Il fisco italiano trova una sola consolazione nella classifica della competitività: quello francese fa peggio. Nell’International Tax Competitiveness Index 2025 della Tax Foundation, l’Italia occupa il 37° posto su 38 Paesi Ocse, davanti soltanto alla Francia. Un risultato che richiama l’attenzione sulla capacità di raccogliere risorse senza scoraggiare investimenti e attività economica.
La fotografia, tuttavia, presenta differenze significative tra le diverse componenti del prelievo. E accanto alle criticità emergono anche elementi più favorevoli alle imprese, che il giudizio complessivo rischia di lasciare in ombra.
I punti più deboli sono le imposte sul patrimonio, per le quali l’Italia è ultima, e quelle sui consumi, che la collocano al penultimo posto. Il rapporto segnala la sovrapposizione di prelievi su trasferimenti immobiliari, successioni, transazioni finanziarie e alcune attività patrimoniali. Nella lettura del centro studi americano, questa articolazione può interferire con le decisioni di risparmio, investimento e impiego del capitale.
Sul versante dell’Iva, all’aliquota ordinaria del 22% si accompagna la sesta base imponibile più ristretta dell’Ocse. Il problema individuato riguarda quindi anche l’estensione del prelievo: aliquote ridotte, esenzioni e trattamenti particolari fanno sì che l’aliquota ordinaria racconti soltanto una parte del funzionamento dell’imposta.
Il quadro migliora nelle altre categorie: l’Italia è 27ª per la tassazione delle società, 16ª per quella sui redditi personali e 20ª per le regole fiscali transfrontaliere. Queste posizioni vanno lette secondo i criteri dell’indice: il sedicesimo posto sui redditi personali, per esempio, non equivale a dire che il peso fiscale sul lavoro sia tra i più bassi.
Tra i punti di forza, la scheda italiana indica la possibilità di dedurre i costi degli investimenti in macchinari, fabbricati e beni immateriali in misura superiore alla media. Il rapporto valuta inoltre positivamente la rete di convenzioni fiscali con 103 Paesi. Sono aspetti meno immediati delle aliquote, ma rilevanti quando un’impresa calcola il rendimento di un investimento o pianifica un’attività internazionale.
Parigi chiude la graduatoria, penalizzata anche dalla sovrattassa temporanea sulle società con ricavi elevati: secondo il rapporto, questa porta l’aliquota marginale massima combinata sugli utili al 36,1%, il livello più alto dell’Ocse. Si tratta dell’aliquota massima comprensiva delle maggiorazioni considerate, non del prelievo applicato indistintamente a tutte le imprese.
Il confronto franco-italiano mette così in evidenza due profili di debolezza. Per Roma pesano soprattutto la struttura delle imposte patrimoniali e quella sui consumi; per Parigi si aggiunge una penalizzazione particolarmente forte sul versante degli utili societari.
È un tema che entra direttamente nel dibattito sulle coperture di bilancio. Chiedere un contributo aggiuntivo alle imprese più grandi può offrire risorse nell’immediato, ma richiede di valutare anche gli effetti sulle decisioni di investimento. Per un’azienda conta il rendimento che resta dopo le imposte, insieme alla possibilità di prevedere il trattamento fiscale durante la vita dell’investimento.
In testa figurano Estonia, Lettonia e Nuova Zelanda. L’indice esamina oltre 40 variabili, premiando competitività e neutralità del prelievo: l’obiettivo è valutare quanto le regole fiscali condizionino le scelte economiche. Non è quindi una graduatoria dei Paesi nei quali si pagano semplicemente meno tasse, né una valutazione della qualità dei servizi finanziati dalle entrate. Il criterio scelto dalla Tax Foundation privilegia sistemi con basi imponibili ampie e un numero contenuto di trattamenti particolari. (riproduzione riservata)