«Forti della rinnovata solidità le banche possono e devono contribuire a portare l’economia italiana su un livello più sostenuto di crescita, nel quadro dell’integrazione europea del mercato dei capitali». Lo ha detto il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, nel suo intervento mercoledi 15 all’assemblea dell’Associazione bancaria italiana (Abi), assicurando che con gli istituti «continueremo a confrontarci, talvolta su posizioni diverse ma sempre nella consapevolezza del ruolo strategico e costituzionale delle banche per lo sviluppo della società e la sicurezza nazionale».
Con la stessa logica «va affrontata la questione delle concentrazioni e degli assetti proprietari». Le dimensioni degli istituti e le aggregazioni bancarie «non sono un valore in sé, tranne forse per gli azionisti, ma lo possono diventare per il Paese quando esse migliorano la capacità del sistema bancario di accrescere la proiezione internazionale delle aziende italiane e rafforzano le condizioni per investire in tecnologia, sicurezza e innovazione». Di fatto è un’apertura alla strategia di Unicredit che ha appena conquistato Commerzbank in Germania.
A proposito di assetti proprietari, Giorgetti si è definito «fiducioso che questa sia l’ultima assemblea dell'Abi in cui il governo è socio di istituti perché considero il ruolo dell’azionista pubblico concluso», ha aggiunto con riferimento alla partecipazione residua in Mps e alle due banche retail controllate da Mcc messe sul mercato: BdM Banca e Cassa Orvieto.
Allo stesso tempo, però, ha assicurato il numero uno del Mef, «non si esaurisce l'attenzione e il rigore con cui continueremo a monitorare, anche sul piano degli asseti proprietari e dell’evoluzione del settore bancario, della sua collocazione nella dimensione europea e della sua capacità di svolgere una funzione costituzionale di collegare risparmi, prestiti e investimenti».
Il titolare del Mef ha poi evidenziato che «gli scorsi quattro anni sono stati una delle fasi di più intenso miglioramento del sistema bancario italiano» e adesso «le banche italiane sono le più solide e redditizie in Europa».
«Oggi la patrimonializzazione è solida e ben al di sopra dei minimi regolamentari e superiore alla media europea», ha ricordato Giorgetti. «Il profilo di liquidità è equilibrato su tutte le scadenze e la qualità degli attivi rimane buona. Soprattutto, la redditività ha raggiunto i livelli più alti dal 2008 con un rendimento del capitale e delle riserve pari al 13,8 per cento, un percorso che si riflette sulla capitalizzazione e nei multipli delle banche quotate».
Risultati possibili «anche perché il Paese sta rimettendo i conti in ordine». Giorgetti ha citato la riduzione del deficit dall'8,1% al 3,1%, «un dato suscettibile di ulteriori miglioramenti» e la compressione dello spread che «si è traslata sul costo della raccolta: il costo di un’emissione senior di una grande banca italiana si è ridotta di quasi 160 punti base rispetto a quanto era all'insediamento questo governo». Da non sottovalutare, inoltre, che «il governo ha gestito l’emergenza dello shock energetico entro gli spazi interni di bilancio, senza interrompere il percorso di risanamento».
Insomma «con banche solide - spiega Giorgetti - redditizie e innovative il Paese è più forte. Vale anche il viceversa. Con un Paese stabile, competitivo e florido, le banche valgono di più. In questo rapporto sinergico risiede la chiave per rispondere alle sfide e alle opportunità che abbiamo di fronte a noi».
Il ministro Giorgetti ha poi definito l’euro digitale «un pilastro concreto e realistico dell’autonomia europea, nonché è una soluzione che abbiamo sostenuto con forza e che è vicina a un primo punto di svolta, con l'avvio della sperimentazione attesa nel 2027». Ecco perché «mi auguro che le banche vogliano sostenere questo percorso, perché tutti noi europei avremmo da guadagnare da un'infrastruttura sovrana sui pagamenti».
Un altro punto di svolta a livello europeo è la Saving and Investment Union che, oltre a essere un’opportunità di investimento, «comporterà un livello crescente di concorrenza tra operatori, tra locazioni e tra Paesi, con effetti che si rifletteranno sulla competitività, sull'occupazione e sulla sostenibilità». L’Unione dei capitali, ha continuato Giorgetti, «non sarà una gara tra ordinamenti ma tra sistemi economici». È questa «la sfida a cui sono chiamate le banche italiane, i loro manager e anche le loro articolate basi di azionisti a partire dalle fondazioni di origine bancaria».
Sempre con lo sguardo sempre orientato al futuro e all’innovazione, il titolare di Via Venti Settembre ha voluto segnalare che nel settore finanziario e del credito si sta verificando «lo spostamento di una massa rilevante di clientela, la più giovane e dinamica» verso le fintech e «perdere questi clienti per le banche tradizionali significherebbe consegnare (mercato) ai competitor».
La sfide, quindi, non è solo tecnologica: «È la conquista della prossima generazione di clienti e sarebbe un peccato che di un segmento di mercato con queste potenzialità ne approfittino principalmente nuove banche digitali straniere, uno dei fenomeni più rilevanti degli ultimi anni, in alcuni casi eclatanti anche di successo», ha proseguito il ministro. Anche perché «gli istituti italiani avrebbero la capacità, la dimensione e le risorse per competere nel mondo in questo segmento». La partita è appena, dunque, ha aggiunto Giorgetti, «ritengo ci sia il tempo e speriamo la volontà, di giocarla».
Il ministro si è poi soffermato sul nodo del credito per il sistema produttivo italiano. «Limitare il credito alla parte più ampia del nostro sistema produttivo» ovvero le pmi, «non è solo un problema economico. È un rischio per la sicurezza economica del Paese».
D’altronde, «le micro, piccole e medie imprese producono circa il 65% del valore aggiunto e il 75% dell’occupazione complessiva, molto più che nelle altre economie avanzate». Sono imprese, ha spiegato Giorgetti, «che oggi dipendono in modo essenziale dal canale bancario. Ogni contrazione dell’offerta restringe la loro capacità finanziaria, senza possibilità di ricorrere a fonti alternative».
Dal canto suo, il governo continuerà a fare la sua parte tramite l’intervento del Fondo centrale di garanzia, che però «deve riassumere la selettività necessaria per concentrarsi sui fenomeni di market failure, o meglio per agire solo su di essi». Lo strumento deve essere, dunque, ha precisato il numero uno del Mef, «riorientato verso i segmenti dove il fallimento di mercato è più acuto, come le imprese con rating peggiore, e dove l’addizionalità è più elevata, come nel caso delle garanzie pubbliche a sostegno dell’export e dell’internazionalizzazione».
Il Fondo, invece, non deve essere coinvolto «per i finanziamenti per le imprese già bancabili, magari solo con qualche complessità istruttoria in più, deve ricominciare ad essere il lavoro esclusivo delle banche. E, ovviamente, anche una responsabilità delle imprese nel dotarsi di livelli di patrimonializzazione adeguati».
Giorgetti ha inoltre annunciato, in chiusura del suo intervento dal palco dell’assemblea Abi, che il Mef attiverà un tavolo permanente di confronto con gli investitori istituzionali, con gli operatori del settore e con le autorità, in primo luogo la Banca d’Italia.
Il ministro ha poi risposto, a margine dell’Assemblea dell’Abi, ai cronisti che gli chiedevano se avesse timori per la tenuta del governo, dopo che ieri la maggioranza è stata battuta (per un solo voto) sull’emendamento sulle preferenze sulla legge elettorale: «Ma no, ma cosa c'entra. Ci sono cose peggiori di questa, ci sono le guerre». (riproduzione riservata)