Giuseppe Conte: ecco il mio piano per l’Italia e perché serve un fondo sovrano. E su banche, Poste e Eni vi dico...
Giuseppe Conte: ecco il mio piano per l’Italia e perché serve un fondo sovrano. E su banche, Poste e Eni vi dico...
La sospensione del Patto di Stabilità, il controllo delle spa pubbliche, una tassa sugli extraprofitti energetici, un fondo sovrano per il risparmio. Parla il leader del Movimento 5 Stelle (M5S), che ha un progetto e un obiettivo politico: ritornare a Palazzo Chigi

di di Roberto Sommella 24/04/2026 21:44

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Giuseppe Conte sogna «una nuova primavera» che non è solo il titolo del suo ultimo libro ma anche una missione politica: tornare al governo, possibilmente da premier. In questa intervista esclusiva a Milano Finanza, dopo tanto tempo, offre un quadro programmatico per le prossime elezioni politiche e il due volte presidente del Consiglio afferma: «Non credo che si voterà prima del previsto, ma una parola chiara la deve dire la premier Giorgia Meloni», mentre sulla mancata uscita dalla procedura d’infrazione dell’Italia per il deficit aggiunge: «È stato uno degli errori più gravi di Meloni e Giorgetti pensare ai conti pubblici come un fine e non come uno strumento».

Domanda. Presidente Conte, nel suo libro parla anche del suo secondo governo: si è dato una risposta sul perché è caduto?

Risposta. Il mio governo è caduto perché ambienti finanziari italiani e stranieri non ritenevano che io fossi, ai loro occhi, una garanzia per gestire i 209 miliardi che avevamo ottenuto in Europa. Evidentemente per loro era già chiaro che a beneficiarne non sarebbero stati i soliti noti.

D. Come avrebbe usato i 209 miliardi del Pnrr?

R. Per prima cosa avrei fatto in modo di spenderli tutti, dal momento che con il governo Meloni, a oggi, siamo a una messa a terra intorno al 50% delle risorse complessive, a due mesi e mezzo dalla scadenza del Piano. E questo nonostante lo stesso esecutivo si sia prodotto in numerose rimodulazioni.

D. Come valuta queste rimodulazioni del governo Meloni?

R. Sono la prova che lo slogan «siamo pronti», utilizzato dal centrodestra durante l’ultima campagna elettorale, si è schiantato sulle incapacità del governo. Già sul finire del mio esecutivo, anche in base alle regole europee del programma, avevamo avuto contezza di quanto fossero strategiche le missioni dedicate alla transizione ecologica e alla digitalizzazione. Alla prima vennero dedicati circa 70 miliardi, la somma più cospicua in assoluto. Ebbene, la fragilità e la ricattabilità energetica italiana sono emerse in tutta chiarezza con la guerra russo-ucraina prima, con la crisi di Hormuz adesso e hanno dimostrato quanto ci avessimo visto giusto.

D. Per la verità, il tema cruciale del Pnrr è non sprecare i soldi e perdere il controllo della spesa…

R. Per questo a palazzo Chigi avevo impostato un lavoro di forte potenziamento degli enti attuatori e delle stazioni appaltanti, affinché avessero anche molte più risorse umane, ben pagate e motivate. Il Pnrr doveva essere l’occasione anche per questo, cioè per far cambiare passo alla capacità attuativa della Pubblica amministrazione. E stavo per impostare un Cruscotto che avrebbe permesso ai cittadini di seguire passo passo, e in piena trasparenza, l’andamento dei lavori di realizzazione delle opere.
 

D. L’Italia sta affrontando l’ennesima emergenza dovuta a uno shock energetico. Che proposta ha per ridurre il costo della bolletta, al netto di quanto non è stato fatto col Pnrr?

R. Partiamo dalla messa a fuoco del fallimento del governo Meloni nella risposta all’ultima emergenza energetica, che non inizia solo con la crisi di Hormuz: quattro «decretini» inutili come il Dl bollette, il Dl accise uno, il Dl fiscale e il Dl accise due, tutti senza soldi e ciascuno varato per mettere toppe ai precedenti.

D. Non è detto che lei al posto di Meloni avrebbe potuto fare di più: quali sono le sue proposte?

R. Per quanto riguarda la riduzione del costo dell’energia in bolletta noi abbiamo, certo non da oggi, un corredo di proposte che guardano alla redistribuzione e puntano a una vera autonomia energetica: deducibilità e detraibilità fiscale degli oneri di sistema per le fasce medio-basse; comunità energetiche per l’autoproduzione e l’autoconsumo condiviso di energia; Ppa (Power purchase agreement), ovvero contratti di acquisto a lungo termine e a prezzo fisso dell’energia prodotta da fonti rinnovabili per proteggere le imprese dalle fluttuazioni del mercato; Energy release, meccanismo in base al quale le imprese acquistano energia elettrica da un operatore pubblico, a prezzo calmierato, in cambio dell’installazione di impianti rinnovabili; investimenti nelle batterie di accumulo; investimenti nelle smart grid, per ottimizzare la gestione dell’energia; incentivi all’efficientamento energetico delle imprese ripristinando i crediti d’imposta, non quel fallimento di Transizione 5.0; tassazione degli enormi extraprofitti energetici e sospensione e riscrittura del Patto di stabilità per mettere in circolo denaro vero, non gli spiccioli dei «decretini» Meloni.

D. È un vasto programma che non si fa in un giorno né in un anno. Concentriamoci sulla tassazione degli extraprofitti: spetterebbe all’Europa, che ne pensa di questa mossa?

R. Guardi, tutto è più efficace se fatto su scala europea. Ma intanto ci si deve muovere anche all’interno dei singoli Paesi, e molti sulla tassazione degli extraprofitti energetici lo hanno fatto. Meloni no, perché quando si tratta di colossi energetici e bancari si ritrae con ammirevole velocità.

D. L’attento controllo dei conti pubblici alla fine non ha comunque permesso all’Italia di uscire dalla procedura d’infrazione. Cosa ne pensa?

R. È stato uno dei più gravi errori di Meloni e Giorgetti: pensare che gli obiettivi contabili fossero non uno strumento, ma un fine da perseguire a ogni costo, anche azzerando ferocemente la crescita. Qui nessuno vuole un deficit alto, né certo festeggiamo per questa débâcle del governo. Ma non possiamo fare sconti a chi si è presentato come risanatore dei conti non risanando un bel niente e inchiodando il Paese alla stagnazione, al crollo della produzione industriale e alla moderazione salariale. Senza crescita il Paese muore e non si conseguono nemmeno gli obiettivi contabili minimi.

D. C’è un Patto di Stabilità che condiziona molte scelte di politica economica. Anche lei è a favore di una sospensione?

R. Loro quel Patto lo hanno firmato! Come M5S da subito abbiamo detto che l’esecutivo Meloni aveva firmato un Patto di stabilità che non consentiva sviluppo e la riduzione delle disuguaglianze. Per la verità doveva essere negoziato in forma flessibile già col governo Draghi, che doveva impostare una sospensione dello stesso.

D. Cosa farebbe invece per aumentare il potere d’acquisto?

R. Abbiamo proposto meccanismi innovativi come l’adeguamento degli scaglioni Irpef e delle principali detrazioni fiscali all’inflazione. In pratica se l’inflazione sale, soprattutto oltre un certo livello, deve contemporaneamente alleggerirsi il peso dell’Irpef e ampliarsi il beneficio delle detrazioni fiscali per attivare immediatamente una protezione del potere d’acquisto.

D. Non è una riedizione della scala mobile?

R. La scala mobile era un adeguamento automatico delle retribuzioni all’inflazione, qui invece si propone l’uso della leva fiscale per permettere agli stipendi stessi di non subire un Fisco più pesante e quindi contrastare il fenomeno del cosiddetto fiscal drag, o drenaggio fiscale.

D. Altre proposte sul fisco ne avete come M5S?

R. Abbiamo proposto il cashback fiscale, anche qui un meccanismo innovativo che permette ai contribuenti che pagano con sistemi tracciabili di vedersi accreditato direttamente su conto corrente il valore delle detrazioni fiscali spettanti, senza aspettare i tempi della dichiarazione dei redditi. Proponiamo un sensibile aumento della no tax area, almeno un raddoppio, come abbiamo fatto durante l’ultima Legge di bilancio, per dare un segnale corposo alle fasce più deboli. Con il governo Meloni siamo invece arrivati al record della pressione fiscale negli ultimi 10 anni: 43,1%.

D. Se voi foste al governo cosa fareste per ridurre le disuguaglianze?

R. Abbiamo contestualmente proposto una vera tassazione degli extraprofitti bancari ed energetici, una rimodulazione delle enormi spese militari programmate da questo governo e una totale ridiscussione del Patto di stabilità e del ReArm Eu. In una fase di stagnazione come quella attuale, patti e clausole pro-cicliche non fanno altro che esacerbare la situazione. Non possiamo permettercelo.

D. L’Italia ha vissuto una stagione di grande fermento nel risiko bancario. Che giudizio dà della scalata di Mps a Mediobanca e al ruolo di Francesco Gaetano Caltagirone e del governo nella partita?

R. A prescindere dagli approdi dell’inchiesta della procura di Milano, che sta indagando per un presunto concerto nell’operazione Mps-Mediobanca-Generali, noi siamo stati i primi ad avanzare una valutazione politica che non cambiamo: il governo Meloni ha preso le partecipazioni residue dello Stato in Mps, istituto risanato con 12 miliardi di euro dei contribuenti italiani, mettendole a disposizione di alcune cordate finanziarie, interessate a scalare Mediobanca e per tale via arrivare più agevolmente al controllo di Generali, vero obiettivo della manovra con i suoi 800 miliardi di risparmi custoditi. Mentre l’esecutivo imbambolava gli italiani parlando di tassazione degli extraprofitti bancari, in realtà mai attuata, nelle retrovie promuoveva - o quantomeno avallava - una gigantesca operazione di natura politico-finanziaria senza chiarire come e perché questa rispondesse a un interesse nazionale e avesse rilievo strategico.

D. Un conto è il governo, un altro il mercato, che si è espresso…

R. Gli imprenditori privati hanno i loro piani e fanno i loro interessi, ma il governo quale interesse ha perseguito in questa operazione? Nessun chiarimento, anche perché hanno subito provato a nascondere la mano.

D. Il governo ha però varato delle nuove leggi sulla governance dei mercati finanziari. Che giudizio ne dà?

R. La legge Capitali ha piegato l’interesse pubblico all’interesse privato, questo è il mio giudizio. C’è un interesse generale strategico in Generali? Lo devi dire chiaramente, come fanno in Francia. La corsa a fare da soli in questi contesti europei è sbagliata: occorrono regole uguali per tutti a livello europeo.

D. La borsa è in buona salute ma manca un piano per il risparmio. Cosa farebbe di più se fosse di nuovo a Palazzo Chigi?

R. La buona salute della borsa è tale fondamentalmente perché è stata trainata in questi anni dai comparti bancario e bellico, ma il saldo tra Ipo e delisting, come meritoriamente segnalato dal vostro giornale, negli ultimi due anni è stato negativo. Significa che sono state molte di più le aziende che sono uscite dal listino di quelle che si sono quotate. Questo ha portato anche a ingenti perdite di capitalizzazione, ma soprattutto al fallimento della borsa come strumento che guarda all’economia reale, che permette alle imprese di vedere in essa un canale alternativo e proficuo di accesso ai capitali.

D. Questa è una fotografia. Proposte?

R. Quando ero a Palazzo Chigi avevo iniziato a lavorare alla promozione di un grande fondo sovrano che sarebbe importante per programmare efficacemente gli investimenti strategici e per evitare che il risparmio italiano sia gestito dai grandi fondi d’investimento internazionali.

D. Che giudizio dà della politica dei conti pubblici italiani, più volte promossi dalle agenzie di rating?

R. Abbiamo carezze dalle agenzie di rating e crescita zero. Eppure sono quattro le leggi di bilancio fatte da questo esecutivo senza uno straccio di misure di crescita. Meloni ha preso un Paese che era cresciuto del 14% cumulato nel biennio 2021-2022 e lo ha inchiodato a una sequenza agghiacciante: +0.9% nel 2023, +0,8% nel 2024, +0,5% nel 2025, +0,4/+0,5%, a seconda delle stime, nel 2026. In quattro anni l’Italia cresce quanto la Spagna in uno. Aggiungiamoci tre anni consecutivi di crollo della produzione industriale, salari reali che fanno ancora segnare un -8% rispetto al 2021, il suddetto record della pressione fiscale negli ultimi 10 anni, il debito pubblico in aumento di 4/5 punti rispetto al fine 2023.

D. Eppure l’Italia ha acquisito credibilità sui mercati, è un dato di fatto.

R. Se tu tagli, tassi e privatizzi troverai sempre un’agenzia di rating che ti dà un bacio in fronte, almeno momentaneo. Diverso è guadagnarsi un upgrade grazie a una crescita stabile e duratura, con un produzione industriale in salute, con salari reali che tengono botta. L’esatto contrario di quanto fatto dal governo Meloni.

D. Sempre questo governo ha varato l’aggregazione Poste-Tim, che appare come un’operazione industriale dai grandi potenziali. È d’accordo?

R. Può esserlo, a patto che il governo dica una volta per tutte se e come intende cedere pacchetti di Poste, che al momento resta nell’elenco delle società da privatizzare, almeno in parte. Sarebbe un ulteriore danno, dopo quello prodotto da un esecutivo pseudo sovranista che senza colpo ferire ha lasciato andare nelle mani del fondo americano Kkr l’ex rete di telecomunicazioni di Tim.

D. Cosa farebbe delle partecipate di stato? È vero che M5S propone la nazionalizzazione dell’Eni?

R. Per noi le partecipate di Stato sono strategiche, come abbiamo dimostrato negli anni dei governi Conte. Non proponiamo alcuna operazione per vendere o svendere, al contrario intendiamo coinvolgere chi ha esperienza, lungimiranza e capacità di investimento paziente in un piano pluriennale di sviluppo industriale, fondamentale dopo i cocci lasciati per terra da Meloni, Giorgetti e Urso. Oggi l’Eni ha un 33% del capitale in mano al Mef, o direttamente o per il tramite della Cassa depositi e prestiti, una soglia di guardia che certo va tutelata, dopo le recenti cessioni del Governo Meloni, che peraltro hanno colpito anche società del mondo Eni come Enilive e Plenitude.

D. Quindi?

R. Quindi noi vogliamo un attento presidio pubblico, soprattutto in direzione della transizione ecologica e dell'autonomia energetica italiana.

D. È pentito del Reddito di cittadinanza e del Superbonus?

R. No, perché il Reddito di cittadinanza ha ridato speranze, salvato persone, protetto più di un milione di donne, uomini e minori in pandemia; il Superbonus è stato un boost per l’economia in uno dei momenti più drammatici della storia del Paese, peraltro gestito quasi completamente dai governi Draghi e Meloni, con il ministro Giorgetti in prima linea.

D. Come imposterebbe il Piano Casa?

R. La nostra proposta di legge sulla Casa è in discussione alla Camera: urge una mappatura di tutto il patrimonio edilizio pubblico e privato destinabile a civili abitazioni, partendo dalle cubature inutilizzate o dismesse. Poi va fatta una distinzione chiara tra l’edilizia residenziale pubblica e quella sociale: in troppi comuni non si hanno nemmeno gli elenchi dei richiedenti.

D. Non è chiaro come aiuterebbe chi è senza casa.

R. Va finanziato un unico fondo che includa i due azzerati dal governo Meloni, cioè quello per il sostegno all’affitto e quello per la morosità incolpevole, per aiutare da un lato chi non ha soldi sufficienti per pagare un affitto, ma anche chi diventa moroso dopo aver perso il lavoro, per esempio. Le politiche abitative sono una priorità: il M5s vuole inserire il diritto all’abitare in Costituzione. Purtroppo in quattro anni l’attuale governo si è occupato di edilizia solo per varare sanatorie e condoni.

D. Si voterà prima del previsto?

R. Non credo che si andrà al voto prima del previsto, ora Meloni sta di fatto rinnegando la sua politica estera e vedrete che assisteremo ad altre piroette. Ma in quattro anni di governo hanno portato a casa «0 riforme» e su questo gli italiani li giudicheranno. Sulla fine anticipata della legislatura l’unica che deve parlare è proprio Giorgia Meloni, che dopo la sconfitta al Referendum vuole testardamente proseguire.

D. A proposito di politica estera: l’Italia come si deve porre nel rapporto con Donald Trump e Vladimir Putin?

R. L’Italia deve rimanere aggrappata alla sua Costituzione, è da lì che si parte. Siamo favorevoli alle sanzioni alla Russia come siamo però favorevoli, in presenza di un genocidio a Gaza, ad abbandonare gli accordi con Israele. Questa nostra indipendenza ancorata alla Carta costituzionale vale anche per Trump quando viola il diritto internazionale, come sta accadendo con la guerra in Iran. (riproduzione riservata)