Giovedì nero in Asia, alle ore 7:30 italiane il Nikkei cede il 2,10%, Hong Kong quasi il 3%, Shanghai l’1,3%e il Kospi il 3,3%. Il petrolio sale intanto del 2% a causa delle tensioni in Medio Oriente, il Wti a 99 dollari e il Brent a 111. I futures sul Nasdaq flettono dell’1,4%.
Il recente rally dei titoli tecnologici, sostenuto da trimestrali solide, ha perso slancio. Gli investitori continuano a interrogarsi sulla capacità degli ingenti investimenti nell’AI di generare ricavi sufficienti. A pesare sul sentiment sono inoltre i rincari del petrolio dopo un attacco a un giacimento in Arabia Saudita, che alimentano i timori di interruzioni delle forniture e di nuove pressioni inflazionistiche. Il Giappone è particolarmente esposto alle tensioni in Medio Oriente per la forte dipendenza dalle importazioni di greggio.
L’indice cinese CSI 300 è entrato giovedì in territorio ribassista (bear market), con una flessione del 20% rispetto al picco di giugno, mentre prosegue la fase di vendite sui mercati azionari del Paese. L’indice, che comprende 300 tra le maggiori società quotate a Shanghai e Shenzhen, ha registrato il decimo calo settimanale consecutivo e perde il 2,6% da inizio settimana, secondo i dati Lseg.
Secondo Jordan Cvetanovski, presidente e chief investment officer di Pella Funds, il mercato azionario cinese continua a scontare difficoltà strutturali, mentre la seconda economia mondiale affronta le conseguenze di anni di sovracapacità produttiva e investimenti eccessivi.
«La Cina sta facendo molta fatica a contenere i problemi accumulati in passato a causa dell’eccesso di capacità produttiva e di altri squilibri», ha dichiarato Cvetanovski a Cnbc, citando le difficoltà delle imprese anche in settori competitivi a livello globale, come quello delle batterie. Un comparto nel quale, ha precisato, continuano comunque a esserci opportunità selettive.
Le aziende cinesi risentono del rallentamento della crescita degli utili, in un contesto di concorrenza intensa che comprime i margini e ha spinto le autorità a intervenire. A settembre, la crescita degli utili industriali ha registrato il ritmo più debole dell’anno. Nel secondo trimestre, inoltre, l’economia cinese ha segnato la crescita più lenta da oltre tre anni, penalizzata dalla prolungata crisi immobiliare e dalla persistente debolezza dei consumi.
Shaun Rein, managing director di China Market Research Group, prevede ulteriori pressioni di vendita, in un contesto segnato dall’incertezza geopolitica, dai timori di una bolla legata all’intelligenza artificiale e dal deterioramento della fiducia dei consumatori.
La forte presenza di investitori retail potrebbe inoltre amplificare la volatilità. Secondo Rein, gli investitori individuali tendono a uscire più rapidamente dal mercato nelle fasi di incertezza. In Cina, secondo dati forniti da Hsbc, gli investitori retail rappresentano il 90% dei volumi giornalieri, contro una quota del 20-25% alla Borsa di New York.
«Per i cinesi la priorità è preservare il patrimonio», ha spiegato Rein, osservando che, con il mercato immobiliare in difficoltà e il mercato del lavoro debole, gli investitori si stanno orientando sempre più verso strumenti considerati sicuri, come i depositi vincolati.
Pur prevedendo nuove pressioni sui mercati, Rein ritiene che le vendite siano state eccessive. A sostegno della sua valutazione cita la tenuta delle esportazioni e i segnali di ripresa dei prezzi immobiliari nelle principali città cinesi. «In questo momento è una crisi di fiducia, non una crisi dell’economia», ha affermato, prevedendo un forte recupero delle azioni cinesi nel 2027.
Anche Daniel Gerard, senior multi-asset strategist di State Street Markets, ha espresso una valutazione più ottimistica: le crescenti capacità della Cina nel campo dell’intelligenza artificiale potrebbero riportare gli investitori internazionali sul mercato azionario del Paese, anche prima di una ripresa degli utili societari. (riproduzione riservata)