Dopo anni di immobilismo, il 2026 può essere l’anno della riscossa dei fondi pensione. La legge di Bilancio appena approvata in via definitiva introduce infatti alcune norme che hanno tutte le carte in regola per accendere i riflettori e dare una scossa al comparto della previdenza complementare al quale aderiscono finora solo poco più di un terzo dei lavoratori italiani. D’altra parte tra vita che si allunga e vincoli di bilancio più stringenti, il welfare pubblico è sempre più sotto pressione e il governo si deve adeguare di conseguenza: da una parte con la stretta sulle pensioni anticipate (stop a Quota 103 e Opzione Donna) inserita in manovra e dall’altra puntando sullo sviluppo della previdenza integrativa. Partendo da un dato allarmante: il 65% non ha alcun assegno di scorta alla rendita erogata dal sistema pubblico. Dagli ultimi dati della Covip, emerge che gli aderenti ai fondi pensione sono 11,4 milioni, nonostante il modello della previdenza complementare sia nato quasi 20 anni fa. E soprattutto il numero degli iscritti continua a mostrare un lento sviluppo.
Nei nove mesi 2025, rilevano le statistiche dell’autorità di controllo presieduta da Mario Pepe, la crescita è stata del 3,1%, ovvero poco più di 300 mila iscritti, rispetto agli 11,12 milioni di fine dicembre 2024. Nel 2024 c’era stato un incremento analogo rispetto ai 10,7 milioni di fine 2023 (si veda la tabella in pagina). Sono soprattutto le pensioni dei giovani che hanno bisogno di interventi a sostegno perché a loro si applica integralmente il metodo di calcolo contributivo (in vigore per chi ha iniziato a lavorare dal 1996) che a differenza del retributivo, legato agli ultimi stipendi, è molto più insicuro perché dipende dai contributi versati e quindi dalla continuità delle carriere.
E la manovra introduce novità proprio per questi soggetti: da luglio i neo-assunti saranno iscritti automaticamente ai fondi pensione (come per tutti i lavoratori, l’adesione avverrà con il versamento del Tfr al quale è possibile aggiungere un proprio contributo). In sostanza dal primo luglio prossimo, in assenza di esplicita opzione entro 60 giorni, il trattamento di fine rapporto dei nuovi dipendenti del settore privato verrà destinato al fondo pensione collettivo di riferimento (previsto dai contratti) con la formula del silenzio-assenso. Il primo silenzio-assenso era stato attivato nel semestre gennaio-giugno 2007, anno di avvio della riforma della previdenza complementare, e diede un impulso significativo al sistema, con un aumento del numero di iscritti in sei mesi pari al 43,2%, da 3,2 milioni a oltre 4,5 milioni. Il meccanismo è poi rimasto in vigore per i nuovi assunti ma con una modalità opposta a quella introdotta dalla manovra 2026: se entro sei mesi dall'assunzione non esprimevano una scelta, il loro Tfr veniva destinato d'ufficio a un fondo pensione di categoria. Non ha però funzionato. Negli anni successivi, ricorda Itinerari Previdenziali, la spinta inizialmente offerta dall’introduzione di questo meccanismo è andata a esaurirsi.
Un’altra importante novità è la portabilità, anch’essa in vigore da luglio. La legge di Bilancio consente al lavoratore di mantenere il contributo che l’azienda versa al fondo pensione in aggiunta al suo anche nel caso in cui scelga un fondo diverso da quello previsto dal proprio contratto collettivo di riferimento. Finora invece soltanto i fondi di categoria (quindi in sostanza i negoziali) potevano accogliere il versamento dell’azienda, mentre nel caso il lavoratore avesse scelto un fondo diverso (fondo pensione aperto o polizza individuale pensionistica) lo avrebbe perso. Questa limitazione verrà meno. In pratica sarà come avviene per le assicurazioni auto: sono obbligatorie, ma la scelta tra una compagnia e l’altra è libera.
Una portabilità più ampia può diventare un’opportunità per aumentare la partecipazione. Ed è vista con favore dai fondi pensione aperti e dalle polizze individuali pensionistiche, le due tipologie che accanto ai negoziali concorrono a formare l’architettura della previdenza integrativa, perché potranno giocare ad armi pari con questi ultimi. O quasi. Perché «per ora la portabilità del contributo aziendale è prevista, stando alla legge di Bilancio, per chi è già iscritto, mentre non sarebbe in vigore per chi aderisce per la prima volta. Così quindi la norma rischia di creare divisioni tra operatori, mi aspetto in ogni caso un grande attivismo soprattutto da parte dei fondi pensione aperti», spiega Paolo Pellegrini, vice direttore generale del Mefop.
Purtroppo però «la manovra cancella la norma introdotta dalla legge di Bilancio 2025 che prevedeva per i lavoratori del sistema contributivo di sommare i contributi versati all’Inps con quelli destinati ai fondi pensione per raggiungere i requisiti di un importo pari a tre volte l’assegno sociale per andare in pensione a 64 anni. Speriamo che il governo ci ripensi», dice Pellegrini. Infine ci sono provvedimenti di ritocco: dall’aumento della deducibilità dei contributi e della quota di montante che si può ottenere come capitale, fino a nuove tipologie di rendita. «Grazie a queste ultime il comparto dei fondi pensione ha raggiunto un’ampia offerta di flessibilità in uscita in grado di soddisfare le diverse esigenze dei lavoratori», conclude Pellegrini. (riproduzione riservata)