Flacks rilancia: non solo l’ex Ilva, in Italia comprerò altre società. Pronto a trasferire il mio quartier generale
Flacks rilancia: non solo l’ex Ilva, in Italia comprerò altre società. Pronto a trasferire il mio quartier generale
Intervista all’imprenditore anglo-americano Michael Flacks che ha presentato un’offerta per l’impianto siderurgico di Taranto: «Gestisco un fondo multimiliardario, ho il sostegno dei miei investitori. La mia proposta è strategica per la siderurgia europea, Jindal vuole portare la produzione in Oman»

di Anna Di Rocco 21/04/2026 22:30

Ftse Mib
47.779,56 10.39.53

-0,26%

Dax 30
24.224,91 10.39.44

-0,19%

Dow Jones
49.149,38 10.37.20

-0,59%

Nasdaq
24.259,96 7.25.15

-0,59%

Euro/Dollaro
1,1752 10.24.56

+0,00%

Spread
75,14 10.54.35

-0,58

«Ho sempre fatto soldi investendo in aziende che nessuno voleva». Inizia così il lungo colloquio che Michael Flacks dal Four Seasons di Milano ha con MF-Milano Finanza. Il proprietario del fondo americano Flacks Group, in corsa per acquisire l’ex Ilva, è arrivato in Italia ed è determinato a restarci. Dopo la tappa meneghina, in cerca di uffici, Flacks è atteso a Roma e poi, venerdì, a Taranto. Ma l’acciaio è solo la punta dell’iceberg. L’investitore rivela un’acquisizione imminente di un gruppo italiano e lancia l’ultima fida all’esecutivo: «Se il governo mi vende l’Ilva, sposto l’headquoter in Italia».

Domanda. Mr. Flacks, perché è così interessato all’ex Ilva di Taranto?

Risposta. Perché è una delle più grandi opportunità industriali oggi in Europa. Acciaierie d’Italia non è un problema: è un gigante in difficoltà che può tornare a essere competitivo. Altri vedono un sito da ridimensionare, io vedo un polo da rilanciare. Con investimenti, tecnologia e una gestione seria, la nuova Ilva può diventare un modello industriale moderno, sostenibile e capace di generare valore stabile nel tempo.

D. L’Ilva non è solo un asset industriale, ma anche un tema politico: che ruolo può avere il governo?

R. Il governo ha la responsabilità della scelta. Noi stiamo offrendo una soluzione concreta: rilancio industriale, tutela dell’occupazione e un futuro credibile per Taranto. L’Europa ha bisogno di acciaio europeo. E l’Italia ha bisogno di un grande polo siderurgico forte, non di un problema da gestire o da ridimensionare.

D. Ha già individuato partner industriali?

R. Sì, siamo in contatto con Marcegaglia, Danieli e Metinvest. L’interesse è reale e concreto. Ma senza la firma del governo non possiamo chiudere nulla. Non abbiamo chiesto scudi penali, non abbiamo posto condizioni. Ora però il tempo è decisivo: più si aspetta, più si rischia di compromettere definitivamente il futuro dell’impianto.

D. È convinto che il governo Meloni venderà a lei?

R. Io so che la nostra è la proposta più solida. Garantiamo continuità industriale e fino a 10 mila posti di lavoro. Non voglio salvare l’Ilva per tenerla in vita artificialmente: voglio farla crescere. La domanda di acciaio c’è ed è destinata ad aumentare — infrastrutture, edilizia, automotive, il Ponte sullo Stretto e la futura ricostruzione dell’Ucraina.

D. Considera l’acciaio un tema politico?

R. È un settore strategico. Senza acciaio non c’è industria, non c’è autonomia, non c’è sicurezza economica. E in ambiti come la difesa non possiamo permetterci di dipendere dall’esterno.

D. Non è l’unico ad aver presentato un’offerta: c’è anche Jindal Steel…

R. Qui bisogna essere molto chiari: Jindal non offre un futuro credibile né per Taranto né per l’industria europea. Non è solo una questione finanziaria, è una questione strategica. L’Europa ha bisogno di produrre acciaio in Europa, non di dipendere da produzioni spostate altrove. Sembra vogliano portare una parte della produzione in Oman. È una scelta legittima, ma una soluzione di questo genere porta l’industria siderurgica italiana non solo fuori dai confini nazionali ma al di là di quelli europei. E questo oggi è un rischio enorme.

D. Ci sono altre differenze tre le due offerta?
R.
C’è anche un tema sociale: si parla di piani che prevedono una drastica riduzione dell’occupazione, fino a dimezzare i posti di lavoro. Se l’Italia decidesse di andare in quella direzione, sarebbe un suicidio industriale: per Taranto, per l’acciaieria e, inevitabilmente, anche per il governo che si assumerebbe questa responsabilità. Noi siamo arrivati quando la situazione era estremamente difficile, offrendo qualcosa di completamente diverso: capitali reali, un piano industriale solido, integrazione con partner europei e garanzie concrete per i lavoratori.

D. Qual è la vostra visione?
R.
Se cresce l’Ilva, cresce Taranto. Cresce il porto, che può diventare un hub strategico nel Mediterraneo. Cresce l’aeroporto, cresce l’indotto, cresce l’economia locale. Noi vogliamo far rinascere una città, non semplicemente gestire un’acciaieria. Gestisco un fondo multimiliardario, con il pieno supporto degli investitori. Abbiamo le risorse, la struttura e la visione per riportare Taranto al centro della strategia industriale europea.

D. C’è un interesse del fondo nei confronti di altri gruppi italiani?

R. Sì. Farò un annuncio a breve su un’altra operazione importante in Italia. Non è un investimento isolato: è una strategia. Voglio costruire una presenza industriale stabile e di lungo periodo nel Paese.

D. L’Italia può avere un peso maggiore nel vostro portafoglio?

R. Assolutamente sì. Oggi vedo più opportunità in Italia che in altri grandi Paesi europei. Se acquisiremo l’ex Ilva, valuteremo anche di portare l’headquarter a Milano o a Roma. Sarebbe una scelta concreta, non simbolica.

D.Sta valutando altre operazioni nel settore siderurgico?

R. Sì. Ho cercato di acquisire British Steel prima della nazionalizzazione e sto valutando altre opportunità, come ThyssenKrupp. L’obiettivo è chiaro: costruire una presenza forte nel settore siderurgico europeo. D’altronde sono europeo. Non si può affrontare il mondo di oggi dipendendo dall’acciaio che arriva dalla Cina. (riproduzione riservata)