Era tutto pronto, o quasi. Dopo anni di crisi industriale, cassa integrazione e tentativi di rilancio rimasti incompiuti, il governo si preparava a presentarsi al tavolo con i sindacati (convocato per martedì 28 luglio) con una soluzione per il futuro di Acciaierie d’Italia: il nuovo proprietario dell’ex Ilva.
L’accordo era ancora da definire nei dettagli, ma per i commissari straordinari rappresentava il punto di caduta di una trattativa lunga e complessa. Una strada per chiudere finalmente il dossier più pesante dell’industria italiana. Poi è arrivato il colpo di scena. La decisione della Corte d’Appello di Milano sullo stop dell’area a caldo ha cambiato il quadro proprio alla vigilia dell’incontro convocato a Palazzo Chigi con le organizzazioni sindacali. La sospensione degli impianti entro 90 giorni rimette infatti in discussione il percorso di cessione che il governo considerava ormai vicino alla conclusione.
Il problema non è soltanto giudiziario, ma soprattutto industriale: quale valore può avere oggi? La partita, a questo punto, va riscritta. «La sentenza mi sembra chiara, ordina la chiusura dell’area a caldo. È un fatto che stravolge la fase di cessione che era decisamente avanzata, prossima alla definizione. Ma in questo momento sono cambiate le condizioni di vendita», ha dichiarato ieri 26 luglio il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, dopo il via libera del Consiglio dei ministri a nuovi 100 milioni di euro proprio a favore dell’ex Ilva, per garantire la continuità aziendale e completare il percorso di cessione delle attività.
La riunione a Palazzo Chigi è stata convocata d’urgenza proprio dopo il provvedimento della Corte d’Appello di Milano. Il governo ha sottolineato come la decisione dei giudici intervenga «proprio nel momento in cui si era prossimi alla formalizzazione dell’accordo per la cessione dell’intero complesso industriale a un primario operatore siderurgico».
La sentenza impone infatti ad Acciaierie d’Italia la sospensione dell’attività nell’area a caldo fino alla completa rimozione dell’amianto ancora presente negli impianti e all’adozione delle misure necessarie per riportare le emissioni di polveri sottili entro i limiti di sicurezza. Un intervento che riguarda gli impianti centrali del ciclo siderurgico: Cokerie, Agglomerato, Altiforni, Acciaierie e parchi minerali.
La Corte d’Appello di Milano, presieduta da Marianna Galioto, ha accolto parzialmente il reclamo presentato da un gruppo di genitori tarantini contro Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia, ribaltando il precedente orientamento del Tribunale di Milano che aveva respinto la richiesta di sospensione. Secondo i giudici, i rischi sanitari devono essere «ridotti entro i limiti di sicura accettabilità».
Il primo nodo riguarda l’amianto. La Corte osserva che, a differenza dalla precedente Autorizzazione integrata ambientale, l’obbligo di rimozione è scomparso dall’Aia del 2025, nonostante si tratti dell’unica causa accertata del mesotelioma da asbesto: una patologia che nell’area di Taranto e Statte presenta un’incidenza superiore alle attese.
L’altro fronte riguarda le polveri sottili. Per la Corte, il continuo superamento dei limiti di emissione dimostra l’insostenibilità dell’attuale ciclo produttivo. Nell’ordinanza viene richiamato anche il tema della decarbonizzazione: il passaggio a un nuovo modello produttivo viene considerato la conferma dei limiti del sistema attuale e, in assenza di un vincolo che leghi la prosecuzione dell’attività alla realizzazione degli interventi previsti, lo stabilimento potrebbe continuare a operare per anni senza completare la transizione. (riproduzione riservata)