Fotovoltaico in Italia: il record del 2025 e il nuovo boom dei sistemi di accumulo
Fotovoltaico in Italia: il record del 2025 e il nuovo boom dei sistemi di accumulo
Storico sorpasso delle batterie Bess di scala industriale su quelle residenziali. Ora la capacità di storage in Italia è a quota 7,4 Gw e si candida a cuscinetto di sicurezza per il sistema elettrico

di Angela Zoppo 02/07/2026 20:30

Ftse Mib
52.488,61 11.23.57

+0,12%

Dax 30
25.644,12 11.23.44

+0,25%

Dow Jones
52.900,07 10.53.41

+1,14%

Nasdaq
25.829,60 23.51.14

-0,80%

Euro/Dollaro
1,1450 11.08.51

+0,02%

Spread
77,44 11.38.21

-0,11

Il 2025 è stato un anno record secondo i dati di settore diffusi da Alleanza per il Fotovoltaico in Italia: 6,4 Gw di nuova capacità installata, una produzione di 44,3 Teravattora e una capacità complessiva salita a 43,5 Gw, quasi triplicata rispetto al 2015. C’è soprattutto un dato passato quasi sotto silenzio che, secondo gli operatori, segna la fase successiva della transizione energetica: per la prima volta i sistemi di accumulo a batteria di taglia industriale hanno superato il segmento residenziale, con oltre il 55% delle nuove installazioni. A inizio 2026 la capacità di storage nazionale ha così raggiunto 7,4 Gw per 17,9 Gwh, unsettore che sta attirando anche investimenti internazionali.

Alleanza per il Fotovoltaico: perché i sistemi di accumulo sono la chiave della transizione

Non è solo un cambio negli equilibri del mercato. Secondo Alessandro Ceschiat, portavoce di Alleanza per il Fotovoltaico in Italia, è la conseguenza naturale della crescita del solare e, al tempo stesso, la condizione perché questa possa proseguire. Le previsioni di fonti del settore indicano che la capacità fotovoltaica italiana potrebbe salire a 79-85 Gw entro il 2030, ma senza un adeguato sviluppo dell’accumulo il sistema rischia di non valorizzare pienamente l’energia prodotta. «Si sta passando da un concetto di accumulo prevalentemente residenziale a quello dei grandi impianti a terra», osserva. Gli impianti possono essere colocated, cioè abbinati a un impianto di generazione come il fotovoltaico, oppure standalone, collegati direttamente alla rete. «La batteria immagazzina l’energia quando il prezzo è basso, tipicamente nelle ore centrali della giornata quando il fotovoltaico produce di più, per poi rilasciarla quando la rete ne ha più bisogno. È una tecnologia già disponibile ora, non tra vent’anni (come per il nuovo nucleare a fusione), e permette di ridurre il prezzo medio dell’energia e la nostra dipendenza dalle fonti fossili».

È qui che, secondo Ceschiat, cambia anche il modo di misurare la transizione energetica. «Non basta più contare i megawatt di potenza installata: quello che conta è quanta energia, in megawattora, un impianto riesce davvero a rendere disponibile nelle ore in cui la rete ne ha bisogno. Due impianti con la stessa potenza possono avere una capacità di accumulo molto diversa: è lì che si gioca il valore reale del sistema». L’accumulo consente infatti di spostare l’energia dalle ore di maggiore produzione a quelle di maggiore domanda, contribuendo a contenere il costo dell’elettricità, ridurre il ricorso alle fonti fossili e rafforzare la stabilità della rete. Il tema si lega anche al rischio di sovraccarico nei mesi estivi, quando la domanda spinta dai condizionatori mette sotto pressione la rete elettrica: secondo Ceschiat, in questi momenti l’accumulo può funzionare come riserva di sistema. «La tecnologia dà stabilità alla rete per definizione. Anche fonti meno prevedibili come le rinnovabili possono diventare un cuscinetto di sicurezza».

Normative e burocrazia: cosa serve per accelerare

La diffusione di fotovoltaico e batterie assume anche una valenza strategica. «Ogni crisi internazionale ci riporta a parlare di autonomia energetica, ma non abbiamo imparato abbastanza», osserva Ceschiat, richiamando le lezioni dell’Ucraina e delle tensioni nello Stretto di Hormuz. Un sistema adeguatamente dimensionato di impianti rinnovabili e accumuli, sostiene, consentirebbe di ridurre in modo strutturale la dipendenza italiana dalle importazioni di energia.

Sul fronte normativo, il giudizio sul decreto Fer X è positivo. «Dà finalmente una programmazione di lungo termine», afferma Ceschiat, pur segnalando il rischio che aste troppo competitive possano comprimere la redditività dei progetti. Quanto alle clausole China free (ecco come funzionano le gare), l’obiettivo di rafforzare una filiera europea è condivisibile, ma «serve una vera politica industriale», perché il nodo riguarda non solo la bancabilità dei progetti, ma anche prezzi e disponibilità dei componenti.

Se la direzione è tracciata, il principale collo di bottiglia resta però quello autorizzativo. «Il sistema per le batterie è costruito meglio rispetto a quello del fotovoltaico, ma mancano le persone per farlo funzionare», conclude Ceschiat. «Gli uffici del ministero e delle Regioni sono sottodimensionati rispetto al numero di pratiche da esaminare. Rafforzare gli organici è la condizione per accelerare davvero la transizione energetica». (riproduzione riservata)