L’Europa non era mai entrata nel mese di settembre con livelli di stoccaggio del gas così contenuti. Il Regolamento europeo sugli stoccaggi fissa un obiettivo di riempimento del 90% per l’intera Unione, da raggiungere tra il 1° ottobre e il 1° dicembre. Sono ammessi scostamenti fino a 10 punti percentuali, con un’ulteriore flessibilità di 5 punti in caso di condizioni di mercato sfavorevoli. Questo porta la soglia operativa vincolante all’80% in condizioni normali e al 75% nei casi più estremi.
Al 2 settembre gli stoccaggi Ue erano pieni al 65,9%, il valore più basso mai registrato in questa data dall’inizio della serie storica, nel 2011. Per un confronto, sottolinea Silvia Merler, Head of Responsible Investment & Policy Research di Algebris, nello stesso periodo del 2025 il livello era al 78,3%, mentre la mediana del periodo 2015-2024 si attestava all’88%. Il dato attuale è inferiore persino a quello di inizio settembre 2021 (67,9%) quando la Russia non aveva ancora invaso l’Ucraina e il gas non era ancora diventato una priorità geopolitica per Bruxelles.
Come si spiega? «Il dato aggregato Ue è determinato in gran parte dalla carenza di stoccaggi in Germania. Il Paese gestisce il più grande sistema di stoccaggio d’Europa, con una capacità di 246,5 TWh pari al 22% del totale Ue. A fine agosto il livello di riempimento era solo al 51%, contro il 69% dello stesso periodo dell’anno precedente», osserva Silvia Merler.
In parte, chiarisce l’esperta, il problema deriva dal fatto che la Germania è entrata nella stagione di iniezione 2026 con stoccaggi già vicini al 20% dopo un inverno rigido. Ma è probabile che i fattori regolamentari abbiano avuto un peso ancora maggiore. Il governo tedesco ha infatti eliminato due meccanismi che dal 2022 avevano contribuito a riempire gli stoccaggi nazionali.
L’obiettivo per novembre è stato abbassato dal 90% al 70%, e da gennaio 2026 è stato eliminato il prelievo che finanziava gli acquisti sostenuti dallo Stato. Ad agosto il Ministero dell’Economia tedesco ha dichiarato che un riempimento tra il 60% e il 70% a inizio inverno sarebbe sufficiente, e che spetta agli operatori di mercato riempire gli stoccaggi nazionali. «Il mercato, tuttavia, non è intervenuto. Il motivo è semplice: non è conveniente farlo. La curva forward del gas è piatta per tutto l’inverno, quindi acquistare oggi per rivendere a gennaio», sostiene Silvia Merler, «significherebbe accettare una perdita certa».
Nel frattempo Eurostat sta monitorando i cosiddetti «gradi giorno di riscaldamento» (HDD), un indicatore che misura quanto e per quanto a lungo le temperature scendono sotto la soglia che fa scattare il bisogno di riscaldamento, calcolato per l’Ue ponderando i dati dei singoli Paesi in base alla popolazione.
Ebbene i dati mostrano che, a livello europeo, gli ultimi tre inverni sono stati tra i più caldi degli ultimi 45 anni. Se questa tendenza dovesse confermarsi anche nel 2026, un livello di stoccaggio del 70-75% permetterebbe all’Europa di chiudere marzo con gli stoccaggi in area 20-25%, alleggerendo così la pressione sul successivo riempimento. «Il meteo resta, però, molto incerto e un inverno più freddo del previsto potrebbe far scendere gli stoccaggi sotto il 10% a fine stagione, a meno che non intervenga una compressione della domanda», avverte l’esperta di di Algebris.
Detto questo, le iniezioni nel 2026 procedono con un ritardo del 16% rispetto allo scorso anno in termini assoluti, e centrare l’obiettivo europeo partendo dal livello attuale del 66% richiederebbe iniezioni per 14,2 punti percentuali nei 60 giorni che separano il 9 settembre dal 1° novembre. Per un confronto, la maggior iniezione mai registrata in una finestra temporale equivalente fu di 13,9 punti percentuali nella corsa al riempimento dell’autunno 2022.
Quest’operazione dovrebbe, inoltre, avvenire in un contesto di offerta più tesa, con i conflitti in corso che continuano a pesare sui prezzi dell’energia: il gas europeo tratta ora sopra 78 euro a MWh, il livello più alto dal 2023.
Le iniezioni hanno accelerato nell’ultima settimana, superando i 3.200 GWh al giorno. Questo migliora il quadro nel breve termine, “ma potrebbe non bastare a centrare l’obiettivo aggregato Ue, dato che lo storico stagionale mostra come il ritmo delle iniezioni tenda a rallentare nel corso di ottobre”, avverte Silvia Merler.
L’Europa ha già speso 4,5 miliardi di euro in più rispetto alla stessa data dello scorso anno per riempire gli stoccaggi, pari al 26% di spesa in più per il 15% di gas in meno. Guardando alla curva forward, l’inverno 2026/2027 è attualmente prezzato piatto, da 72,44 euro/MWh a ottobre a 71,36 euro/MWh a gennaio.
«Valorizzando le iniezioni necessarie a raggiungere l’obiettivo dell’80% sulla base della curva forward, con ottobre a 72,44 euro/MWh, il costo implicito sarebbe di 11,6 miliardi di euro, circa il doppio di quanto l’Ue ha pagato lo scorso anno per lo stesso volume di gas», calcola Silvia Merler.
Guardando al 2027, i prezzi di mercato riflettono l’aspettativa che gli attuali conflitti restino congelati in una fase di stallo, senza una risoluzione ma anche senza una nuova escalation. I contratti forward per l’estate e l’inverno 2027 trattano infatti in un range di 42-48 euro/MWh, un livello che indica come il mercato si attenda una normalizzazione e non stia scontando un premio strutturale di scarsità per il prossimo anno.
Quest’ipotesi, conclude Silvia Merler, dipende in larga misura dagli sviluppi in Ucraina e in Medio Oriente: una riapertura dello Stretto di Hormuz eliminerebbe probabilmente in tempi rapidi gran parte del premio attualmente presente nei prezzi, mentre nuovi attacchi alle infrastrutture energetiche spingerebbero i prezzi ben oltre i livelli attuali. Gli ultimi cinque anni hanno dimostrato che la geopolitica può essere più imprevedibile del meteo e per l’Europa, che non ha ancora raggiunto l’indipendenza energetica, lo stesso vale anche per la bolletta del gas.
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