I fondi pensione negoziali, insieme a sindacati e parti datoriali, vanno in pressing contro le norme della riforma delle pensioni che introducono la portabilità del contributo del datore di lavoro verso fondi aperti e polizze. Il dialogo con il governo si sta intensificando.
Senza ulteriori rinvii le nuove regole, previste dalla legge di Bilancio 2026, entreranno in vigore il prossimo 31 ottobre e rischiano di essere dirompenti per il settore: finora, per avere diritto al contributo economico del datore di lavoro previsto dal proprio contratto nazionale, il lavoratore dipendente doveva iscriversi e a rimanere nel fondo pensione negoziale di categoria (chiuso). Se decideva di trasferire i propri risparmi previdenziali (tfr compreso) verso un fondo aperto o un piano individuale pensionistico perdeva la quota a carico dell'azienda, pari in media all’1-2% della retribuzione lorda. Un evidente freno alla migrazione.
Con la nuova riforma, il contributo del datore di lavoro diventerà appunto «portabile» e il dipendente potrà trasferire la propria posizione previdenziale verso qualsiasi altra forma pensionistica (aperta o Pip), senza perdere il diritto a ricevere la quota aziendale nel nuovo fondo scelto. Una norma che porterà concorrenza nel mercato della previdenza complementare, a vantaggio del lavoratore, sostengono le assicurazioni e le banche.
Ma dall’altra parte ci sono i fondi negoziali, insieme ai sindacati e le parti datoriali che già a maggio scorso hanno pubblicato un manifesto congiunto sostenendo che «lungi dal creare condizioni di parità e competitività tra le diverse forme complementari, negoziali e aperte, la portabilità darebbe luogo ad una obiettiva discriminazione dei fondi negoziali che, com’è noto, non possono ricevere iscrizioni provenienti da ambiti diversi da quello contrattualmente definito».
Con quella lettera il settore riuscì a incassare una proroga della portabilità del contributo del datore di lavoro, che venne posticipato dal 31 luglio al 31 ottobre. Il countdown è iniziato. Se si vuole intervenire sulla norma, circoscrivendone gli effetti o cancellandola, come chiesto nel manifesto, non si può aspettare fine ottobre. Le prossime due settimane saranno quindi decisive.
Le primissime stime d’impatto della portabilità del contributo di lavoro, in verità, non sarebbero allarmanti. L’effetto sarebbe di circa il 10-15% sui patrimoni. Ma con la portabilità si creerebbe soprattutto incertezza, sostengono i fondi negoziali che sono arrivati a gestire quasi 85 miliardi di euro di asset. Il rischio sarebbe di togliere al Paese la capacità e le risorse per fare investimenti strategici di lungo periodo.
Sul tavolo delle trattative con il governo i fondi sarebbero anzi disposti a mettere un’accelerazione degli investimenti in economia reale: un paper pubblicato in questi giorni dal presidente del fondo Perseo Sirio, Riccardo Realfonzo, lancia per esempio l’idea di Fondo Nazionale di protezione, con capitale pubblico limitato e rotativo, e meccanismi di protezione dalle perdite e distribuzione asimmetrica dei rendimenti, che possa far convergere l’interesse dei lavoratori, delle imprese e del Paese. Proprio oggi, 24 settembre, è in programma un evento organizzato da Assofondipensione e Teha Group sul ruolo dei fondi negoziali, con la partecipazione di sindacati e i rappresentanti del governo, e la portabilità promette di essere il convitato di pietra. (riproduzione riservata)