«Il governo ha ridotto in modo significativo il deficit senza ricorrere a manovre restrittive». Nell’audizione sul Documento di finanza pubblica, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha rivendicato subito un risultato: il deficit 2025 al 3,1% del pil, in calo rispetto al 3,4% del 2024 e meglio delle attese.
Un dato sfiorato, ma non centrato pienamente, per via di un’accelerazione anomala delle cessioni dei crediti fiscali legati ai bonus edilizi, concentrate nei primi mesi del 2026 e ora sotto verifica. Al netto di questa componente, la linea del governo resta quella di un consolidamento «prudente e responsabile», sostenuto più dalla crescita delle entrate e dall’occupazione che da tagli alla spesa. Non a caso, ha sottolineato il ministro, l’avanzo primario è tornato positivo allo 0,8% del pil, mentre lo spread sotto i 100 punti ha contribuito a contenere la spesa per interessi.
Il governo grazie a «interventi fiscali mirati» – tra cui gli aiuti contro il caro energia e le misure a sostegno delle famiglie – «ha rafforzato la fiducia dei mercati finanziari e dei partner europei, contribuendo alla stabilità del costo del debito e a condizioni di finanziamento favorevoli per l’economia nazionale».
Ma resta il nodo europeo. Le nuove regole di bilancio, ha osservato Giorgetti, dovranno dimostrare «un livello sufficiente di flessibilità anche nelle fasi non ordinarie». Perché «la disciplina di bilancio non può essere disgiunta da una lettura complessiva del contesto economico». Il punto è trovare «l’equilibrio tra rigore, crescita e capacità di adattamento». Una linea che l’Italia rivendica anche nel confronto con Bruxelles, chiedendo strumenti più efficaci per affrontare shock esterni come la crisi energetica o le tensioni geopolitiche.
«È un quadro che richiede realismo: non siamo di fronte a dinamiche determinate dalle scelte dei singoli governi europei, ma a shock esterni che investono in misura trasversale tutte le economie avanzate. Per un Paese come l’Italia ciò impone una linea chiara: rafforzare la tenuta del sistema produttivo, consolidare la credibilità della finanza pubblica e mantenere la capacità di proteggere famiglie e imprese dagli effetti più destabilizzanti di shock che hanno origine al di fuori dei nostri confini».
Il 2025, sul fronte macro, chiude con una crescita dello 0,5%, trainata da consumi (+1,1%) e investimenti (+3,5%), mentre il mercato del lavoro supera i 24 milioni di occupati. Un quadro che «ci avrebbe indotti a rivedere lievemente verso l’alto le proiezioni di crescita» ma «lo scenario complessivo è decisamente mutato alla fine di febbraio con l’acuirsi della crisi in Medio Oriente».
Il governo rivede quindi con cautela le previsioni: crescita allo 0,6% nel 2026 e 2027, con un rafforzamento solo graduale negli anni successivi. Secondo le stime del Tesoro, il nuovo contesto sottrae fino a tre decimi di pil nel biennio 2026-2027. E i rischi restano orientati al ribasso, tra possibili strette monetarie e nuove frizioni commerciali.
«Pur in un contesto divenuto più complesso l’Italia possiede punti di forza, come riconosciuto anche da tutti gli organismi internazionali e da ultimo dall’Ocse, che ne ha dato conto nel rapporto sul nostro Paese appena pubblicato. La stabilità finanziaria e la precondizione per la crescita in Italia e in Europa. L’Italia è su questa linea. E intende restarci». (riproduzione riservata)