Fondi pensione: in anteprima i rendimenti 2025. E ora al via la riforma della previdenza complementare. Cosa fare subito
Fondi pensione: in anteprima i rendimenti 2025. E ora al via la riforma della previdenza complementare. Cosa fare subito
Rispetto all’1,9% del tfr lasciato in azienda, in media i comparti negoziali hanno fruttato il 4,3% e gli aperti il 4,5%. Mentre i migliori hanno realizzato oltre il 19%

di di Paola Valentini 16/01/2026 20:00

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Per i fondi pensione il 2026 è iniziato sotto i migliori auspici. Non soltanto perché la Legge di Bilancio di quest’anno segna un punto di svolta importante per il sistema italiano della previdenza complementare avendo introdotto diverse modifiche mirate a incentivare l’adesione ai fondi pensione (che meritano molta più importanza nei portafogli delle famiglie vista la pressione sul sistema di welfare pubblico).

Ma anche perché i rendimenti del 2025 sono di tutto rispetto grazie al buon andamento dei mercati. E così i fondi si presentano di fronte alle novità della manovra potendo esporre risultati ben superiori al tradizionale parametro di confronto rappresentato dalla rivalutazione del tfr che resta in azienda e che nel periodo ha fatto + 1,90% netto (si apprezza dell’1,5% fisso più il 75% dell’indice di inflazione Istat). Mentre in media i fondi pensione negoziali (sulla base delle anticipazioni raccolte da MF-Milano Finanza su un campione di comparti che rappresentano oltre il 90% del mercato) hanno registrato un rendimento medio del 4,3%, ma c’è anche chi ha superato il 13%. E i fondi pensione aperti (dati Fida) hanno reso in media il 4,5% (si vedano le tabelle in pagina) con picchi del 19%. Intanto la terza gamba della previdenza integrativa, quella dei pip (polizze individuali pensionistiche), ha tempi più lunghi per la rendicontazione dei risultati (gli ultimi dati attualmente disponibili, quelli Covip al 30 settembre scorso, evidenziano una performance media del 2,9%).

Al via la portabilità del contributo del datore di lavoro

In ogni caso tutte e tre le forme di pensione complementare potranno da luglio di quest’anno giocare ad armi pari. Difatti la legge di bilancio introduce un cambio di passo nella previdenza complementare, ampliando la libertà di scelta dei lavoratori senza penalizzazioni sul contributo aziendale. La manovra consente di conservare il versamento del datore di lavoro al fondo pensione anche nel caso in cui il dipendente opti per una forma diversa da quella prevista dal contratto collettivo di riferimento. Finora il contributo dell’azienda era riconosciuto esclusivamente ai fondi di categoria, quindi i negoziali, mentre chi sceglieva un fondo aperto o un piano individuale pensionistico (Pip) lo perdeva (a meno che questi comparti non avessero siglato un accordo ad hoc con l’azienda). Un vincolo destinato ora a venire meno. Il nuovo meccanismo richiama da vicino quanto avviene nel comparto dell’rc auto: l’obbligo di copertura resta, ma la scelta dell’intermediario diventa libera. Una portabilità del contributo aziendale è accolta con favore dai fondi pensione aperti e dalle forme individuali, finora escluse da questa componente del versamento. Non si tratta tuttavia di una portabilità universale, perché la norma riguarda i lavoratori già iscritti e non chi aderisce per la prima volta. Resta comunque una leva potenzialmente efficace per rilanciare l’adesione alla previdenza complementare, considerando che oggi il 65% dei lavoratori italiani non dispone di alcuna integrazione alla pensione pubblica.

Pochi scritti ai fondi pensione

I numeri della Covip confermano il ritardo strutturale: gli iscritti ai fondi pensione sono 11,4 milioni, nonostante la previdenza complementare sia stata avviata da quasi 20 anni. Le maggiori criticità riguardano soprattutto le generazioni più giovani, interamente soggette al metodo di calcolo contributivo, in vigore per chi ha iniziato a lavorare dal 1996. Un sistema che, a differenza di quello retributivo, lega l’assegno finale ai contributi effettivamente versati e alla continuità delle carriere, rendendo le pensioni future più incerte. Proprio a questi lavoratori guarda un’altra novità contenuta nella manovra. A partire da luglio, i neoassunti saranno iscritti automaticamente a un fondo pensione attraverso il conferimento del tfr, salvo esplicita rinuncia. Dal 1° luglio, in assenza di una scelta entro 60 giorni, il trattamento di fine rapporto dei nuovi dipendenti del settore privato confluirà nel fondo pensione collettivo previsto dal contratto, secondo il principio del silenzio-assenso (e i lavoratori potranno poi aggiungere un proprio contributo, scelta che fa scattare anche l’obbligo per l’azienda di versare il proprio contributo).

Il precedente più significativo risale al 2007, anno di avvio della riforma della previdenza complementare: nei primi sei mesi, grazie al silenzio-assenso, gli iscritti passarono da 3,2 a oltre 4,5 milioni. Negli anni successivi per i nuovi assunti, in mancanza di una scelta entro sei mesi, il tfr veniva comunque destinato a un fondo di categoria, ma la spinta iniziale si è progressivamente esaurita.

Le altre misure per il rilancio

Accanto a queste misure strutturali, la manovra interviene anche con una serie di ritocchi mirati: dall’aumento della deducibilità dei contributi (da 5.164,57 a 5.300 euro annui) alla maggiore quota di montante riscattabile in forma di capitale (dal 50 al 60%), fino all’introduzione di nuove tipologie di rendita. Strumenti pensati per offrire maggiore flessibilità in uscita e rispondere in modo più efficace alle diverse esigenze dei lavoratori. Resta da verificare come queste novità saranno accolte dai giovani e dai lavoratori ancora non iscritti. Un punto di partenza per scegliere a quale comparto aderire sono i rendimenti anche se, avverte la Covip, questi sono soggetti ad ampie oscillazioni: se un comparto ha conseguito risultati molto positivi in un determinato arco temporale, non vi è la certezza che negli anni a venire lo stesso continuerà a risultare ugualmente profittevole (e viceversa).

Faro sui costi della previdenza integrativa

Per questo è necessario valutarli in un’ottica di lungo periodo. Se i rendimenti sono incerti, invece i costi sono noti a priori e rappresentano un altro elemento importante nella scelta perché possono fare molta differenza nella prestazione finale alla luce dell’orizzonte temporale tipico della previdenza complementare. Come avverte la Covip: «Particolare attenzione va inoltre dedicata ai costi, tendenzialmente stabili nel tempo, in quanto essi hanno un’incidenza rilevante sull’ammontare della prestazione finale: su un periodo di partecipazione di 35 anni, un minor costo annuo dell’1% si traduce in una prestazione finale più alta del 18-20%».

L’esempio di Solidarietà Veneto

La Covip mette a disposizione sul proprio sito il comparatore dei costi che permette di paragonare l’onerosità dei fondi pensione. Proprio sul tema dei costi si concentra Paolo Stefan, direttore del fondo negoziale Solidarietà Veneto (dipendenti delle aziende della regione Veneto) prendendo spunto dal risultato del comparto Dinamico, utilizzato soprattutto dalle persone più giovani (età media 34 anni) e che raccoglie circa il 40% circa degli aderenti. «Nel solo 2025 il rendimento ha superato il 7%, ma è il dato di lungo periodo a risultare ancor più brillante: 66% negli ultimi dieci anni, pari ad un rendimento medio netto annuo superiore al 5%. Risultato apprezzabile anche perché maturato attraverso fasi di mercato complesse e ottenuto senza ricorrere a strategie particolarmente aggressive: 60% azioni, 40% obbligazioni. Spesso per poter ottenere performance simili si è spinti a utilizzare strumenti più rischiosi. Strumenti che il mercato offre, ma a caro prezzo. E, conti alla mano, i costi finiscono frequentemente per annacquare il rendimento lordo». (riproduzione riservata)