La fusione nucleare sta entrando in una fase di accelerazione industriale e gli Stati americani devono prepararsi ad attrarre i produttori e ospitare i primi impianti commerciali. È l’appello rivolto alle amministrazioni statali Usa da Commonwealth Fusion Systems, la più grande azienda al mondo nel settore dell’energia da fusione, di cui Eni è investitore strategico fin dai primi passi. Fondata nel 2018 come spin-out del Massachusetts Institute of Technology, Cfs ha raccolto già quasi 3 miliardi di dollari di capitali e ora si propone come porta bandiera del nucleare pulito.
«Man mano che aziende come Cfs prendono decisioni sull'implementazione della fusione negli Stati Uniti, ci rivolgeremo a Stati con ambienti favorevoli. Se lavori nel governo statale, ti invitiamo a contattarti per saperne di più su Cfs e sul nostro piano per portare l'energia da fusione commerciale sul mercato», scrive la società.
La lettera, una sorta di white paper della fusione, è rivolta sia al governo federale che ai singoli Stati Usa, e parte dai numeri: nel mondo operano 53 aziende impegnate nello sviluppo di questa tecnologia, che a differenza della classica fissione nucleare non genera reazioni a catena e promette di produrre energia illimitata replicando quella del sole. Tutte insieme, hanno raccolto oltre 10 miliardi di dollari di investimenti tra capitali pubblici e privati. Più della metà hanno sede proprio negli Stati Uniti, dove si concentra la parte più dinamica della ricerca industriale. Secondo il white paper, i primi impianti commerciali potrebbero arrivare nei primi anni 2030. Le centrali progettate dalle startup più avanzate avrebbero dimensioni nell’ordine di centinaia di megawatt. Il progetto di Cfs, per esempio, si basa sulla centrale Arc che sviluppa la fusione a confinamento magnetico, con una potenza stimata di circa 400 Mw.
Per poter avviare la fase commerciale, la società sta costruendo nel Massachusetts il reattore dimostrativo Sparc, progettato per realizzare la produzione di energia netta da fusione grazie all’utilizzo di magneti superconduttori ad alta temperatura.Il documento sollecita le amministrazione statali a identificare i meccanismi di finanziamento locali e federali e a creare un registro delle licenze ad accesso aperto per i progetti di fusione approvati, permettendo così ad altri enti regolatori in tutto il Paese di beneficiare di applicazioni già collaudate per i progetti di fusione.
La crescita della domanda elettrica legata ai data center e all’intelligenza artificiale ma anche ai veicoli elettrici è uno dei fattori che stanno spingendo l’interesse industriale verso la fusione, sostiene Cfs.
La Virginia settentrionale, dove nella contea di Chesterfield dove sarà realizzata la prima centrale Arc, è già oggi uno dei principali hub mondiali dei data center e tra le aree con la crescita più rapida dei consumi elettrici.Per questo il white paper invita gli Stati americani a prepararsi per tempo. Il documento individua cinque linee di intervento per attrarre i futuri impianti: preparare siti industriali pronti alla costruzione, accelerare le procedure autorizzative, riconoscere la fusione nelle politiche energetiche come fonte pulita, estendere incentivi fiscali e sviluppare competenze regolatorie locali sui materiali radioattivi. In particolare, si suggerisce di finanziare «programmi di riqualificazione o bonifica dei brownfield» per ridurre i costi e «incoraggiare la localizzazione e lo sviluppo di siti pronti» per i nuovi impianti a fusione.
Secondo Cfs, ospitare una centrale a fusione potrebbe generare investimenti industriali nell’ordine dei miliardi di dollari, oltre allo sviluppo di nuove filiere tecnologiche avanzate.
«Nonostante le sfide tecnologiche ancora aperte, l’afflusso di capitali privati e l’interesse di grandi aziende energetiche e digitali (come Google, per esempio) indicano che la fusione sta progressivamente uscendo dai laboratori di ricerca per avvicinarsi a una possibile applicazione industriale nel prossimo decennio», si legge nel documento. (riproduzione riservata)