L’allarme è arrivato in modo esplicito: per il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, il rischio recessione non è più un’ipotesi remota ma uno scenario reale, «che potrebbe concretizzarsi qualora la crisi energetica legata al conflitto in Iran non si attenuasse». Una dichiarazione che fotografa il clima di tensione all’interno dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, stretto tra vincoli europei, pressioni geopolitiche e una crescita che resta debole.
Il punto di rottura è energetico, lunedì 14 aprile i futures europei del gas naturale sono saliti di quasi il 9% a 47,5 euro mentre il petrolio ha ripreso a correre (+8%) sfiorando i 105 dollari il barile. La minaccia di un blocco nello Stretto di Hormuz - snodo chiave per i flussi petroliferi globali - rappresenta un rischio sistemico per l’Europa e, di conseguenza, per l’Italia.
Non a caso il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha richiamato la necessità di evitare un’escalation, mentre il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, ha legato esplicitamente il rischio recessione alla tenuta dei flussi energetici. Più diretto il vice premier Matteo Salvini, che dirotta il contesto per rilanciare lo scontro con Bruxelles sulle regole fiscali.
Tecnicamente, si parla di recessione quando il prodotto interno lordo registra una contrazione per due trimestri consecutivi. Scenario che comporta una serie di conseguenze negative: meno produzione, meno consumi, meno investimenti. E soprattutto più disoccupazione. È un meccanismo cumulativo: il calo della domanda riduce l’attività delle imprese, che a loro volta comprimono occupazione e salari, alimentando un circolo vizioso.
Da giorni Roma spinge per una sospensione del Patto di Stabilità. La richiesta è chiara: creare spazio fiscale per sostenere famiglie e imprese colpite dal caro energia. Ma la trattativa è complessa. L’Italia arriva a questo passaggio con un debito elevato e margini di manovra limitati, proprio mentre aumentano le richieste di spesa. Il paradosso, evidenziato da Salvini, è politico prima ancora che economico: più flessibilità per la difesa - in linea con gli impegni Nato - ma rigidità sugli interventi interventi.
Il sistema energetico italiano resta esposto. Circa metà della produzione elettrica dipende ancora dal gas, quota superiore rispetto alla media europea. Questo rende la penisola particolarmente vulnerabile agli shock esterni. I prezzi, pur lontani dai picchi del 2022, restano elevati e comprimono il potere d’acquisto.
Le conseguenze sono già visibili: aumento della povertà energetica, famiglie in difficoltà e imprese sotto pressione sui costi. Sul tavolo dell’esecutivo ci sono anche misure emergenziali - dai limiti ai consumi a forme di razionamento soft - mentre nel medio periodo la soluzione resta quella già nota: rinnovabili, efficienza, diversificazione.
Il quadro si complica ulteriormente guardando alla dinamica macroeconomica. L’inflazione, pur in rallentamento, continua a erodere i redditi reali. Il mercato del lavoro rischia di indebolirsi se la domanda interna si contrae. E sullo sfondo si avvicina la fine della fase espansiva legata al Pnrr, che finora ha sostenuto investimenti e pil. Nel frattempo, il governo è al lavoro sul nuovo documento di finanza pubblica, in attesa anche delle valutazioni di Eurostat sul percorso italiano. (riproduzione riservata)