Giorgia Meloni al New York Times: «Con Trump pensavo fosse più facile»
Giorgia Meloni al New York Times: «Con Trump pensavo fosse più facile»
La premier rompe il silenzio sul rapporto con il presidente americano: «Non ci parliamo da settimane». E rivendica una politica estera non legata ai rapporti personali. Nell’intervista parla anche di fascismo, identità, femminismo e bilancio di governo

di Anna Di Rocco 21/08/2026 15:43

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«È chiaro che con Donald Trump pensavo che le cose sarebbero state più facili, considerata la nostra convergenza sull’immigrazione e sulla cultura woke. Le cose sono andate in maniera diversa». Giorgia Meloni rompe così il silenzio sul rapporto con il presidente americano e, in un’intervista al New York Times, ammette che le aspettative sul rapporto con la nuova amministrazione Usa non sono state pienamente confermate. 

La premier, intervista a Roma dal giornalista Roger Cohen, racconta che con Trump «non parla da diverse settimane». Alla domanda sulla possibilità che i due leader tornino a sentirsi dopo la pausa estiva, Meloni risponde con cautela: «Beh, vedremo». Un rapporto che sembra dunque attraversare una fase di raffreddamento, dopo le tensioni emerse anche al G7 di giugno in Francia. Trump aveva raccontato di essere stato «implorato» dalla premier per una fotografia insieme. Meloni aveva respinto categoricamente la ricostruzione: «L’Italia non implora mai».

La presidente del Consiglio torna sul tema più in generale, collegandolo alla sua idea di ruolo dell’Italia nello scenario internazionale. «Non mi piace l’idea di un’Italia sottomessa, di un’Italia che si considera inferiore agli altri», dice. L’obiettivo, spiega, è una «rivoluzione dell’orgoglio». E anche per questo rivendica di non voler legare la politica estera ai rapporti personali: «Continuo a credere che l’unità dell’Occidente sia molto importante. Non decido la strategia italiana in base ai miei rapporti personali».

Meloni e la risposta sul fascismo

Interpellata sul fascismo, Meloni afferma: «Chiaramente, se guardiamo a quella storia oggi, è una cosa. Se l’avessimo vista stando nel bel mezzo di quegli eventi, probabilmente l’avremmo percepita diversamente, no?». Parole che hanno già suscitato la reazione dell’opposizione. «Un’enormità», le ha definite il deputato del Pd Arturo Scotto, ricordando figure come Matteotti, Gramsci e Gobetti: «Erano in mezzo alla storia. Ma percepirono subito cosa era il fascismo. Pagando con la vita».

Un altro capitolo riguarda il femminismo e la scelta della premier di farsi chiamare «il presidente» del Consiglio. Una posizione che, racconta, nasce da un’idea precisa di uguaglianza: «Ciò che mi interessa è sapere se sono libera di diventare presidente del Consiglio dei ministri. Questa è l’uguaglianza: non essere chiamata “la presidenta”».

 Quando Cohen torna sul suo celebre intervento «Sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana», la premier spiega che quelle parole hanno intercettato una sensibilità diffusa: «La sensazione di essere minacciati nella propria identità più autentica e fondamentale. Ha dato un nome semplice a una ribellione emotiva». Alla domanda se si consideri femminista, però, preferisce non rispondere.

Il bilancio del governo: «Mi dica se non sono migliorati»

Sul terreno economico, Meloni difende il bilancio del governo citando occupazione, inflazione, arrivi irregolari, spesa sanitaria e andamento dello spread. «Mi dica se non sono migliorati!», osserva, rivendicando progressi, anche se contenuti, su diversi indicatori. E aggiunge con ironia: «Ma è possibile che io non abbia fatto nulla!». Il New York Times mette però a confronto questa lettura con quella dell’opposizione. Elly Schlein contesta in particolare la crescita economica, ferma allo 0,5%, la diminuzione dei salari reali, il costo dell’energia tra i più elevati in Europa e le difficoltà della sanità pubblica. Il giudizio definitivo, osserva Cohen, arriverà dalle urne. (riproduzione riservata)