Ford migliora le previsioni per il 2026 dopo aver chiuso il terzo trimestre con risultati superiori alle attese degli analisti, ma deve fare i conti con un nuovo aumento dei costi delle materie prime e con le tensioni commerciali in Nord America. Il gruppo dell’auto americano guidato da Jim Farley ha registrato ricavi per 49,5 miliardi di dollari e un utile operativo adjusted di 2,7 miliardi, confermando la tenuta della redditività nonostante le difficoltà produttive che hanno interessato i pick-up F-150 e le pressioni sui costi industriali. L’utile netto si è attestato a 2 miliardi di dollari, mentre l’utile adjusted per azione ha raggiunto 49 centesimi, superando i 40 centesimi previsti dal consenso.
Alla luce dei risultati, Ford ha rivisto al rialzo la parte inferiore della guidance annuale sull’ebit adjusted, portandola da 10 a 10,5 miliardi di dollari, mentre il limite superiore resta invariato a 11 miliardi. Il nuovo intervallo indica quindi una maggiore fiducia del management nella capacità del gruppo di raggiungere gli obiettivi di redditività, nonostante il contesto industriale rimaga complesso.
Uno degli elementi più positivi della trimestrale riguarda la generazione di cassa. Nel terzo trimestre Ford ha registrato un free cash flow adjusted di 4,7 miliardi di dollari, confermando per l’intero 2026 una previsione compresa tra 6 e 7 miliardi. Il dato dimostra la capacità del gruppo di generare liquidità anche in presenza di maggiori costi industriali e investimenti per il rinnovo della gamma.
Resta invece in perdita il business delle automobili elettriche. La divisione Ford Model e ha registrato un risultato operativo negativo per circa 1,1 miliardi di dollari nel trimestre, confermando le difficoltà economiche del gruppo nella transizione verso le vetture a batteria. Il colosso Usa continua a sostenere investimenti nello sviluppo di nuovi modelli e tecnologie, ma la redditività del business elettrico resta distante da quella delle attività tradizionali.
La differenza tra le due attività rimane uno dei principali problemi strategici per Ford. I pick-up e i suv con motorizzazioni tradizionali e ibride continuano a sostenere gli utili e la generazione di cassa, mentre la divisione elettrica assorbe risorse finanziarie. L’obiettivo del management è quindi ridurre i costi dei futuri modelli a batteria e concentrare gli investimenti sui progetti con maggiori possibilità di raggiungere la redditività.
Il principale elemento di pressione restano però le materie prime. Ford ha aumentato da circa 2 a 2,5 miliardi di dollari la stima dell’impatto negativo dell’aumento dei loro prezzi nel 2026, il che si traduce in maggiori costi previsti rispetto alla base di confronto utilizzata dal gruppo. A incidere sono soprattutto l’acciaio, il rame e altri materiali utilizzati nella produzione automobilistica, in un contesto nel quale le catene di fornitura continuano a essere esposte a tensioni commerciali e difficoltà operative.
Il gruppo è poi impegnato a completare il recupero della produzione dei pick-up F-150, uno dei modelli più importanti per la redditività della divisione nordamericana, dopo i problemi di approvvigionamento provocati da un incendio presso un impianto del fornitore di alluminio Novelis. Il direttore finanziario Sherry House ha spiegato che il ripristino delle attività del fornitore è ormai sostanzialmente completato e Ford punta a normalizzare progressivamente la produzione, riducendo l’impatto delle interruzioni sui volumi e sui costi.
Oltre che sui risultati finanziari, il management ha richiamato l’attenzione sulle tensioni commerciali nordamericane. Farley ha ribadito la necessità di raggiungere un’intesa tra Stati Uniti, Canada e Messico per ridurre l’incertezza che grava sull’industria automobilistica del Nord America. Il problema riguarda soprattutto l’integrazione delle filiere produttive. I grandi costruttori americani producono veicoli e componenti nei tre Paesi, con materiali e parti che possono attraversare più volte le frontiere prima dell’assemblaggio finale. L’applicazione dei dazi aumenta quindi i costi anche per aziende che hanno negli Stati Uniti il proprio mercato principale.
Ford ritiene che un quadro commerciale più favorevole sia necessario per competere con i costruttori giapponesi e sudcoreani, che beneficiano di accordi tariffari differenti. La questione interessa direttamente anche le altre due big americane, General Motors e Stellantis, entrambe fortemente integrate nel sistema produttivo nordamericano. Per il gruppo guidato da Antonio Filosa, in particolare, l’evoluzione delle relazioni commerciali tra Washington e Ottawa è uno dei fattori chiave nel percorso di recupero della redditività in Nord America. (riproduzione riservata)