Una quotazione che vale oro. Nel deserto delle ipo a Piazza Affari - nessuna sul mercato principale nel 2026, solo una sull’Egm - si fa avanti il gruppo Gens Aurea. Nata nel 1999 a Monza e specializzata nella compravendita di oro e preziosi, la società ha appena depositato alla Consob il prospetto informativo per la quotazione che, a questo punto, potrebbe avvenire intorno alla metà di luglio. Oggi, 22 giugno, le banche che coordinano l’operazione inizieranno a raccogliere le prime sottoscrizioni.
Il gruppo conta oltre 530 punti vendita in cinque Paesi europei (Italia, Spagna, Portogallo, Austria e Svizzera) e opera tramite otto marchi: OroCash, Luxury Zone, GioiaPura, Alfieri & St.John, OroCaja, Super Efectivo, OuroCaixa e OroCash Invest.
La forma scelta per lo sbarco in borsa è quella di un collocamento di azioni esistenti, detenute dal socio Mattina Holding, e riservato a investitori qualificati. Di conseguenza, la società non otterrà proventi dall’ipo.
La ratio della quotazione è infatti un’altra. «Non ci quotiamo per finanziarci, abbiamo già molta cassa, ma per un discorso di visibilità. Vogliamo iniziare a operare in altri Paesi europei e l’ipo contribuirà ad accrescere la visibilità del gruppo e la notorietà dei marchi», spiega Fabio Godano, amministratore delegato di Gens Aurea. «Stiamo valutando innanzitutto la Germania, che ha oltre 7.000 tonnellate di oro privato. Nei roadshow fatti finora abbiamo riscontrato molto interesse per il settore e anche per il nostro format».
L’operazione è gestita da Bnp Paribas e Jefferies (joint global coordinator e joint bookrunner), Unicredit (co-global coordinator e joint bookrunner), Banca Akros (joint bookrunner) e Alantra (lead manager).
Nel 2025 Gens Aurea ha registrato ricavi per 836,3 milioni di euro, con una crescita media dell’84,3% annuo dal 2023, un ebitda adjusted di 105,2 milioni e un utile di 67,9 milioni (+121% medio annuo tra 2023 e 2025). Oltre il 90% del fatturato è riconducibile all’attività principale di compro-oro, la quota restante a gioielleria, oro da investimento e buyback.
Nel primo trimestre 2026 le vendite sono arrivate a 445,1 milioni, con profitti per 48,8 milioni. Le previsioni per l’intero anno includono un fatturato di circa 1,5 miliardi e un utile superiore a 130 milioni. Inoltre, l’azienda stima di investire circa 9 milioni nel 2026.
Guardando avanti l’obiettivo è raggiungere un giro d’affari superiore a 2,4 miliardi nel 2029, che implica una crescita di circa il 17% annuo dal 2026, e un ebitda adjusted di 345 milioni (+20% annuo).
Per centrare questi obiettivi il gruppo intende puntare sulla rete di punti vendita. «La nostra strategia si basa sulla crescita organica, tramite l’apertura di nuovi negozi. Nel 2026 abbiamo in programma oltre 70 nuove aperture e circa 300 sono in piano nel medio termine nei cinque paesi in cui siamo attivi e soprattutto in Italia e Spagna», aggiunge l’ad. «Potremmo valutare anche acquisizioni, anche nei mercati in cui vorremmo entrare come Germania, Romania o Polonia: in questo caso iniziare acquisendo un gruppo locale sarebbe strategico».
Il gruppo opera in un mercato cresciuto di circa il 6% all’anno tra il 2020 e il 2025 grazie ad acquisti di oro record da parte delle banche centrali, da una maggiore diversificazione rispetto alle riserve in dollari e dal ruolo dell’oro nei bilanci sovrani. Come effetto, il prezzo del lingotto ha superato la soglia record di 5.500 dollari l’oncia a inizio 2026 prima di ripiegare. Ora i contratti future in consegna ad agosto viaggiano intorno a 4.200 dollari, con un rialzo comunque del 24% circa rispetto a un anno fa e di oltre il 130% su base quinquennale.
«Il rally degli ultimi due anni ha portato molta attenzione sul settore e gli italiani hanno enormi riserve private: oltre 5.000 tonnellate di oro sono in mano alle famiglie», conclude Godano. «Quello che è successo è che le persone hanno iniziato a monetizzare ciò che hanno per accrescere le proprie disponibilità finanziarie e far fronte a nuovi bisogni». (riproduzione riservata)