Le trattative per l’acquisizione di Acciaierie d’Italia restano formalmente aperte, ma sempre più incardinate su un doppio livello: tecnico, nei confronti tra commissari e potenziali acquirenti, e politico, con il dossier ormai stabilmente nelle mani della Presidenza del Consiglio. È questo il punto centrale emerso mercoledì 6 maggio dal question time alla Camera del ministro delle Imprese, Adolfo Urso, che ha aggiornato sullo stato dell’arte senza però sciogliere i nodi decisivi.
I due soggetti in campo restano il fondo americano Flacks Group e gli indiani di Jindal Steel International, gli unici ad aver presentato offerte vincolanti. Entrambi stanno proseguendo le interlocuzioni con i commissari straordinari, con le autorità locali — in particolare Puglia e Liguria — e con gli attori finanziari coinvolti, a fronte di un piano di rilancio che richiede investimenti particolarmente complessi.
Sul fronte Flacks, ha spiegato Urso, i commissari hanno chiesto ulteriori evidenze documentali sulla capacità finanziaria del gruppo e «sono in corso approfondimenti fra i rispettivi team». Parallelamente prosegue il confronto con Jindal Steel International, gruppo attivo nella produzione di acciaio “verde”, che ha presentato un piano industriale integrato, però, con gli asset in Oman.
Nel frattempo, ha detto il ministro, la procedura resta formalmente aperta: altri soggetti possono presentare offerte migliorative in qualsiasi momento. Un passaggio che, nelle ultime settimane, ha alimentato il ritorno di un’ipotesi alternativa tutta italiana: quella di un coinvolgimento del gruppo Arvedi, eventualmente in cordata con un partner internazionale — tra i nomi circolati, Qatar Steel — e con il supporto di investitori finanziari.
Segnale, questo, che a Palazzo Chigi si starebbe già lavorando a una possibile exit strategy nel caso in cui i negoziati con Flacks e Jindal non arrivassero a una conclusione. Non a caso, lo stesso Urso ha marcato una linea di prudente distanza nella recente intervista a Milano Finanza:«Il dossier è guidato da Palazzo Chigi, dove si svolge da oltre due anni anche il confronto con i sindacati, perché riguarda competenze di più dicasteri. È in quella sede che si valuta quale sia la soluzione migliore». Parole che certificano come il baricentro decisionale si sia ormai spostato fuori dal ministero delle Imprese.
Sul piano sociale, intanto, resta aperta la partita della cassa integrazione: l’ultimo tavolo al ministero del Lavoro ha riguardato 4.450 dipendenti, ma l’accordo è stato formalizzato senza la firma dei sindacati. Attualmente i lavoratori in cassa sono 3.850, in continuità con il precedente piano. In questo quadro, la promessa di chiudere la vendita entro aprile appare ormai superata dai fatti. Più che una corsa verso il closing, la partita dell’ex Ilva somiglia sempre di più a un negoziato multilivello, in cui la variabile industriale si intreccia con quella finanziaria e, soprattutto, con una regia politica che si gioca tutta a Palazzo Chigi. (riproduzione riservata)