Dopo due mesi dall’inizio della guerra in Iran, il Brent viaggia a 105 dollari e non si vedono grandi spiragli di un’intesa che porti a breve alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Con tutte le implicazioni e le ricadute sull’economia europea, dall’inflazione al rallentamento della crescita. Da una ricerca di Goldman Sachs di aprile emerge che la banca d’affari americana si aspetta comunque una crescita nel 2026, il pil dell’Eurozona dovrebbe infatti salire dello 0,7% (il consenso Bloomberg lo vede al +1,1%), quello dell’Italia dello 0,5% (consenso +0,6%). Si tratterebbe della crescita più fragile fra le grandi economie europee assieme alla Germania, visto che Goldman vede il pil della Francia al +0,8% e quello della Spagna al +2,1%. Milano Finanza ha fatto il punto della situazione su guerra ed Europa con Sharon Bell, Senior Equity Strategist di Goldman Sachs.
Domanda. Come valuta l’impatto della guerra in Iran sull’Europa?
Risposta. La guerra in Iran rappresenta una minaccia maggiore per l’Europa rispetto agli Stati Uniti perché gli Usa dispongono di un livello di indipendenza energetica più elevato. L’Europa è molto più dipendente dalle forniture globali di petrolio e gas. Eppure non ritengo che l’impatto sia paragonabile a quello della guerra in Ucraina che ha interrotto le forniture di gas verso l’Europa e determinato un aumento marcato dei prezzi. L’Europa si approvvigiona di energia da diversi fornitori globali, compreso il Nord Africa. L’Italia rappresenta in questo senso un buon esempio di Paese che ha diversificato la catena di fornitura energetica. Vi è inoltre una produzione crescente di energia rinnovabile come il solare in Spagna e Italia e l’eolico nel Regno Unito. La capacità nucleare francese, che aveva registrato criticità nel 2021–2022 per interventi di manutenzione, è ora in larga parte recuperata. L’Europa resta ancora in parte dipendente dallo Stretto di Hormuz, ma i prezzi del gas non sono aumentati come ai livelli del 2022. L’impatto complessivo è quindi meno severo. Le nostre aspettative di inflazione sono aumentate di circa 1 punto percentuale, portandosi intorno al 3%. In termini generali, stimiamo un aumento dell’inflazione di circa 100 punti base e una riduzione della crescita di circa 50 punti base per le economie europee nel 2026.
D. Come hanno reagito i mercati azionari europei?
R. I mercati azionari europei hanno inizialmente registrato una forte correzione, ma hanno poi recuperato e si trovano ora su livelli simili a quelli precedenti. Gli utili europei sono diversificati a livello globale, un elemento di supporto. Tuttavia, parte di questa esposizione mondiale comprende il Medio Oriente. Per esempio, il calo della domanda di viaggi e la minore domanda proveniente dal Medio Oriente hanno penalizzato il lusso. Allo stesso tempo, gli indici europei includono un buon numero di società energetiche e utilities, che beneficiano di questo contesto. E pure alcune società tecnologiche hanno riportato risultati solidi. Gli utili aggregati in Europa sono aumentati nell’ultimo mese. Tuttavia, si osserva una divergenza tra settori perché lusso, travel & leisure e auto hanno registrato revisioni al ribasso degli utili, mentre energia, utilities e parte del comparto tecnologico hanno sostenuto gli utili complessivi. Nel segmento travel & leisure rientrano compagnie aeree e hospitality. Il settore auto è anch’esso sotto pressione, anche se in parte dovuto a fattori più strutturali.
D: Quali settori stanno beneficiando maggiormente?
R: Dipende dall’evoluzione del conflitto, ma le società energetiche hanno registrato un significativo aumento delle stime sugli utili, pari a circa il 40% nelle ultime sei settimane. Anche le utilities hanno beneficiato del contesto, sebbene sia probabile un aumento della tassazione, in particolare per questo comparto, che potrebbe limitare il trasferimento dei benefici su utili e dividendi.
D: Si attende un aumento della tassazione in Europa?
R: Ritengo che le politiche varieranno da Paese a Paese. La Germania presenta una posizione fiscale più solida, ma la maggior parte dei Paesi europei – Italia, Spagna, Regno Unito e Francia – ha una posizione fiscale più fragile ed è probabile che cerchi di aumentare le entrate. (riproduzione riservata)