Gli eredi Del Vecchio alla resa dei conti all’assemblea di Delfin. Sul tavolo l’ipotesi buyback, ma pesa il calo di Essilux
Gli eredi Del Vecchio alla resa dei conti all’assemblea di Delfin. Sul tavolo l’ipotesi buyback, ma pesa il calo di Essilux
Salta la vendita del 25% della holding dei Del Vecchio a Lmdv Prende corpo il buyback redistribuendo le quote. I valori? Dipenderanno dall’andamento di Essilux, che da novembre in borsa ha perso quasi il 50%

di di Andrea Deugeni 26/06/2026 23:00

Ftse Mib
51.265,35 23.51.28

-1,00%

Dax 30
24.671,22 23.51.28

-1,29%

Dow Jones
51.874,45 2.53.41

-0,09%

Nasdaq
25.275,45 23.51.28

-0,24%

Euro/Dollaro
1,1386 23.00.32

-0,18%

Spread
73,44 17.30.22

+0,05

L’intenzione era di chiudere quattro anni di contese, anche legali, sulla successione, in una data simbolo: il 27 giugno, quarto anniversario della morte del padre.

In ballo non è un’eredità qualunque: è quella multimiliardaria di Leonardo Del Vecchio, il fondatore di EssilorLuxottica, gruppo da oltre 200 mila dipendenti, 28,5 miliardi di euro di ricavi e 78 miliardi di capitalizzazione. Ma gli otto eredi non hanno ancora trovato la quadratura tra i loro vari, e contrastanti, interessi.
 

Anche l’ipotizzato acquisto delle quote dei fratelli Luca e Paola da parte del più dinamico degli otto eredi Del Vecchio, il quartogenito Leonardo Maria (che è anche top manager dentro Essilux), non è andato a buon fine. Troppo elevato il costo delle quote – in totale 10 miliardi per il 25% complessivo – e troppo grande il finanziamento richiesto da Lmdv alle banche, in totale 11 miliardi, che avrebbe dovuto in qualche modo essere coperto dagli attivi di Delfin. Ma è qui che si è determinata la rottura.
 

Il cda della holding lussemburghese non ha voluto impegnarsi per un solo socio, nonostante le aperture del presidente (e ceo di Essilux), Francesco Milleri. Anche perché il valore di Delfin stessa è meno alto rispetto a quando l’idea dell’acquisto delle quote dei fratelli è maturata.

L'andamento del titolo EssilorLuxottica in borsa

Il riassetto avrebbe potuto essere più semplice lo scorso anno, quando il titolo Essilux, da cui dipendono oltre i due terzi del nav di Delfin, non aveva ancora imboccato un trend negativo. Dalla morte del fondatore, quando valeva 143,3 euro per una capitalizzazione di oltre 65 miliardi, Essilux ha fatto partire un rally fino ai massimi storici del 12 novembre di 323,8 euro, pari a circa 150 miliardi di market cap.

Le ragioni dell’apprezzamento? La svolta medtech e degli strumenti di medicina predittiva, le aspettative sugli smart glasses e sull’ingresso di Meta con almeno il 3% nel capitale, e le stime su risultati in crescita.

Poi, la retromarcia. Dai massimi di novembre il titolo ha perso il 47%, bruciando oltre 70 miliardi di valore. Alla chiusura di venerdì 26 valeva 169 euro, non lontano dai 143,3 euro di quando è morto Del Vecchio.

Le ragioni del calo secondo Milleri e gli analisti

Che cosa sta succedendo? Secondo Milleri, che ha spiegato la sua view ai soci Essilux a fine aprile, il calo di Essilux non riflette i fondamentali del gruppo ma tre fattori: le tensioni geopolitiche, i dazi Usa e i cambi sfavorevoli, il mercato degli smart glasses ancora agli inizi e gli investimenti nel med-tech che la borsa non ha valorizzato appieno.

Alcuni analisti pongono l’accento invece sulla contrazione dei multipli più che su un peggioramento dei fondamentali, su una guidance meno visibile, su una governance non ottimale e sulla mancanza di chiarezza nella strategia dopo la scomparsa del fondatore. Ma Milleri ripete che il mercato dovrebbe riconoscere «la reale solidità e il potenziale di redditività» del gruppo. Il consensus Bloomberg gli dà ragione: sulle valutazioni di 22 analisti, fissa un target price medio a 12 mesi di 273,09 euro, ben superiore alle quotazioni attuali.
 

Questo andamento di Essilux ha impattato anche sui conti delle banche e della stessa Delfin nel riassetto riassetto studiato da Lmdv, che avrebbe dovuto chiudere con Paola e Luca proprio sabato 27. Una soluzione che avrebbe comportato anche il soddisfacimento dei legati, in primis l’assegnazione di un pacchetto di 1,7 milioni di titoli Essilux a Milleri, da circa 280 milioni di euro.

Il naufragio del piano di Leonardo Maria

Nei piani originari il rimescolamento dei pesi nel capitale prevedeva la vendita a Leonardo Maria del 25% della cassaforte in tasca a Luca e Paola, dopo un mega prestito di Unicredit e Credit Agricole come capofila. L’operazione pare naufragata, perché alla contrarietà dei fratelli più anziani al sistema di garanzie che coinvolgeva anche Delfin si è sommata anche l’opposizione del board.
 

Come rivelato da MF-Milano Finanza venerdì 26, il cda ha respinto la richiesta di Leonardo Maria che Delfin sottocrivesse una lettera di patronage con l’impegno a riacquistare l’intero pacchetto di Lmdv (37,5%) in caso di default. In ogni caso, l’eventuale via libera del board avrebbe dovuto ottenere anche l’unanimità degli otto eredi. Impossibile da raggiungere, viste le posizioni di Claudio, contrario alla crescita di Lmdv nel capitale della cassaforte, ma anche della sorella Marisa, contraria invece a garantire con risorse della holding un’operazione fatta nell’interesse di un singolo socio.

L'assemblea di Delfin e l'ipotesi del buyback

Martedì 30 giugno in Lussemburgo è in calendario l’assemblea della holding. All’ordine del giorno ci sono l’approvazione del bilancio e, se si raggiungerà una maggioranza di 6/8, l’ok alla distribuzione dell’80% degli utili (senza accordo, lo statuto fa staccare solo il 10% degli utili, nel 2025 pari a 1,2 miliardi). Dovrebbero arrivare sul tavolo anche le richieste di alcuni azionisti sul trasferimento nei rispettivi veicoli societari del 12,5% della holding che ognuno degli otto soci possiede a titolo personale.
 

In assemblea potrebbe parlarsi invece di una strada differente per liquidare i soci: il buyback da parte di Delfin, che sarebbe offerto a tutti gli otto eredi, anche con un riparto o un tetto annuo. Come pagherebbe Delfin quelle azioni proprie? Con gli utili generati e anche con il ricorso a 7 miliardi di riserve e anche, se servisse, a debito bancario. Che le banche concederebbero più facilmente che a un singolo socio. (riproduzione riservata)