La partita per l’ex Ilva entra in una nuova fase e, come spesso accade nel dossier siderurgico più complesso d’Europa, ogni accelerazione rischia di produrre un nuovo stallo. Da una parte il fondo statunitense Flacks Group, che rilancia la propria disponibilità a investire e annuncia l’arrivo in Italia del suo fondatore Michael Flacks per una serie di incontri istituzionali. Dall’altra, il concorrente indiano Jindal Steel, che resta sul tavolo con un’offerta vincolante alternativa e continua a presidiare il dossier.
«Il team principale di Flacks Group è già operativo in Italia e vi resterà fino al raggiungimento di un accordo», si legge nella nota diffusa dal fondo americano. Il messaggio di Flacks è netto e arriva in un momento di tensione crescente sul perimetro industriale e regolatorio del sito di Taranto.
«La sospensione della centrale termoelettrica dell’ex Ilva non ci spaventa e non cambia la nostra visione strategica», afferma il gruppo in una nota. Il riferimento è alle recenti turbolenze giudiziarie e amministrative che hanno colpito lo stabilimento, incluse le tensioni legate alle disposizioni amministrative locali e al possibile contenzioso al Tar che, invece, avrebbero raffreddato gli umori di Jindal.
Il fondo americano rivendica una posizione di lungo periodo: «Nulla potrà scalfire la nostra determinazione a rilanciare lo stabilimento, proteggere i posti di lavoro e garantire un futuro solido, sostenibile e rispettoso dei più alti standard ambientali per la comunità di Taranto». Nel perimetro del progetto, Flacks sostiene di aver già condiviso un business plan con i commissari straordinari e con il governo, e di aver coinvolto «manager internazionali» per validare la fattibilità industriale dell’operazione.
Il punto politico e finanziario, però, resta il vero nodo della trattativa. Nei mesi scorsi il negoziato si era già inceppato su una serie di richieste considerate delicate dai commissari. In particolare, Flacks avrebbe chiesto un intervento pubblico temporaneo sotto forma di vendor loan tra sei mesi e un anno per sostenere la fase iniziale del rilancio. Una richiesta che ha aperto interrogativi sulla reale capacità del fondo di finanziare autonomamente un piano industriale stimato attorno ai 5 miliardi.
I commissari hanno chiesto garanzie più solide: lettere bancarie, impegni formali degli istituti di credito o una copertura diretta dell’investimento da parte del fondo. Richieste che, secondo quanto ammesso dal fondo, sono state giudicate «irricevibili» da Flacks, che ha a sua volta sottolineato come nessuna banca sarebbe oggi disposta a finanziare l’operazione, alla luce del rischio regolatorio, giudiziario e dei costi energetici non ancora stabilizzati.
Flacks ora prova a rilanciare sul piano politico e istituzionale. «Il governo ha ora manifestato disponibilità a proseguire le trattative, riconoscendo il valore strategico di questa opportunità», sostiene il gruppo. E annuncia che Michael Flacks sarà personalmente in Italia dalla prossima settimana per una serie di incontri con interlocutori istituzionali, Regioni e parti sociali. Il team operativo è già sul territorio e organizzerà incontri sia in Liguria sia in Puglia, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare il dialogo con i territori.
Sul fronte opposto, però, la presenza di Jindal Steel complica lo scenario. Il gruppo indiano avrebbe presentato un’offerta vincolante alternativa e, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, i commissari stanno mantenendo un approccio prudente, chiedendo ulteriori chiarimenti su tempi di esecuzione e impatto occupazionale. Anche in questo caso il punto centrale resta la solidità finanziaria del piano industriale. (riproduzione riservata)