Giorgia Meloni: l’Italia? Più forte di prima
Giorgia Meloni: l’Italia? Più forte di prima
Il pil cresce, così come il reddito pro capite. Per l’energia 14 miliardi aggiuntivi. Lo spread si è ridotto di un terzo. Il risiko bancario? Consolidi l’economia senza smembrare il Montepaschi. E l’Europa deve difendere meglio i suoi confini. Parla la premier 

di di Roberto Sommella 14/08/2026 08:00

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Giorgia Meloni ha segnato sulla sua agenda due obiettivi importanti, uno politico e un altro personale. Il primo è quello di guidare il governo più longevo della Repubblica, traguardo che taglierà il 3 settembre prossimo, il secondo è di raggiungere i primi 100 giorni senza fumare. Quest’ultimo l’ha centrato e quando la si incontra non pare cercare con lo sguardo da qualche parte un pacchetto di bionde. Smettere il vizio del fumo ha a che fare con la forza di volontà e il presidente del Consiglio, in questa intervista esclusiva concessa a MF-Milano Finanza prima della pausa di Ferragosto, sembra averne ancora e non solo per le prossime elezioni.

Prima delle urne ci sono parecchi obiettivi da raggiungere: innanzitutto, risolvere il problema migratorio scoppiato con la crisi di Ceuta perché «la priorità dell’Europa è proteggere le frontiere esterne dall’immigrazione incontrollata, escludere ogni rischio di sicurezza e terrorismo, difendere la libertà di circolazione che è alla base del sistema Schengen»; mantenere una chiara neutralità nel risiko bancario, dove si augura però che «Mps non venga smembrata» e un assetto finale, con Intesa Sanpaolo e Unicredit protagoniste, che sostenga l’economia nazionale; accompagnare il sistema industriale con interventi sull’energia «grazie alla flessibilità che abbiamo ottenuto e a cui nessuno credeva» e sulla Zes, che si avvicinerà molto a quanto «chiede Confindustria»; incrementare il potere d’acquisto degli italiani, partendo da un pil pro capite «aumentato rispetto al 2022 di 4.500 euro». Insomma, il Paese va, secondo la premier, ma c’è spazio per fare meglio.

Domanda. Presidente Meloni, la crisi sui migranti scoppiata a Ceuta con la Spagna rientrerà con una posizione comune europea?

Risposta. Già oggi la stragrande maggioranza delle Nazioni europee condivide la posizione che l’Italia ha espresso in questi giorni. Cioè, che la priorità dell’Europa sia proteggere le frontiere esterne dall’immigrazione incontrollata, escludere ogni rischio di sicurezza e terrorismo, difendere la libertà di circolazione che è alla base del sistema Schengen. La grave crisi migratoria che si è aperta a Ceuta e la possibile nuova ondata, prevista dalle stesse autorità spagnole per il 15 agosto, ci impongono la massima attenzione e la necessità di continuare ad adottare tutte le misure necessarie. In questi anni abbiamo dimostrato, sul fronte migratorio come su altri temi, che l’approccio dell’Europa può cambiare. E il governo italiano continuerà a lavorare affinché i risultati raggiunti finora si possano consolidare e si possa fare di più e meglio. Percorrendo, ad esempio, la strada aperta dal Regolamento rimpatri sugli hub nei Paesi terzi, come su altre soluzioni innovative al di fuori dell’Europa.

D. Lei ha ottenuto in Europa che la flessibilità di bilancio già concessa in ambito difesa venisse estesa anche all’energia. Come utilizzerete le risorse a disposizione su cui il Parlamento ha appena votato autorizzando uno scostamento di bilancio?

R. Parliamo di una flessibilità che, lo ricordo, in molti pensavano impossibile ma che invece abbiamo centrato, dimostrando anche su questo fronte quanto l’Italia sia capace di proporre soluzioni efficaci e tempestive in Europa, facendo valere allo stesso tempo il proprio interesse nazionale.

D. In concreto che farete?

R. Cercheremo di utilizzare al meglio le risorse aggiuntive ora disponibili sul fronte energia - parliamo di 14 miliardi di euro in più nel prossimo biennio - per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi sulle famiglie vulnerabili e sulle imprese, ma più in generale di tutti gli italiani. La Commissione Europea ha già definito gli ambiti di spesa ammissibili e, in questo quadro, il governo identificherà quelle che ritiene più utili ed efficaci, per abbassare i costi a carico dei cittadini, delle aziende ma anche della Pubblica Amministrazione, nel breve e nel medio periodo.

D. Basterà o metterete in campo altre azioni?

R. In questo contesto, verificheremo inoltre la possibilità di utilizzare queste risorse per incentivare lo sviluppo e l’acquisto di tecnologie prodotte in Italia e in Europa, per sostenere il nostro tessuto produttivo e rafforzare la nostra competitività.

D. Non sarebbe stato meglio chiedere una vera modifica degli Ets sull’energia, la tassa Ue sulle emissioni inquinanti, invece che avere una riforma ancora molto tiepida e considerata da Confindustria quasi inutile?

R. Questo governo ha sempre detto a chiare lettere che l’attuale sistema Ets è incompatibile con i bisogni dell’industria europea. E lo è a maggior ragione in questa fase di emergenza, nel quale l’Europa è chiamata a far fronte al pesante impatto che la crisi in Medio Oriente scarica sui prezzi dell’energia. Di tutto abbiamo bisogno in questo momento tranne che di un meccanismo che gonfia artificialmente i costi energetici, per di più in modo asimmetrico, alimentando ulteriori disparità tra gli Stati membri.

D. Bruxelles ha fatto bene o no sugli Ets?

R. Su questo punto voglio essere molto chiara: la proposta di revisione presentata dalla Commissione europea non ci soddisfa affatto. Contiene alcuni elementi positivi che raccolgono anche diverse nostre istanze e sono il primo risultato del lavoro degli scorsi mesi, ma non è sufficiente. Ecco perché l’Italia intende essere protagonista del negoziato e - come già fatto efficacemente per la revisione della Legge Clima - fare blocco comune insieme alle altre Nazioni che, su questo fronte, la pensano come noi e che con noi stanno chiedendo all’Europa un cambio di passo.

D. Insisterete anche sul nucleare?

R. Siamo determinati ad andare avanti, con grande velocità e concretezza. Perché pensiamo che il ritorno dell’energia nucleare, in particolare il nucleare di nuova generazione possa essere la vera soluzione per la nostra sicurezza energetica e per avere, nel medio e lungo periodo, costi nettamente più bassi rispetto agli attuali. La legge delega è stata già approvata in prima lettura alla Camera e ora manca il via libera definitivo del Senato. Intanto, il governo sta già lavorando ai decreti attuativi, che intendiamo definire altrettanto rapidamente. È un obiettivo alla nostra portata e può rappresentare una svolta per la competitività italiana.

D. I mercati riconoscono all’Italia una stabilità di governo che si tramuta in stabilità finanziaria. Perché questa situazione non si è tramutata in crescita economica?

R. La stabilità che questo governo ha assicurato ha permesso all’Italia di affrontare con maggiore sicurezza quella che è la più difficile congiuntura degli ultimi decenni. Quando ci siamo insediati i titoli di Stato erano a un passo dall’essere declassati a livello «spazzatura» e lo spread era a 240 punti, tre volte più alto dei valori attuali. Oggi il quadro è molto diverso. L’economia italiana sta tenendo bene. E i dati dei primi due trimestri 2026 sono incoraggianti, con una crescita dell’1% rispetto ad aprile-giugno 2025 e una progressione acquisita per il 2026 dell’0,8%.

D. Sono dati confortanti, confrontati con il resto d’Europa restano tali?

R. Sono dati superiori alle previsioni e in linea con quelli dell’Eurozona. Un altro fattore confortante è quello dell’incremento del pil pro-capite, che rispecchia l’effettiva ricchezza dei cittadini. Il pil pro-capite è cresciuto, rispetto al 2022, di quasi 4.500 euro. Per fare un confronto pre-Covid, dal 2016 al 2019, l’aumento era stato di circa 1.850 euro. Dopodiché, certamente l’economia italiana sconta un annoso problema di bassa produttività del lavoro, legato alla sua struttura produttiva fatta principalmente di micro e piccole imprese, oltre che ai ridotti investimenti in innovazione, ricerca e in capitale umano.

D. Come si inverte questo trend?

R. Servono molti anni per invertire questa tendenza, e noi stiamo lavorando esattamente in questa direzione.

D. A proposito di tendenze, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha rivisto il pil 2026 allo 0,9%. L’Italia va meglio delle previsioni, come accaduto negli anni precedenti. Come si spiega che la crescita è sempre stata sottostimata?

R. Per molti anni abbiamo avuto dei tassi di crescita effettivi al di sotto delle previsioni. Da quando si è insediato questo governo, invece, assistiamo al fenomeno opposto: previsioni molto contenute, poi corrette da risultati migliori. Un esempio su tutti: il dato relativo alla crescita 2023 è stato rivisto al rialzo e portato dal +0,7% al +1% nel settembre 2025. Non so se questo è dovuto al fatto che venga sottovalutato il governo o se viene sottovalutata la capacità del Sistema Italia. Ma ho sempre pensato che non sia uno svantaggio quello di riuscire a smentire le previsioni. In passato, altri governi sovrastimavano la crescita per migliorare i calcoli dei parametri europei. Le previsioni di questo governo sono invece sempre caute.

D. Anche l’azione di governo dei conti pubblici è stata cauta, basata su una sana e prudente gestione, ma il debito resta alto. Cosa può fare di più l’Italia per migliorare ancora la situazione?

R. L’Italia è l’unica Nazione del G7 a essere tornata già nel 2024 in avanzo primario dopo la pandemia, con una crescita post-Covid tra le più robuste e l’occupazione ai massimi storici. Traguardi raggiunti con una chiara scelta di fondo: applicare ai conti pubblici quel buon senso che ogni padre di famiglia deve usare per far quadrare il proprio bilancio, concentrando le risorse su ciò che serve e tagliando gli sprechi. Questo ci ha permesso di riportare la barra dritta, nonostante la situazione catastrofica ereditata.

D. A cosa si riferisce?

R. Pensi al Superbonus: finiremo di pagarlo solo nel 2027 e alla fine ci costerà la bellezza di 174 miliardi, quattro volte in più di quanto preventivato. Un disastro che il governo Pd-M5S ha abbattuto sui conti e che ha sottratto decine di miliardi di euro a scuola, sanità, servizi e infrastrutture. Dal prossimo anno non avremo più questo pesantissimo fardello sulle spalle - quasi 40 miliardi all’anno, il doppio di una legge di bilancio - e questo ci permetterà di fare ulteriori passi avanti nella riduzione del debito. Aggiungo, inoltre, che se non fossimo stati gravati in questi anni dal costo del Superbonus, l’Italia avrebbe rispettato il percorso di riduzione del debito previsto dai parametri europei.

D. L’Italia, come pare, uscirà dalla procedura di infrazione?

R. Quando questo governo si è insediato il rapporto deficit/pil era all’8,1%. Oggi quel rapporto è sceso al 3,1%, quindi ben cinque punti in meno. È un risultato che in molti ritenevano impossibile, ma che abbiamo raggiunto in meno di quattro anni, superando anche le nostre più ottimistiche previsioni. E ci siamo riusciti senza tagliare, ma anzi aumentando, le spese fondamentali. Come quelle per la sanità, il welfare e i contratti pubblici. Uscire dalla procedura d’infrazione è un obiettivo alla nostra portata. Inutile dire che avremmo potuto già raggiungerlo, se non avessimo dovuto fare i conti col peso del Superbonus.

D. Nonostante i problemi globali l’Italia è comunque il quarto Paese esportatore al mondo. Quanto rischia questa leadership per colpa dei dazi americani? C’è spazio per preservare il Made in Italy?

R. L’Italia è una potenza manifatturiera con forte propensione all’export e può contare sulla grande forza del Made in Italy. È quindi ovvio che, per noi, qualsiasi ostacolo agli scambi internazionali può risultare penalizzante. Detto questo, l’export italiano è cresciuto più di quello di economie che per anni ci hanno guardato dall’alto in basso e le nostre esportazioni sono cresciute sia in volume sia in valore. Anche nel 2025 abbiamo centrato un altro record: 643 miliardi di export, 20 miliardi in più rispetto al 2024. E a crescere sono state anche le esportazioni verso gli Stati Uniti che, nonostante i dazi, hanno fatto registrare un +7,2% rispetto all’anno precedente. È cresciuto anche il surplus commerciale, che ha sfiorato i 51 miliardi di euro.

D. Non credendo ai miracoli, c’è un motivo preciso dietro a questi risultati?

R. Questo accade perché il Made in Italy può contare su qualità che nessun altro può vantare, come la specificità del prodotto, la sua riconoscibilità e la sua unicità. Tutte caratteristiche che lo rendono meno esposto alla perdita di competitività legata al prezzo del prodotto e che consentono di conquistare nuovi mercati, come sta avvenendo. Il piano d’azione per l’export che il governo ha avviato, insieme al sistema basato su Agenzia Ice, Simest e Sace, va esattamente in questa direzione e sta producendo buoni risultati.

D. Veniamo al credito. Il risiko bancario ha visto lo Stato protagonista col Mef che ha partecipato all’ops del Monte dei Paschi di Siena su Mediobanca. Come immagina il ruolo del governo in questa partita che, con l’opas di Intesa Sanpaolo su Mps, coinvolge anche le Generali? Le piace questo piano tutto italiano sulla compagnia assicurativa di Trieste?

R. Non siamo parte attiva nelle attuali dinamiche di mercato che interessano il settore bancario. Il governo ne era in parte coinvolto, quando aveva il controllo del Monte dei Paschi di Siena, banca che noi abbiamo ereditato agonizzante e che abbiamo riportato in salute. Oggi Mps, la banca più antica d’Italia e del mondo, fortemente radicata sul territorio, è tornata in salute ed è diventata il pezzo pregiato su cui si concentrano le attenzioni. Mi auguro che dalle dinamiche di mercato possa emergere un sistema ancor più solido e concorrenziale, capace di produrre benefici per famiglie e imprese. E che Mps non finisca smembrata, perdendo il proprio nome e la propria identità.

D. Come giudica la conquista di Commerzbank da parte di Unicredit?

R. Si tratta di un’operazione di mercato nella quale il governo italiano non ha avuto alcun ruolo. Quello che posso dire è che mi auguro che Unicredit possa continuare ad avere solidi radici italiane e che tra l’istituto di credito e le autorità tedesche possa instaurarsi un dialogo collaborativo.

D. Il governo ha fatto ricorso al Golden Power contro il tentativo di scalata di Unicredit a Banco Bpm. Lo farà di nuovo per difendere Euronext da una governance troppo sbilanciata verso Parigi?

R. Su Euronext esiste già una delibera che prevede precise raccomandazioni e il governo continuerà ad attuare il monitoraggio previsto.

D. Nel 2025 avete approvato una manovra che puntava a ridurre le tasse al ceto medio e avete chiesto un contributo a determinati settori. Avete raggiunto questi obiettivi, o avrebbe voluto fare di più?

R. In questi anni abbiamo lavorato in un’ottica di legislatura, facendo di volta in volta un passo in avanti. Appena ci siamo insediati, la priorità era sostenere il potere d’acquisto dei redditi medio-bassi. Ed è quello che abbiamo fatto, partendo dal taglio del cuneo che abbiamo triplicato e reso strutturale, estendendo la platea dei beneficiari ai lavoratori con redditi fino a 40 mila euro. Siamo poi intervenuti sull’Irpef, con l’accorpamento dei primi due scaglioni e la riduzione di due punti percentuali della seconda aliquota che si applica a redditi tra 28 e 50 mila euro.

D. Concretamente questo cosa significa per gli italiani?

R. Ogni anno, tra taglio del cuneo e tagli dell’Irpef, rimettiamo 21 miliardi nelle tasche degli italiani. Ma il ceto medio beneficia anche di altri provvedimenti che abbiamo introdotto o potenziato in questi anni, come la detassazione dei fringe benefit, la riduzione dal 10% all’1% dell’aliquota sui premi di produttività, oltre all’innalzamento a 85 mila euro della soglia d’accesso al forfettario. Vogliamo fare certamente di più, per alleggerire ancora il carico fiscale sul ceto medio, che sostiene l’Italia e va premiato.

D. Quando lei si è insediata aveva promesso una rivoluzione nel rapporto tra Stato e imprese. Dopo quattro anni, mi può fare un esempio di un obiettivo raggiunto?

R. Tra i molti esempi che le potrei fare ce n’è uno che non ha fatto grande notizia, ma che è fondamentale per chi lavora ogni giorno: i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione alle imprese. Tema di cui si è discusso per anni e che per altrettanti anni ha visto lo Stato accumulare ritardi insostenibili. Se una pubblica amministrazione paga in ritardo e fa passare molti mesi prima di saldare una fattura, la conseguenza è che un’impresa, soprattutto se piccola, rischia di chiudere e di licenziare. Grazie al lavoro di questi anni la tendenza è stata invece invertita e oggi la Pubblica amministrazione paga abitualmente le imprese entro 30 giorni. Lo Stato rispetta gli impegni, lo fa nei tempi previsti dalla legge e permette alle imprese di organizzare il proprio lavoro con più serenità e certezze. Con benefici concreti sui lavoratori, perché se un’impresa riceve quello che gli spetta nei tempi stabiliti, allora non ci saranno ritardi neanche nei pagamenti degli stipendi, spesso legati ai tempi di incasso delle fatture. Quindi, una piccola e grande rivoluzione. Per l’economia reale, le imprese e le famiglie di questa Nazione.

D. Confindustria chiede un piano straordinario per l’industria con la Zes Unica per tutte le Regioni. La concederete?

R. Stiamo studiando le modalità tecniche più efficaci per estendere a tutto il territorio nazionale alcuni dei meccanismi che oggi stanno funzionando molto bene nelle regioni del Sud e che hanno contribuito in questi anni a far crescere il Mezzogiorno più della media nazionale. Una delle opzioni a cui stiamo lavorando è quella di estendere in prima battuta le semplificazioni oggi previste dalla Zes Unica agli investimenti che superano una determinata soglia, in alcuni specifici ambiti economici e produttivi, concordati e individuati insieme alle Regioni del Centro-Nord. È un dossier che stiamo seguendo con grande attenzione, perché stiamo vedendo quali sono i benefici che sta producendo la Zes Unica sulla crescita e sull’occupazione e vogliamo amplificarne i risultati. (riproduzione riservata)