Il decreto 1° maggio su cui sta lavorando in questi giorni il governo italiano potrebbe portare novità sul fronte della previdenza complementare. Nelle bozze c’è una previsione specifica che introduce la copertura obbligatoria contro il rischio di non autosufficienza (la cosiddetta long term care) da parte dei fondi pensione.
Intanto si registra una marcia indietro importante: il decreto Pnrr appena approvato in via definitiva dal Senato ha posticipato dal 1° luglio al 31 ottobre 2026 la data di avvio della portabilità della posizione individuale a tutti i fondi pensione senza perdere il contributo del datore di lavoro (si veda box). Attualmente il passaggio da fondi negoziali a fondi pensione aperti o piani individuali pensionistici (pip) non permette di trasferire il contributo aziendale.
Tutte le altre disposizioni della legge di bilancio 2026 sono invece confermate con decorrenza 1° luglio, a partire dal nuovo meccanismo di iscrizione automatica alla previdenza complementare per i giovani neoassunti nel settore privato.
In mancanza di una scelta esplicita entro 60 giorni, il trattamento di fine rapporto (tfr) e i contributi aggiuntivi (sia personali, nella misura minima stabilita dagli accordi collettivi, sia del datore di lavoro) confluiranno automaticamente nel fondo pensione negoziale del proprio contratto collettivo di lavoro.
Un’altra novità di quest’anno riguarda l’investimento dei contributi in caso di adesione tacita. Finora in questa ipotesi la posizione dell’aderente è stata investita di default nella linea di tipo garantito.
La riforma 2026, invece, prevede che i contributi siano investiti tenendo conto dell’orizzonte temporale a disposizione e dell’età dell’aderente: ad esempio, per i giovani il fondo dovrà adottare inizialmente un profilo più dinamico (con una quota azionaria maggiore), oppure strategie tipo life cycle, in sostanza linee che permettono di esporre a inizio carriera il portafoglio di più alle azioni per poi diminuirle con il passare degli anni.
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La manovra 2026 ha introdotto anche nuove modalità di erogazione della rendita (la soglia massima per il prelievo in capitale al momento del pensionamento passa dal 50 al 60% del montante totale, il restante 40% rimane destinato alla rendita mensile), rendendo il fondo pensione uno strumento ancora più flessibile. In questo senso il focus è soprattutto sui prelievi liberi: si potrà decidere quando e quanto prelevare, anche se bisognerà restare nel limite della cifra maturata con la rendita a durata definita. Questa opzione permetterà di ricevere un assegno periodico per un numero di anni prestabilito, basato sull’aspettativa di vita Istat. In caso di decesso prima della fine del periodo, l’importo che resta nel fondo viene liquidato agli eredi.
Ma l’attenzione è pure sul fisco dato che la legge di bilancio ha aumentato da quest’anno la soglia di deducibilità dei contributi versati da 5.164 a 5.300 euro l’anno. Questo si traduce in un risparmio immediato sulle tasse in busta paga e si somma agli altri elementi di tassazione agevolata dei fondi pensione che restano invariati: i rendimenti sono imponibili al 20% (oppure al 12,5% per i titoli di Stato), contro il 26% dei comuni investimenti finanziari e la prestazione finale subisce un’aliquota che scende dal 15% al 9% in base agli anni di permanenza nel fondo, premiando quindi l’adesione in giovane età.
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«I fondi pensione sono uno strumento capace di coniugare tutela del risparmio dei lavoratori e investimenti di lungo periodo. Rafforzare la cultura previdenziale significa anche offrire ai giovani una prospettiva più stabile», dice Maurizio Grifoni, presidente del fondo negoziale Fon.Te. Ma come si presenta sul fronte dei rendimenti la previdenza complementare alle prime novità che partono a luglio? Dopo un 2025 molto brillante la crisi dei mercati innescata dalla guerra in Medio Oriente ha frenato le performance come emerge dalle analisi di MF Milano Finanza che ha raccolto i risultati del primo trimestre dei fondi pensione negoziali e degli aperti (in questo ultimo caso la fonte è Fida). I primi hanno registrato nel periodo gennaio-marzo una media del -0,84% e i secondi del -1,23%, attestandosi sotto la tradizionale asticella di confronto dei rendimenti dei fondi pensione, ovvero la rivalutazione del tfr che resta in azienda e che nel periodo ha segnato un +1,19%. Un risultato positivo perché la liquidazione si apprezza dell’1,5% fisso all’anno più il 75% dell’inflazione Istat. E, come si è visto con gli ultimi dati, i prezzi al consumo stanno iniziando a salire per via dell’aumento dei costi delle materie prime provocato dal conflitto Usa-Iran.
«Niente lieto fine per la finanza mondiale nel primo trimestre 2026. Dopo un ottimo avvio d’anno, nel mese di marzo i mercati hanno corretto sia sull’azionario che sull’obbligazionario», ricorda Paolo Stefan, direttore del comparto negoziale Solidarietà Veneto. Va anche detto che dal punto di vista dei nuovi iscritti un ribasso dei mercati offre un punto di ingresso favorevole. Ma tutto sommato i fondi hanno retto, merito soprattutto della diversificazione del portafoglio, che ha contribuito a proteggere la performance anche in marzo, dopo il buon risultato dei primi due mesi. E aggiunge Stefan: «nelle prime settimane di aprile, si registra un vigoroso quanto paradossale rialzo dei mercati. Mentre gli investitori manifestano intatti timori per gli inevitabili impatti della crisi in Medio Oriente, i mercati cancellano le perdite di marzo e ritornano sui massimi. È una buona notizia per chi risparmia, specie se i risultati saranno confermati a fine aprile». (riproduzione riservata)