Giancarlo Giorgetti, il potere silenzioso di un ministro che non cerca il proscenio
Giancarlo Giorgetti, il potere silenzioso di un ministro che non cerca il proscenio
Un titolare dell’Economia che unisce competenza bocconiana e understatement, capace di lasciare la ribalta ad altri pur restando decisivo nelle grandi operazioni finanziarie. Dall’Opas Intesa-Mps a Poste-Tim, la sua discrezione non ne intacca l’influenza. Un esempio di pacatezza come stile di governo

di di Paolo Panerai 24/07/2026 19:16

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Quanto pesa positivamente nell’opera di un ministro economico l’essersi formato e laureato nella più qualificata università di economia non solo italiana?

Per capirlo basta seguire l’azione del ministro Giancarlo Giorgetti, che appunto all’Università Bocconi si è laureato. Prima di tutto la pacatezza nel dialogare e nel fare. Ma non solo: anche la capacità di non voler apparire quasi mai in prima fila. Lo ha dimostrato anche nell’ultima assemblea della Consob, lo scorso 13 luglio, nel salone della Borsa di Milano.

Appena è terminata la relazione, Giorgetti si è affrettato a lasciare il posto in prima fila e si è avviato verso il retro del palco, ma non per sfuggire a eventuali domande insidiose, quanto piuttosto per non mettersi in mostra. E come ho scritto una settimana fa, proprio questo suo pudore ha favorito il presidente della Unipol, Carlo Cimbri, che lo ha potuto raggiungere. E dietro il palco il ministro ha potuto ascoltare le parole di uno dei due protagonisti della più importante Opas che sia mai stata lanciata in Italia.

Quel dialogo Cimbri-Giorgetti all’assemblea Consob

Giorgetti ha l’abitudine del fare, senza cercare il primo piano davanti alle telecamere. Per questo ha ascoltato con grande attenzione le tesi di Cimbri ma appunto, per quel suo pudore, senza mettersi in mostra, ma sottraendosi di proposito alle telecamere e ai microfoni.

Non c’è pertanto da sorprendersi se sotto la sua gestione il ministero dell’Economia sia scampato a qualsiasi polemica. E sì che di operazioni (e anche di grane) il ministro Giorgetti ne ha risolte, pur appartenendo a un partito, la Lega, che spesso grida i suoi voleri.

Dal ministero dell’Economia passano tutte le operazioni più importanti in economia e finanza. Da quando è ministro Giorgetti, le polemiche sono più che abbondantemente scomparse. Eppure, sono in corso varie operazioni, oltre quella della super opas di Intesa Sanpaolo su Mps, di chiara rilevanza.

Che cosa c’è dietro l’operazione Poste-Tim, tutta nell’alveo del pubblico

Si pensi all’acquisizione, tutta nell’area pubblica, di Tim da parte di Poste. Nessun clamore, eppure è una operazione rilevantissima perché mette insieme la forza raggiunta da Poste sotto la gestione di Matteo Del Fante e la ex società dei telefoni, Tim, ottimamente gestita in recupero da parte di Pietro Labriola.

È un’operazione da 13,4 miliardi che ha come obiettivo di creare «un attore di riferimento per la trasformazione digitale dell’Italia». E questa operazione è possibile, non tanto perché le due società fanno capo allo Stato, ma perché sia Del Fante che Labriola hanno chiaro che l’operazione non è soltanto finanziaria quanto piuttosto capace di creare un gigante italiano attraverso un «progetto industriale di lungo periodo».

Per Labriola avere come azionista di controllo una società della forza delle Poste è la via migliore per creare un’entità italiana in grado di competere con i più grandi operatori nel mondo. E c’è qualcuno che pensa che se non ci fosse stato Giorgetti a capo del ministero dell’economia questa operazione si sarebbe comunque fatta?

L’incarico all’italiano Comporti come nuovo capo dell’Esma

C’è poi la prima conquista da parte di un italiano della presidenza dell’Esma, la Consob europea. C’è qualcuno che pensa che la nomina a presidente di Carlo Comporti sarebbe potuta avvenire se ministro dell’economia non fosse stato Giorgetti?

I meriti e il curriculum di Comporti sono indubbi e a lui li aveva riconosciuti anche Mario Draghi quando, da presidente del consiglio, fece in modo che il laureato a Siena in scienze bancarie, uscito dal settore pubblico nel 2022 per andare in Ibm, fosse nominato proprio nel board dell’Esma.

La nomina a presidente, per la prima volta di un manager italiano, conferma che sia Draghi che Giorgetti ci avevano visto giusto sul manager, facendo sia pure a distanza di tempo una sorta di passaggio del testimone. L’ingresso nel consiglio di Esma fu voluto da Draghi, allora presidente del consiglio; Giorgetti ha ora completato l’operazione facendo le giuste mosse perché fosse riconosciuto l’ottimo lavoro svolto da Comporti in questi quattro anni come consigliere.

Attraverso questa operazione si evidenzia ancora di più che Draghi e Giorgetti rispondano ambedue alla logica dei valori professionali di chi rappresenta l’Italia e ora l’Europa.

Ma la professionalità e la pacatezza del ministro Giorgetti non sono di oggi. La scoprii quando il professor Paolo Savona, prima di andare a presiedere la Consob, fece il ministro due volte: nel 1993-94 ministro dell’Industria, del commercio e artigianato e nel 2018-19 ministro degli Affari europei.

Gli uffici di quest’ultimo ministero erano a due passi da Palazzo Chigi. Un giorno che andai a trovare il ministro-professore egli mi disse chiaramente che la persona migliore del governo in carica era Giorgetti, allora sottosegretario alla presidenza del consiglio di Giuseppe Conte.

Il ruolo di Giorgetti a Palazzo Chigi nel governo Conte I e la rivelazione di Savona

Per la grande amicizia e riservatezza che ci accumunava, Paolo potè dirmi che senza Giorgetti a Palazzo Chigi, sia pure come sottosegretario, il governo non avrebbe potuto andare avanti. Fra i due si era creata un’intensa collaborazione e la competenza, la misura, e la pacatezza del ministro Giorgetti oggi si evidenziano sempre di più anche in questo governo, che pure è messo sotto pressione dalle non lontane elezioni politiche per le quali il guastatore ex-generale Roberto Vannacci ha più che un po’ terremotato la Lega, che è il partito di Giorgetti, anche se il ministro dell’economia si troverebbe a suo agio e rafforzerebbe qualsiasi partito del centro.

Perché, senza rinnegare i valori della Lega, il ministro Giorgetti va ben al di là del pensiero e dell’affidabilità del capo della Lega, onorevole Matteo Salvini, sedotto e abbandonato dal terribile e spregiudicato, fino al punto da vestirsi da tribuno dell’antica Roma, ex-generale.

Il ministro Giorgetti appare a moltissimi come un politico assolutamente affidabile e competente. E in questo scorcio di legislatura, molti, anche al Quirinale, contano su di lui perché il Paese non debba subire colpi duri sul piano economico. In Giorgetti, infatti, c’è la modestia e la signorilità, oltre alla competenza, di chi ha assorbito i migliori insegnamenti della Bocconi. Per fortuna che c’è lui alla guida dell’economia.

* * *

I segnali positivi per l’economia e la finanza italiana

Se il mercato è confortato dalla saggezza e concretezza del ministro Giorgetti, questa ultima parte di luglio fa venire il buonumore non tanto e non soltanto per le vacanze in arrivo. Negli ultimi giorni c’è stato quasi un fiorire di buone nuove per chi guarda alla salute del sistema economico e finanziario italiano. Con tre esempi molto significativi.

La corsa di Italo verso le ferrovie tedesche

Il primo è il ritorno diretto sulla scena economica di Luca Montezemolo che per la verità non è mai uscito ma ora è di nuovo in primissimo piano. A dargli questo slancio è Italo Treno, nato da una sua idea in compagnia di Diego Della Valle, del super banchiere Gaetano Miccichè e dell’attuale amministratore delegato di Enel, Flavio Cattaneo.

Furono loro che ebbero il coraggio di lanciare la grande operazione di un trasporto via treno privato. Fu la nascita di Italo, che sicuramente oltre ad offrire un buon servizio è servito di stimolo (si spera sempre di più) a Trenitalia delle Ferrovie dello Stato.

Ora Italo è ritornato in primo piano, con la presidenza di Luca Montezemolo e la proprietà del gruppo di trasporti marittimi Msc della famiglia Aponte: infatti dopo aver rotto il monopolio delle ferrovie in Italia, Italo ha deciso di investire 3,6 miliardi in Germania, acquistando 26 treni.

Non è che italo sia la parte più importante del gruppo Aponte, che fra crociere e trasporti marittimi è probabilmente il leader europeo del settore, ma è l’operazione alla quale ha lavorato a lungo l’attuale ad di Enel, Flavio Cattaneo, che tutti indicano legato a doppio filo al gruppo Caltagirone, ma che in realtà ha fatto e sta facendo un percorso di successo con Enel e altro per le sue sicure qualità manageriali.

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I piani di crescita di Cremonini

Accanto ai treni e a Enel, c’è un forte risveglio anche dell’industria alimentare, di cui è uno dei leader assoluti il gruppo Cremonini.

Il piano di sviluppo che ha varato Cremonini è pari a 600 milioni, ma ha un obiettivo straordinario: arrivare nel 2028 a un fatturato di 7,5 miliardi. E secondo Vincenzo Cremonini, a.d. figlio del fondatore e protagonista del grande sviluppo raggiunto e da raggiungere nel 2030: secondo il piano aziendale, il gruppo emiliano a quella data potrebbe arrivare addirittura a 10 miliardi di fatturato.

E la carta che Cremonini sta giocando è il Mezzogiorno d’Italia che è da conquistare, soprattutto con la ristorazione industriale, una delle caratteristiche di un gruppo che solo 15 anni fa navigava su fatturati assai diversi. Con i marchi Chef Express e Roadhouse, ha ottenuto un successo strepitoso, essendo partito dalla macellazione e distribuzione delle carni.

Remo Ruffini, dalla moda con Moncler alla ristorazione tra Langosteria e Da Vittorio

Chi invece sta coniugando due settori apparentemente lontani è il gruppo Moncler, che dalla moda è passato anche alla ristorazione. E Remo Ruffini, fondatore della casa di moda, ha oggi raggiunto un risultato straordinario anche nella ristorazione, essendo partito con due o tre ristoranti e con lo straordinario successo de La Langosteria.

Il segreto di Ruffini è stato quello di entrare in collaborazione con Da Vittorio, il gruppo bergamasco, che era partito con un ristorante a Bergamo bassa e grazie anche alle critiche entusiaste e agli stimoli di Luigi Veronelli, è arrivato oggi ai vertici non solo italiani per qualità e fatturato.

La moglie del fondatore, signora Bruna, e i suoi figli Bobo, Francesco, Chicco e Rossella hanno saputo passare da semplici ristoratori (erano loro a cucinare la cena di Natale di Class Editori) a grandi impresari del settore senza mai perdere la loro qualità.

Oggi il gruppo di cui Ruffini ha il 40% fattura 110 milioni, con margini rari. E in occasione dei 60 anni, mercoledì 22 hanno organizzato una festa-show straordinaria nella tenuta di Cantalupa, il loro albergo ristorante con tutti i complementi di un albergo di grande lusso. E nello spirito che li anima, hanno aperto i loro cancelli a tantissimi produttori di specialità, per cui gli invitati che hanno popolato in 1500 la valle dove sorge l’albergo, hanno potuto gustare le specialità non solo di Da Vittorio (i paccheri) ma di ristoratori e produttori da tutte le regioni d’Italia.

Quindi una festa della qualità, che sicuramente ha reso felice anche Ruffini, avendo confermato la convinzione di aver fatto ancora una volta nella ristorazione il più bell’investimento possibile, valorizzando se stesso anche aprendo a tanti più o meno piccoli ristoranti di specialità da tutt’Italia.

L’ipotesi quotazione in Borsa

Prima o poi Da Vittorio sarà quotato in borsa? Potrebbero farlo benissimo, sia per il fatturato che supera i 100 milioni (103, mi ha precisato la Signora Bruna) che per gli utili che realizza. Il socio Ruffini ha naturalmente già in borsa la sua Moncler, che oggi capitalizza circa 13 miliardi di euro. Spingerà perché arrivi alla Borsa di Milano la prima società di ristorazione di alta qualità?

Tutto può succedere, ma forse a Ruffini e ai suoi bravissimi figli gli basta in Borsa Moncler. Forse, prima, potrebbe esserci Stone Island, e poi per ora il controllo di Da Vittorio è della famiglia; e cosa ne penserebbe della Borsa l’argutissima signora Bruna?

L’intelligenza artificiale e la risposta europea

P.S. Il mese scorso si sono riuniti nelle Alpi francesi, nel corso del G7, anche i leader mondiali dell’intelligenza artificiale: Sam Altman di OpenAI, Sr Demis Hassabis di Google e Dario Amodei di Anthropic. Sedevano accanto ai grandi del mondo. Pochi giorni prima il governo di Donald Trump aveva vietato ad Anthropic di rendere disponibile agli stranieri il suo modello; Open AI, più obbediente, aveva già imposto restrizioni simili dei suoi sistemi di avanguardia. Quindi i Paesi che non hanno una autonoma intelligenza artificiale di livello dovranno rimanere tagliati fuori dalle forme più performanti di AI?

La risposta più dura è venuta dal presidente francese Emmanuel Macron: nessuno acquisterebbe la AI americana se questa potesse spegnere l’interruttore a piacimento. Anche la Cina è sulla linea degli Usa.

Quindi non resta che l’Europa si affretti ad avere proprie AI. Nella sua modestissima dimensione, Class Editori lo ha già fatto con MFGpt, che riunisce 40 anni di informazione e dati di finanza, economia, tecnologia, lifestyle, cioè tutto lo scibile coperto dai nostri media. Se lo abbiamo fatto noi, molti colossi europei potrebbero fare altrettanto. Ue svegliati. (riproduzione riservata)