Giorgia Meloni affronta una tempesta perfetta subito dopo aver perso il referendum sulla giustizia: politica, economia e mondo delle partecipate di Stato sono in ebollizione e di governi ne servirebbero tre e non uno acciaccato in quasi tutti le sue componenti dopo le dimissioni di Daniela Santanché, Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Maurizio Gasparri dai loro rispettivi incarichi (e non è detto che si fermi qui). A un anno dalle elezioni politiche che tutti collocano da tempo nella primavera 2027, come anticipato dal vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini, sul tavolo del presidente del Consiglio ci sono innumerevoli dossier e tre in particolare.
Il primo è quello legato al rimpasto dell’esecutivo, colpito dal terremoto della vittoria del no al quesito sulla riforma della giustizia. In molti sostengono che la leader di Fratelli d’Italia voglia dare uno scossone importante a tutta la compagine di governo per arrivare rinsaldata, magari prima della scadenza naturale della legislatura, di fronte agli elettori che dovranno decidere se riaffidarle la fiducia concessa nel 2022. L’operazione è difficile, anche perché su tutto vigila il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, e ogni richiesta eventuale di elezioni anticipate verrà vagliata con estrema attenzione. Meloni è costretta quindi a governare, stretta tra le fibrillazioni della sua maggioranza, incalzata da Marina Berlusconi, scesa di fatto in campo con Forza Italia, e le difficili posture negli assetti europei e atlantici, dove il presidente americano Donald Trump da alleato si è trasformato in un agente del caos scatenato sui mercati.
Il secondo fronte è quello economico. La guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran va avanti da un mese e ha già fatto innalzare il prezzo del petrolio e del gas rendendo ininfluente non solo l’ultimo decreto bollette ma anche la riduzione temporanea delle accise. In questo contesto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è di fronte a uno scenario complesso: meno crescita, forse ridotta a un misero +0,5% nel 2026, e più inflazione, come paventato dall’Ocse e temuto dalla Bce, pronta ad alzare i tassi. Il risultato è una condizione di finanza pubblica che, pur supportata da numerosi promozioni delle agenzie di rating, non permette alcuna manovra espansiva, quando invece servirebbero una decina di miliardi per riallineare la stasi dei consumi e il fermo della produzione industriale in virtù di una sospensione del Patto di Stabilità, che nessuno in Europa sembra voler invocare pur avendone un dannato bisogno.
Il terzo dossier caldo è quello delle partecipate di Stato. Dopo l’allontanamento da Mps del ceo del risanamento e della conquista di Mediobanca, Luigi Lovaglio, il Mef, pur azionista col 4% del Monte, assiste immobile a un regolamento di conti dentro Rocca Salimbeni che ha fatto alzare più di un sopracciglio anche in Consob e Bce. Eppure il Monte dei Paschi di Siena è stato salvato anche con soldi pubblici. E sempre soldi pubblici sono serviti per creare il colosso dei pagamenti digitali Nexi, che ha visto un cambio di vertice e prospetta un nuovo assetto azionario con un ruolo più importante di Cdp per affrontare la costante debâcle in borsa. Analogo spaesamento si vive nella nuova Aspi, la società autostradale ritornata pubblica che necessita di un piano da quasi 30 miliardi di euro e di un rinnovo delle concessioni al 2046, potendo però contare su uno scarso supporto dell’azionista pubblico. Come mancano decisioni per il salvataggio dell’ex Ilva, a meno di non nazionalizzarla.
Fa eccezione il possibile nuovo polo Poste-Tim che nascerebbe con il successo dell’opas della società guidata da Matteo Del Fante sulla società telefonica, in grado di creare una sorta di Amazon pubblica da 40 miliardi di capitalizzazione complessiva. L’operazione ha un suo senso industriale, sostiene Franco Bernabè, che di Telecom è stato capo azienda. La fusione Poste-Tim è «un’operazione industriale giusta, l’unica possibile, visto il panorama complesso di tutto il settore delle telecomunicazioni europee». Si tratta, racconta a Milano Finanza il manager di lungo corso, di «un consolidamento razionale perché occorre rimettere in piedi una società che abbia un senso e un’anima». Il lavoro di Pietro Labriola, ceo di Tim, è stato molto buono ma ora la macchina «deve cambiare pelle, speriamo che ci sia tempo e modo di dare un futuro a Telecom, perché l’Ai cambierà tutto l’assetto del settore». Dare un futuro: la stessa cosa che deve fare Meloni col suo governo. (riproduzione riservata)