View non è un fulmine a ciel sereno, bensì l'approdo italiano a dinamiche già cristallizzate nei mercati anglosassoni. Negli Stati Uniti, secondo le stime di eMarketer, nel 2024 oltre tre quarti della spesa pubblicitaria totale (il 77,7%) è confluito nei canali digitali. Una concentrazione che non misura soltanto il peso di singole piattaforme, ma lo spostamento strutturale della domanda pubblicitaria verso ambienti distributivi controllati da un numero ristretto di intermediari tecnologici.
Nel Regno Unito, secondo PwC, la pubblicità internet rappresenta già l’80% dei ricavi pubblicitari complessivi, la quota più alta dell’Europa occidentale. Non è dunque un’anomalia italiana la progressiva marginalizzazione dei canali tradizionali, bensì l’arrivo tardivo su una traiettoria già consolidata nei mercati più digitalizzati.
Istituito nel 2004 dalla legge Gasparri e confluito nel Tusma, il SIC è il termometro antitrust concepito per impedire posizioni dominanti nell'ecosistema della comunicazione. Non misura gli indici d'ascolto né i corsi azionari, bensì il flusso tangibile dei ricavi: canone, vendita copie, proventi da botteghino, sponsorizzazioni e, soprattutto, investimenti adv su TV, radio, carta stampata ed editoria elettronica.
A fronte del sorpasso, la linea difensiva di Google punta sulla frammentazione apparente del listino. Diego Ciulli (head of Government Affairs and Public Policy di Google Italia) ha prontamente rimarcato su LinkedIn come la vetta veda oggi cinque operatori serrati in una forbice ristretta tra il 12,4% e il 9,2%, rivendicando il radicamento locale dell'azienda, il dialogo con i regolatori e l'adesione agli standard di settore come Audicom. Una lettura che tuttavia elude il nodo sistemico: una singola multinazionale della Silicon Valley drena più risorse economiche dell'intera concessionaria pubblica di viale Mazzini.
Il terremoto non risparmia i gradini più bassi del podio. Alle spalle del tandem Alphabet-Rai, la vera scossa arriva da Meta/Facebook: con un'accelerazione di +1,1 punti percentuali - la variazione più marcata dell'intero comparto -, il gruppo di Menlo Park sale al 9,7% del SIC. Un balzo che consente a Mark Zuckerberg di superare in un solo colpo:
Sommando Google e Meta, il duopolio tecnologico USA controlla direttamente oltre il 22% delle risorse informative e pubblicitarie del Paese.
Scendendo nella parte bassa del ranking, l'impronta delle piattaforme globali continua a stringere il perimetro: Amazon capitalizza il 4,9%, Netflix il 3,5%, mentre gli editori italiani di matrice industriale faticano a tenere il passo: Cairo Communication si attesta al 3,0%, il gruppo Gedi scende all'1,8%, affiancati da Warner Bros Discovery (1,2%) e Telecom Italia (1,2%). In aggregato, i primi dodici player presidiano il 71% delle risorse totali, drenando 15,4 miliardi di euro.
La radiografia interna dei comparti certifica lo sbilanciamento della redditività:
Questa profonda trasformazione economica interseca le preoccupazioni espresse in maniera unitaria dall'intera filiera industriale. Nel corso del convegno "Articolo 21: il diritto di sapere", promosso congiuntamente da Fieg, Confindustria Radio TV e Aie, gli editori italiani hanno lanciato un appello alle istituzioni italiane ed europee per un deciso riequilibrio delle regole di ingaggio con i giganti tecnologici e le piattaforme di intelligenza artificiale. I vertici delle tre associazioni hanno posto l'accento sul tema della responsabilità editoriale e legale: chi produce informazione investe e risponde del proprio operato, mentre le Big Tech continuano a beneficiare di un regime di fatto esente da vincoli di trasparenza sulle fonti e da costi di produzione dei contenuti.
La fotografia del Sic 2024 consegna dunque una riflessione strutturale: il mercato dei media cresce in termini assoluti (+6,9%), ma redistribuisce il valore premiando chi intermedia i flussi di dati e la pubblicità digitale rispetto a chi sostiene la spesa e il rischio d'impresa dell'informazione di qualità. Una sfida cruciale sia per la sostenibilità economica delle imprese editoriali sia per la tenuta del pluralismo nel Paese. (riproduzione riservata)