La geopolitica fa di nuovo scacco matto all’economia mondiale. Lo spettro della recessione non è più un timore lontano ma una minaccia concreta. Nel World Economic Outlook di aprile 2026, il Fondo Monetario Internazionale delinea uno scenario soffocato dalle tensioni geopolitiche e dall'instabilità nel Golfo Persico. «Ancora una volta, l’economia globale è minacciata di essere deviata dalla sua rotta», avverte il Fmi, che mette in guardia dalle conseguenze del blocco dello Stretto di Hormuz.
In questo scenario, l’Italia rimane impantanata. Il Fmi prevede una crescita marginale del pil dello 0,5% nel 2026 e 2027. Un dato che conferma la fragilità strutturale del sistema Paese, fortemente vulnerabile alle turbolenze energetiche esterne. Il rallentamento è un tratto comune a tutta l’Eurozona (pil atteso +1,1% nel 2026 e +1,2% nel 2027), ma colpisce duramente anche la Germania. Berlino, frenata dall’incremento del deficit e dai massicci investimenti pubblici in difesa e infrastrutture, stenta infatti a superare lo 0,8%.
È però lo scenario «estremo» a dominare le preoccupazioni del Fondo. In caso di danni estesi alle infrastrutture energetiche, la crescita globale potrebbe subire un taglio di 1,3 punti percentuali già nel 2026. Un colpo sufficiente a spingere il pil mondiale sotto la soglia del 2%, quella che storicamente coincide con una recessione globale. Un evento raro, verificatosi solo quattro volte dal 1980, inclusi gli anni della crisi finanziaria e della pandemia.
L’impatto non si esaurirebbe nel breve periodo. Le stime indicano effetti persistenti anche nel 2027, con una crescita globale ridotta al 2,2%. Parallelamente, l’inflazione tornerebbe a salire con forza, alimentata dall’impennata dei prezzi energetici: il livello generale dei prezzi raggiungerebbe il 5,8% nel 2026 e il 6,1% nel 2027. Una dinamica che costringerebbe le banche centrali a irrigidire nuovamente la politica monetaria, con rialzi dei tassi più marcati rispetto alle attese.
Di fronte all’incertezza, il Fmi abbandona il tradizionale scenario centrale e introduce una «previsione di riferimento», costruita sull’ipotesi di un conflitto limitato e temporaneo. In questa traiettoria, le interruzioni dovute alla guerra si esaurirebbero entro la metà del 2026. Anche in tal caso, tuttavia, la crescita globale rallenta al 3,1% nel 2026 e al 3,2% nel 2027, al di sotto del ritmo registrato negli anni precedenti.
L’inflazione resterebbe elevata, al 4,4% nel 2026, per poi ridursi gradualmente al 3,7% nel 2027. Ma la tenuta complessiva nasconde una crescente divergenza tra economie. Gli Stati Uniti continuano a espandersi a un ritmo relativamente sostenuto, attorno al 2,3%, grazie alla spesa pubblica e agli effetti ritardati dell’allentamento monetario. La Cina cresce del 4,4%, ma deve fare i conti con fattori strutturali che ne frenano il potenziale, dal rallentamento immobiliare al calo della forza lavoro.
Il vero fattore discriminante resta però l’energia. In uno scenario intermedio, meno estremo ma comunque critico, il Fmi ipotizza rincari dell’80% per il petrolio e del 160% per il gas a partire dal secondo trimestre del 2026. In questo caso, la crescita globale si fermerebbe al 2,5%, mentre l’inflazione salirebbe al 5,4%.
Le conseguenze sarebbero immediate: erosione dei redditi reali, aumento dei prezzi alimentari, crescita dei costi di trasporto e un generale deterioramento delle condizioni finanziarie. I premi di rischio salirebbero e i mercati più fragili sarebbero esposti a nuove ondate di vendite. A pagare il prezzo più alto sarebbero soprattutto le economie emergenti importatrici di materie prime, colpite in misura quasi doppia rispetto ai Paesi avanzati.
Secondo Pierre-Olivier Gourinchas, capo economista del Fmi, «l’economia mondiale si trova ad affrontare un’altra difficile prova». La prospettiva di un mondo più multipolare non implica necessariamente una maggiore frammentazione, ma il rischio è concreto. Per questo, sottolinea, diventa essenziale rafforzare la cooperazione internazionale.
Il contesto impone scelte difficili. Le banche centrali si trovano di fronte a un dilemma: contrastare l’inflazione o sostenere la crescita. Il Fmi insiste sulla necessità di preservare la credibilità e l’indipendenza della politica monetaria, considerata l’unica vera ancora contro il rischio di una spirale inflazionistica.
Sul fronte fiscale, i margini sono sempre più ridotti. Il debito pubblico continua a salire: negli Stati Uniti è atteso al 142% del pil entro il 2031, mentre nell’area euro si avvicinerà al 90%. Dopo anni di stimoli straordinari, il Fondo invita a politiche più mirate, temporanee e sostenibili, evitando interventi generalizzati che rischiano di aggravare gli squilibri. (riproduzione riservata)