A Wall Street anche gli uomini più potenti devono prima o poi fare i conti con la successione. Jamie Dimon e David Solomon hanno costruito due imperi finanziari molto diversi, ma condividono un problema: capire quanto delle loro banche dipenda ancora da chi le guida. Per i due colossi Usa il cambio al vertice significherà ridefinire equilibri di potere, rapporti con i grandi clienti e strategie che muovono migliaia di miliardi di dollari. E soprattutto rispondere alla domanda: quanto vale un impero senza il suo imperatore?
A JPMorgan il problema si chiama Jamie Dimon. Settant’anni, ceo dal 2006, ha attraversato la crisi finanziaria, la pandemia e il terremoto bancario del 2023, trasformando il gruppo nella maggiore banca americana per attivi. Una presenza talmente ingombrante che per anni ogni discussione sul successore si è conclusa con un rinvio. Ora, però, il consiglio ha cominciato a distribuire le carte.
A giugno ha nominato due co-presidenti: Doug Petno e Troy Rohrbaugh. Il primo, veterano della banca da oltre 35 anni, ha assunto la guida esclusiva della divisione Commercial & Investment Bank, il cuore dei rapporti con multinazionali, investitori istituzionali e governi. Il secondo, cresciuto nel trading e nella gestione dei rischi, è passato alla guida della Consumer & Community Banking, la gigantesca macchina dei depositi, delle carte di credito e dei servizi alle famiglie americane. Due incarichi che somigliano a un esame sul campo per la successione.
Petno è considerato un uomo di relazioni, vicino a Dimon e ai grandi clienti corporate. Rohrbaugh ha costruito la propria reputazione sui mercati finanziari e ora dovrà dimostrare di saper gestire anche il credito al consumo e la rete bancaria. Entrambi hanno ricevuto bonus straordinari di fidelizzazione da 30 milioni di dollari. La banca paga per trattenere i suoi possibili eredi, senza aver ancora scelto il vincitore.
La partita si è semplificata con l’uscita di Marianne Lake, a lungo considerata una delle favorite, mentre Jennifer Piepszak, oggi direttrice operativa, aveva già escluso di voler concorrere alla carica. Rimane Mary Erdoes, responsabile dell’Asset & Wealth Management, figura centrale nei rapporti con le grandi fortune. Dimon, intanto, potrebbe restare amministratore delegato ancora fino a tre anni. Una soluzione che offre continuità agli azionisti, ma prolunga inevitabilmente la competizione interna.
A Goldman Sachs il percorso appare più definito. Il consiglio ha discusso un piano che potrebbe portare John Waldron alla successione di David Solomon tra la fine del 2027 e il 2028. Cinquantasette anni, presidente e chief operating officer, Waldron è entrato nella banca nel 2000, dopo un’esperienza in Bear Stearns. Ha costruito la carriera nell’investment banking, fino a diventare il principale collaboratore di Solomon. Nel 2025 è entrato nel cda, rafforzando una candidatura che Wall Street considera ormai la più concreta. Il possibile passaggio di consegne prevede che Solomon, alla guida dal 2018, possa mantenere per un periodo la presidenza esecutiva. Un modo per accompagnare la transizione senza rompere gli equilibri. Waldron, del resto, non rappresenta un’alternativa alla strategia dell’attuale ceo, ma uno dei suoi principali architetti. Ha contribuito al rafforzamento dell’asset management, alla crescita nei mercati privati e al programma OneGS 3.0, che punta a utilizzare tecnologia e intelligenza artificiale per rendere la banca più efficiente.
Proprio la remunerazione racconta quanto sia costoso governare queste transizioni. Nel 2025 Goldman ha assegnato a Solomon e Waldron premi di fidelizzazione da 80 milioni di dollari ciascuno. Circa venti dirigenti si preparano a incassare oltre 500 milioni di dollari complessivi in bonus azionari legati a un piano quinquennale del 2021. A Solomon potrebbero andare più di 100 milioni. Tra i beneficiari figurano anche Waldron, Ashok Varadhan, Dan Dees e Marc Nachmann. Sono i nomi della prima linea manageriale che dovrà garantire continuità alla banca.
Per gli azionisti le due successioni presentano rischi differenti. JPMorgan, con quasi 4.900 miliardi di dollari di attivi a fine marzo, deve dimostrare che il suo modello diversificato continuerà a funzionare senza Dimon. La vera eredità è una macchina capace di produrre utili nel credito commerciale, nei servizi ai consumatori, nell’investment banking e nella gestione patrimoniale. Chi arriverà al vertice dovrà decidere quanto capitale destinare alla crescita, quanto restituire attraverso dividendi e riacquisti di azioni e quale livello di rischio assumere sui mercati.
Goldman affronta invece una sfida più legata al modello di business. Dopo il costoso tentativo di entrare nella banca dei consumatori, Solomon ha riportato il gruppo verso le sue attività tradizionali: consulenza sulle operazioni straordinarie, trading, gestione dei patrimoni e investimenti alternativi. Waldron dovrebbe proseguire su questa strada, rafforzando i ricavi ricorrenti e riducendo la dipendenza dalle commissioni più cicliche.
C’è poi il capitolo dei grandi clienti. Per multinazionali, fondi sovrani, private equity e hedge fund, il vertice di una banca non è soltanto una funzione amministrativa. È il luogo in cui si decidono disponibilità di capitale, sostegno alle acquisizioni e relazioni costruite nel corso di decenni. Con Dimon e Solomon esiste spesso un rapporto personale. I successori dovranno dimostrare di poterlo trasformare in una relazione istituzionale altrettanto solida. (riproduzione riservata)