Il governo di Giorgia Meloni si prepara a gestire la fase più delicata della storia dell’ex Ilva: la chiusura dell’area a caldo di Taranto, fissata per il 28 ottobre, e la gestione dei lavoratori coinvolti. Per questo motivo, secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, l’esecutivo mercoledì 16 accoglierà i sindacati a Palazzo Chigi mettendo sul tavolo la bozza di un decreto. Un provvedimento specifico per Acciaierie d’Italia da approvare in tempi brevissimi. Il Consiglio dei ministri è convocato alle 16:30. Così facendo il governo scoprirà le carte sulle misure sociali che intende attivare per i lavoratori ma chiarirà anche, in parte, il disegno sul futuro industriale del sito.
Il decreto Ilva, a cui hanno lavorato di concerto diversi ministeri, interverrà in primo luogo sul fronte occupazionale. La chiusura dell’area a caldo aprirà il bacino dei licenziamenti collettivi: l’obiettivo è costruire una rete di protezione che tenga insieme lavoratori diretti e indotto. Nel pacchetto sono previsti gli strumenti per accompagnare gli esuberi: dagli scivoli pensionistici alla cassa integrazione.
Quest’ultima dovrebbe essere estesa anche alle imprese dell’indotto maggiormente esposte alle commesse dell’ex Ilva. Accanto agli ammortizzatori, il decreto dovrebbe rafforzare gli incentivi alle nuove assunzioni sul territorio tarantino. E proprio per rendere più rapido l’arrivo di nuovi investimenti, il governo punta anche sul potenziamento della Zes.
Tra le strade percorribili per la semplificazione delle procedure ci sarebbe la nomina di un commissario incaricato di seguire le pratiche e ridurre i passaggi che altrimenti coinvolgerebbero i diversi enti locali. L’intento è accelerare la riconversione dell’area e creare, almeno sulla carta, un contesto più favorevole per gli investimenti.
Il vero nodo, però, resta quello industriale. La chiusura dell’area a caldo non dovrà coincidere, nelle intenzioni del governo, con la fine della siderurgia a Taranto. Per questo l’esecutivo sembrerebbe pronto a mettere la propria partecipazione nel futuro assetto societario dell’ex Ilva, tramite Invitalia, sia per la cordata italiana sia per Jindal. Perché se il gruppo indiano ha presentato un’offerta, quello italiano è rimasto fermo alla manifestazione di interesse.
Sempre secondo quanto risulta a MF-MilanoFinanza, le 14 imprese riunite sotto la regia di Federacciai starebbero gestendo un problema legato agli interconnector, il sistema attraverso cui i grandi consumatori industriali hanno partecipato al finanziamento delle infrastrutture elettriche di interconnessione con l’estero ottenendo in cambio diritti sulla capacità di trasporto. Per una cordata composta da grandi siderurgici, tirare le fila dei coinvolgimenti ancora in corso non è un dettaglio: la riconversione green dell’ex Ilva rende la disponibilità di energia a costi competitivi una delle variabili centrali del piano industriale. (riproduzione riservata)