Se le borse corrono senza sosta, Wall Street aggiorna continui massimi storici e il Ftse Mib viaggia intorno ai 50.000 punti il mestiere di gestore attivo è più complesso che mai. Secondo quanto svelato da MF-Milano Finanza, a fine 2025 il tasso di successo a un anno per i money manager azionari, ovvero la quota di coloro che ha battuto la gestione passiva, si è attestato al 31,2%. E su orizzonti più lunghi i numeri diventano impietosi: 19,9% a tre anni, 15,4% a cinque, 11,4% a dieci anni.
Il lavoro di stock picker parrebbe seriamente compromesso: dal progresso tecnologico degli Etf sempre più automatizzati, ma anche da mercati che, trainati dai grandi nomi – big tech negli Usa, banche in Italia – sembrano avvicinarsi a livelli di efficienza sempre più elevati.
Molti money manager hanno deciso di rilanciare, sfidando la gestione passiva proprio in ciò che l’Etf non potrà mai fare: sganciarsi dai benchmark. E magari scovare quei titoli dimenticati dai grandi indici che hanno un grande potenziale per crescere.
Come ha detto un consulente a MF-Milano Finanza nel corso dell’ultimo Salone del Risparmio di Assogestioni, è sempre più complesso proporre alla clientela fondi attivi in cui il gestore non fa altro che sovra o sottopesare un titolo o un settore, ma sempre tra i paletti di un benchmark. A queste condizioni, ha detto l’esperto, il risparmiatore tende a preferire l’Etf passivo. Il discorso cambia quando si propone un’alternativa: affidarsi a stock picker con ampia libertà di azione (anche assoluta), affidandosi alle loro competenze e alla flessibilità nella selezione dei titoli – ad esempio, in caso di momenti di crisi per un determinato settore – per provare a generare una extra-performance di lungo periodo.
Il caso di Piazza Affari è un banco di prova interessante. In base ai dati forniti da Morningstar, solo due fondi attivi sono riusciti negli ultimi cinque anni a battere gli Etf sul Ftse Mib, che hanno registrato un total return – comprensivo di dividendi – annualizzato nell’ordine del 20%. Al secondo posto, una performance a cinque anni annualizzata del 20,2%, c’è un comparto storico di Eurizon (gruppo Intesa Sanpaolo), il Fideuram Italia, gestito da Luigi Degrada che, nella fase attuale di mercato, sta puntando sui titoli industriali (+2% rispetto al benchmark) e meno su utility e beni di consumo.
Mentre al primo posto, con un total return annuo del 24,1%, c’è il comparto Lemanik Sicav High Growth, un fondo gestito da Andrea Scauri, che proprio durante il Salone ha passato ai raggi X con MF-Milano Finanza i pilastri della sua strategia.
Il fondo di Scauri ha un benchmark dichiarato, il Bloomberg Italy L, Mid & Small Cap. «Ma il nostro lavoro è pura gestione attiva. Non siamo costretti a tenere un titolo che pesa molto nel benchmark se non rientra tra le nostre convinzioni», sottolinea il money manager.
A cosa serve quindi avere un indice con cui confrontarsi? Essenzialmente per il calcolo delle commissioni di performance, che il comparto di Lemanik applica secondo la struttura high water mark. In buona sostanza, il sottoscrittore pagherà delle commissioni aggiuntive se alla fine dell’anno solare il fondo avrà ottenuto una performance positiva rispetto all’anno precedente e se avrà contestualmente battuto l’indice di confronto. Tuttavia, aggiunge Scauri, «ci sono stati momenti storici in cui il fondo è totalmente slegato dal benchmark, e la fase attuale è una di queste. Attualmente non siamo investiti in petroliferi ma siamo al contempo sovrappesati nel mondo tech-semiconduttori».
«Noi abbiamo un perimetro, che è il mercato italiano, e in quel perimetro identifichiamo storie dove vediamo un valore in senso assoluto», spiega il money manager. Nella fase attuale il comparto di Scauri ha una netta sovraesposizione sulla tecnologia, che pesa il 14% contro il 3% circa del Ftse Mib. La scommessa più forte è quella su Stm, che nel 2026 ha più che raddoppiato la sua capitalizzazione. «Abbiamo aperto la posizione a inizio anno», ricorda il gestore. «Stm ha sempre fatto chip per elettronica di consumo e auto, ma senza legami con l’intelligenza artificiale. Adesso l’ingresso nel mercato dei chip per AI e robot umanoidi ha portato a un importante re-rating del titolo».
Ma Scauri fa anche altre scommesse importanti. Una è Danieli, che pesa più del 7%. «Da quando lo abbiamo acquistato ha quintuplicato il valore», sottolinea lo stock picker. Un altro esempio è Stellantis, che nel fondo ha un peso del 5,6%. Qui Scauri ha adottato un approccio contrarian. «Si tratta di un titolo non particolarmente amato dal mercato in questa fase storica. La nostra scommessa però è importante, perché pensiamo che la storia di Stellantis sarà basata su joint venture con produttori cinesi che possano portare a piena capacità produttiva gli stabilimenti europei».
Naturalmente, maggiore discrezionalità significa anche una maggiore volatilità dei risultati: i fondi molto svincolati dai benchmark possono attraversare lunghi periodi di sottoperformance rispetto agli indici.
Rimane comunque il fatto che negli ultimi nove anni il fondo di Lemanik ha battuto il suo benchmark due anni su tre. Ma un approccio di questo tipo, avverte Scauri, non è possibile per tutti. «Per un fondo di dimensioni medie, al massimo 700-800 milioni – il nostro è nell’ordine dei 300 –, si può fare una gestione attiva molto spinta», sottolinea. Ma questo «non è più possibile per i fondi più grandi, per ragioni di liquidità: noi stessi quando dobbiamo vendere una mid-cap dobbiamo farlo con una certa razionalità, perché in un mercato piccolo movimenti molto grandi rischiano di far muovere i titoli in modo eccessivo».
Insomma, all’aumentare delle dimensioni slegarsi troppo dal benchmark e mettere in portafoglio delle pmi rischierebbe di creare shock di liquidità nel mercato: i gestori da oltre un miliardo di masse, volenti o nolenti, hanno le mani più legate.
Contestualmente, ci sono altri fondi totalmente senza benchmark. La tabella Morningstar in basso riunisce – con tutte le classi disponibili – quelli su Piazza Affari che abbiano uno storico di almeno cinque anni. Al primo posto c’è l’iMgp Italian Opportunities di Decalia, che nelle sue varie classi oscilla tra il 16,5% e il 18% annualizzato. Ci sono poi comparti specializzati in piccole e medie imprese, come il Leadersel Pmi di Ersel. Carlo De Vanna, co-responsabile della gestione sull’azionario italiano, spiega che «il mercato si sta dimostrando molto efficiente nella misura in cui associa multipli elevati ai settori con maggiore visibilità, cioè utility e tecnologia, multipli bassi ai ciclici ed ai titoli legati ai consumi, e multipli intermedi ai finanziari ed ai petroliferi».
È proprio in questo contesto «che emerge il valore aggiunto di un fondo senza benchmark ma con un obiettivo di ritorno assoluto: ci sembra che il settore industriale offra buone opportunità, ma restiamo pronti a cambiare strategia qualora la situazione dovesse richiederlo».
E per finire c’è la galassia dei Pir, molti dei quali sono sganciati dai benchmark per avere la possibilità di andare a individuare i campioni tra le pmi quotate. Tra gli alternativi, ad esempio, c’è il Raffaello Pir di Banor, gestito da Angelo Meda. Il fondo vede tra le prime partecipazioni Talea Group (6,3%), Revo (5,4%) e Mondadori (5,4%). (riproduzione riservata)