Il presidente Usa Donald Trump è tornato ad attaccare il numero uno della Fed Jerome Powell dopo i dati sull’inflazione Usa. Il carovita (indice Cpi) negli Stati Uniti a dicembre è rimasto al 2,7% (stesso valore di novembre), in linea con le attese. L’inflazione core, cioè al netto di energia e cibo, si è fermata al 2,6%, poco sotto le previsioni di mercato. Così Trump ha scritto su Truth: «Jerome Too Late Powell dovrebbe tagliare i tassi in modo significativo!».
Il giorno precedente Powell ha risposto alla notizia dell’indagine su di lui da parte del dipartimento di Giustizia Usa sottolineando, con un intervento del tutto inusuale: «La minaccia di accuse penali è una conseguenza del fatto che la Federal Reserve fissa i tassi sulla base della nostra migliore valutazione di ciò che è nell’interesse pubblico, piuttosto che seguire le preferenze del presidente». Ma queste parole non sono bastate a fermare le intromissioni di Trump nella politica monetaria che ormai vanno avanti da mesi.
I mercati si aspettano due tagli quest’anno da parte della Fed, ma non nella prossima riunione del 28 gennaio. La prima riduzione dei tassi (dopo le tre del 2025) è scontata quasi al 100% per il meeting di giugno, il primo dopo la fine del mandato di Powell a maggio. Secondo Ing «l’inflazione moderata negli Stati Uniti lascia aperta la porta ad almeno altri due tagli dei tassi».
Ieri alcuni tra i maggiori banchieri centrali globali, tra cui la presidente Bce Christine Lagarde (per conto dell’intero consiglio direttivo) e quello della BoE Andrew Bailey, hanno espresso «piena solidarietà» a Powell e hanno sottolineato che «l’indipendenza delle banche centrali è un pilastro fondamentale della stabilità dei prezzi, finanziaria ed economica».
Sulla stessa linea Jamie Dimon, ceo di JpMorgan, ha detto che intaccare l’indipendenza della Fed «non è una grande idea. E avrà conseguenze opposte a quelle desiderate. Aumenterà le aspettative di inflazione e probabilmente aumenterà i tassi nel tempo».
Il governatore della Banca di Francia François Villeroy de Galhau ha messo in guardia dalla «possibilità di un calo del dollaro se l’indipendenza della Fed venisse messa in discussione». Questo comporterebbe probabilmente un calo dell’inflazione nell’Eurozona, allontanando così le ipotesi di un rialzo dei tassi Bce.
In questo scenario i dati di inflazione sono apparsi secondari rispetto agli attacchi alla Fed. Secondo Goldman Sachs Asset Management «è probabile che i dati sull’inflazione siano destinati a non rappresentare più un trigger primario del mercato ma che diventino un vincolo secondario, dato che il mercato è sempre più concentrato sui rischi per l’indipendenza della Federal Reserve».
In ogni caso secondo Berenberg l’inflazione di dicembre «non ha fornito indicazioni che suggeriscano un prossimo allentamento delle pressioni eccessive sui prezzi». In particolare gli economisti hanno sottolineato che «se l’inflazione alimentare dovesse persistere, non sarà certamente di aiuto al presidente Donald Trump e al partito repubblicano nelle elezioni di medio termine del novembre 2026».
Alcuni ritengono che i dazi non stiano producendo effetti significativi sul carovita ma Berenberg ha ricordato, citando alcune recenti ricerche, che «forse senza le tariffe, l’inflazione statunitense avrebbe potuto raggiungere l’obiettivo del 2%». L’effetto dei dazi potrebbe intensificarsi nei prossimi mesi, quando le imprese potrebbero smettere di assorbire buona parte delle tariffe. (riproduzione riservata)