Quel lunedì di marzo del 2000 a Milano si respirava già aria di primavera. Il termometro davanti a Palazzo Mezzanotte segnava 15 gradi e il sole illuminava una piazza degli Affari affollata di auto in sosta e senza la scultura di Maurizio Cattelan, quella con il dito alzato (il nome ufficiale è Love) che sarebbe arrivata molti anni dopo. I fratelli Gioacchino e Baldassarre Marradi avevano confessato il sequestro lampo dell’imprenditore milanese del tessile Fabio Tacchinardi «perché era l’unica persona ricca che conoscevano», mentre a San Vito al Tagliamento (Pordenone) era ricomparso Unabomber con un ordigno nascosto in una bomboletta di stelle filanti, rimasto fortunatamente inesploso. Al governo c’era Massimo D’Alema e Giuliano Amato era ministro del Tesoro. Si ragionava in lire (anche se le azioni erano negoziate da un anno in euro) e si parlava di inflazione sopra il 2% per il caro-petrolio. La Bce aveva risposto con una serie di rialzi dei tassi, culminati con il record del 4,75% nell’ottobre. Ma Piazza Affari continuava a correre.
Curiose analogie tra l’Italia di allora e quella di oggi. Tra il record del Mib30 di quel lunedì 6 marzo a 50.109 punti e il nuovo massimo dello scorso 25 maggio, quando il Ftse Mib ha toccato i 50.220 punti. Tra l’euforia delle dot-com, i titoli legati a internet e alle telecomunicazioni che avevano conquistato il listino, e l’entusiasmo per l’AI. Ventisei anni sono serviti alla borsa di Milano per tornare in vetta e nel frattempo molte cose sono cambiate.
Il Mib30 è diventato prima S&P Mib, nel 2004, e poi Ftse Mib, nel 2009. La borsa milanese è finita sotto il controllo del colosso Euronext e molti titoli che avevano contribuito alla cavalcata del 2000 non esistono più per effetto di aggregazioni e delisting o sono finiti in crisi.
Nel Mib30 di quel marzo al primo posto per capitalizzazione c’era Telecom Italia, che faceva capo alla Olivetti di Roberto Colaninno attraverso Tecnost, che valeva 83 miliardi. Ma al secondo posto c’era Tim, la controllata nata nel 1995 per «vivere senza confini», come recitava la pubblicità di allora, che valeva 82 miliardi. Insieme superavano 165 miliardi: oggi lo stesso gruppo non arriva a 16.
Dopo Enel, Eni e Generali sul listino svettava Seat Pagine Gialle, quella degli elenchi telefonici, che nel 2000 raggiunse il record di 23 miliardi di market cap e venne premiata come azienda con la migliore capacità reddituale. Un successo che non durò a lungo: dopo varie vicissitudini Seat naufragò in tribunale con la richiesta di concordato preventivo nel 2013.
Le banche invece, grandi protagoniste del Ftse Mib dei giorni nostri, avevano ancora un’anima locale e facevano del numero degli sportelli la principale spia della crescita. Il colosso era (ieri come allora) Unicredit. Nel 2000 valeva 21 miliardi, oggi 108. Una crescita passata attraverso maxi-acquisizioni culminate nel 2007 con Capitalia. Subito sotto sul listino c’era San Paolo-Imi (20 miliardi), che si sarebbe poi fusa con Banca Intesa (16,7 miliardi) e Banca Commerciale Italiana (9,1 miliardi). Ma sul Mib30 trovavamo anche Bipop-Carire, che capitalizzava 17 miliardi superando allora Fiat, valutata in quei giorni appena 10 miliardi.
Nel paniere milanese c’era anche Montedison, il gigante della chimica convertitosi a polo energetico e agroalimentare finito nel mirino dell’immobiliarista Luigi Zunino, che lanciò un’opa da oltre 4 miliardi. E Aem (Azienda Elettrica Milanese, 3,6 miliardi), il cui destino in quei mesi si legò a Montedison e al risiko dell’energia, trovando sponda in Asm Brescia e Amsa, da cui nacque A2A.
Tra le società che non esistono più, oltre a Tecnost, il veicolo usato per la scalata su Telecom Italia, c’era anche Olivetti. L’azienda aveva inventato il personal computer dieci anni prima dell’Ibm, ispirando i giganti della Silicon Valley, e le sue azioni valevano 17 miliardi. Trasformata in holding di partecipazioni, fu incorporata da Colaninno in Telecom.
Nel Ftse Mib si sono fatti spazio nel tempo nuovi campioni. Nella top 10 attuale spiccano realtà che nel 2000 non erano quotate o avevano un peso marginale come Ferrari, Stm e Prysmian.
Il Cavallino è quotato dal 2015, quando l’ex numero uno di Fiat, Sergio Marchionne, ne decise lo spin-off con l’obiettivo di valorizzare a pieno il potenziale di Ferrari, marchio di lusso allora sotto il gruppo Fiat-Chrysler, e oggi in Exor. Nonostante un calo di quasi il 30% nell’ultimo anno, la società ha comunque una market cap di oltre 55 miliardi e stacca nettamente Stellantis (il conglomerato nato dalla fusione di Fiat prima con l’americana Chrysler e poi con il gruppo francese Psa) a quota 20,3 miliardi.
Il passare degli anni ha inoltre fatto emergere le grandi ex aziende di Stato: Enel, Eni ma anche Poste Italiane e Leonardo, l’ex Finmeccanica, che capitalizza 30,4 miliardi, contro i 13 miliardi del 2000.
Il gigante dei semiconduttori Stm, nato nel 1987 dalla fusione tra l’italiana Sgs Microelettronica e la francese Thomson Semiconducteurs, è andato in borsa proprio all’inizio del nuovo Millennio, quando il Mib30 era lanciato verso il record. Ventisei anni dopo è il settimo titolo per market cap nel Ftse Mib, a quota 54,5 miliardi. Sempre nel campo industriale brilla Prysmian (44,5 miliardi): il gruppo dei cavi sottomarini ha una lunga storia che comincia con la Pirelli ma è arrivato sul mercato nel 2007 come spinoff del gruppo milanese e di recente ha scalato il listino aggiornando il massimo storico a 157,25 euro a maggio.
Infine, nell’attuale paniere rientrano anche soggetti più giovani, attivi nei pagamenti digitali e nelle infrastrutture tecnologiche come Nexi e Inwit (che però non sono nelle prime dieci per market cap), nate rispettivamente nel 2017 e nel 2015. Entrambe stanno attraversando una fase concitata. Per Nexi si delinea un cambio nell’azionariato con Cdp Equity pronta a salire al 29,9%, mentre Inwit è impelagata nelle controversie sui canoni delle torri tlc che la oppongono a Tim e Fastweb+Vodafone. (riproduzione riservata)