Family office, ecco come guerre e shock energetico cambiano i portafogli dei super-ricchi
Family office, ecco come guerre e shock energetico cambiano i portafogli dei super-ricchi
Conflitti, inflazione e instabilità geopolitica stanno trasformando le strategie dei family office: cresce il peso di liquidità e investimenti alternativi. Oro e stress test diventano strumenti chiave per proteggere i grandi patrimoni

di Francesca Gerosa 08/05/2026 20:00

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La guerra non è più percepita come un evento straordinario. Per i family office è diventata una variabile strutturale, destinata a incidere sulle strategie patrimoniali almeno quanto l’inflazione e i tassi. I conflitti in Ucraina e Medio Oriente, uniti alla nuova frammentazione geopolitica globale, stanno modificando profondamente il modo in cui le grandi famiglie gestiscono ricchezza, successione e allocazione del capitale. Oggi la priorità non è più soltanto la performance, ma la resilienza.

«I conflitti recenti hanno definitivamente incrinato l’assunto, implicito nei portafogli pre-2020, di un contesto geopolitico neutrale. Nei family office italiani», sottolinea a Milano Finanza Gianluigi Serafini, partner dello studio legale GA-Alliance, esperto in wealth management, «si osserva uno spostamento netto verso la protezione del patrimonio, con un’attenzione crescente alla resilienza giuridica e fiscale delle strutture. Non si tratta più solo di asset allocation, ma di architettura patrimoniale». La distinzione è cruciale.

Il rischio alla guida

Se fino a pochi anni fa il focus era prevalentemente finanziario, oggi la tenuta delle strutture societarie, fiscali e successorie diventa parte integrante della strategia di investimento. Anche perché, osserva Serafini, la teoria degli shock ciclici è ormai superata: il rischio geopolitico è diventato permanente. Non a caso oltre il 60% dei family office globali lo considera tra i principali driver di investimento. In questo scenario cambiano anche i modelli decisionali. Gli strumenti quantitativi tradizionali, basati sulle correlazioni storiche, mostrano limiti evidenti di fronte a eventi discrezionali come sanzioni, guerre commerciali o crisi energetiche. Per questo cresce il peso delle valutazioni legali e regolatorie ex ante, che entrano stabilmente nei processi di investimento.

Più energia

Peraltro, aggiunge Serafini, «il perdurare di situazioni di guerra e il conseguente riarmo a livello internazionale ha fatto crescere l’interesse per investimenti nel settore degli armamenti e dell’aerospazio, comparti che fino a un paio di anni fa erano considerati non coerenti con la virtuosità dei portafogli», incompatibili con i criteri Esg più rigorosi.

Parallelamente, il rincaro strutturale dei costi energetici sta producendo effetti selettivi sui patrimoni. «Vengono penalizzati gli asset immobiliari obsoleti e i settori industriali ad alta intensità energetica, mentre crescono le opportunità nelle infrastrutture energetiche, nella logistica e nelle rinnovabili», prosegue il partner di GA-Alliance.

Non a caso è tra i temi di investimento ritenuti più interessanti (52%) per i prossimi 12 mesi dai family office intervistati da Pwc che hanno indicato l’intelligenza artificiale (88%) come il settore dove ci sarà più fermento nel corso del 2027, seguono sicurezza/cybersecurity (64%), salute/biotecnologie (60%), trasformazione digitale (52%), robotica (48%) e acqua (40%). Il risultato è una trasformazione profonda dell’asset allocation.

E investimenti alternativi

I family office stanno aumentando l’esposizione agli investimenti alternativi (oltre il 50%), quindi private equity, venture capital, private debt, hedge fund, commodity, come si vede nel grafico estrapolato dal report Family Office Survey 2026 di Pwc da cui emerge che gli investimenti diretti in società, i co-investimenti e i club deals sono visti con grande favore da chi ha grandi patrimoni. Ma anche la liquidità, mediamente di un +20% (nei portafogli varia dall’8% al 10%), e «riducendo la dipendenza dall’equity quotato tradizionale, sempre più concentrato sul mercato statunitense, rendendo secondari i mercati europei che sono sempre più fragili. Il portafoglio oggi è meno benchmark-driven», quindi meno legato ai saliscendi di mercati, «e più costruito su logiche assolute di preservazione del capitale», spiega Serafini.

Liquidità alla Buffett

In questo contesto torna centrale il tema della liquidità. Dopo anni in cui detenere cash rappresentava quasi un costo, il ritorno dei tassi positivi ne ha rivalutato il ruolo strategico. «La liquidità non è più soltanto una riserva, ma uno strumento di gestione attiva, consentendo di sfruttare la grande volatilità dei mercati», osserva il partner di GA-Alliance.

Una strategia condivisa anche da grandi investitori come Warren Buffett visto che la sua Berkshire Hathaway siede su una montagna di cash: quasi 400 miliardi di dollari, segnale di prudenza sui mercati e della volontà di mantenere massima flessibilità operativa. Ed è proprio qui che emerge il confronto con l’oro, tradizionale bene rifugio nei periodi di crisi.

Per Serafini, i due strumenti rispondono, però, a esigenze differenti: «L’oro resta un asset di protezione estrema, ma non offre flessibilità operativa. La liquidità prevale quando occorre intervenire rapidamente: crisi di mercato, opportunità distressed, esigenze familiari o fiscali». Nei family office più evoluti, dunque, la distinzione è funzionale: protezione contro operatività.

Bitcoin con le pinze

Più marginale, almeno per ora, il ruolo delle criptovalute. L’interesse cresce soprattutto tra le nuove generazioni, ma i limiti restano evidenti: volatilità, incertezza regolatoria e criticità fiscali (in Italia disciplina in evoluzione). «Più che una vera asset class autonoma, le crypto vengono osservate come componente accessoria o come esposizione indiretta alle infrastrutture tecnologiche», afferma Serafini.

Il nuovo scenario geopolitico sta, inoltre, aumentando la complessità organizzativa dei patrimoni familiari internazionali. Elmira Shahbazi, managing director di Lexia Private, evidenzia come l’incertezza normativa e politica, unita al cosiddetto «great wealth transfer», stia spingendo le famiglie a riconsiderare in chiave strategica le strutture giuridiche e organizzative dei propri patrimoni.

In questo scenario «si stanno affermando modelli più articolati e resilienti, spesso basati su strutture multi-giurisdizionali, con l’obiettivo di garantire maggior flessibilità operativa e capacità di adattamento a un quadro regolamentare in continua evoluzione», spiega Shahbazi. «I patrimoni sono sempre più cross-border e più strutturati. Seguono le persone e, con esse, si muovono tra diverse giurisdizioni per esigenze imprenditoriali, personali e di pianificazione successoria».

L’evoluzione del quadro normativo in materia di trasparenza fiscale e antiriciclaggio rappresenta uno dei principali fattori di trasformazione per i family office in un momento in cui l’instabilità globale sta cambiando il rapporto stesso con il rischio. «Le famiglie richiedono con sempre maggior frequenza analisi di scenario e stress test articolati, che non riguardano più soltanto la componente finanziaria del patrimonio, ma la tenuta complessiva delle strutture patrimoniali.

La Next-Gen

E il trasferimento di ricchezza verso la Next-Gen sta modificando profondamente la percezione del rischio geopolitico. «La Next-Gen tende, infatti, ad adottare un approccio più consapevole e articolato, mostrando una sensibilità accentuata verso le dinamiche geopolitiche, i temi Esg e i rischi reputazionali. Il rischio non è più percepito soltanto in termini finanziari ma», conclude Shahbazi, «come un insieme di variabili interconnesse che possono incidere sulla stabilità del patrimonio nel lungo periodo». (riproduzione riservata)