L’ex Ilva di Taranto si ferma: l’area a caldo, fatta di cokerie, altiforni e acciaierie, non potrà mai più ripartire. A confermarlo sono le Sezioni Unite della Cassazione che hanno respinto i ricorsi della proprietà e della gestione dello stabilimento, convalidando lo stop produttivo disposto dalla Corte d’appello di Milano. In 70 pagine di sentenza, i giudici fissano un principio netto: salute e lavoro non sono diritti contrapposti e il mantenimento dell’occupazione non può giustificare condizioni di lavoro pericolose. «Il diritto al lavoro che lo Stato deve promuovere è un diritto salubre e sicuro», si legge nella sentenza.
La decisione riguarda uno dei nodi più controversi della «farraginosa storia» industriale e giudiziaria dell’acciaieria: il rapporto tra la continuità produttiva, la tutela dei lavoratori e la salute delle centinaia di migliaia di persone che vivono nell’area di Taranto e, in particolare, nel quartiere Tamburi e Satte. E che si intreccia con il futuro dell’acciaio italiano: dalla vendita dello stabilimento, ora in amministrazione straordinaria, fino alla transizione verde del polo siderurgico.
Era il 1990 quando il Consiglio dei ministri individuò Taranto come comune «ad elevato rischio di crisi ambientale». Trentasei anni dopo è proprio l’ambiente a mettere la parola fine a questa storia: un filone, portato duramente avanti dai cittadini della città ionica, che si chiude il 29 ottobre con l’ultimo grado di giudizio nel sistema giuridico italiano.
A reggere la decisione è soprattutto la presenza di amianto nei cowpers degli altiforni, gli impianti che preriscaldano l’aria necessaria al processo produttivo. Nello stabilimento sono ancora presenti 2.140 tonnellate della sostanza, la cui nocività è «indiscussa», scrive la Corte, nonostante le 6.780 tonnellate smaltite.
Il quadro sanitario contribuisce a spiegare il giudizio. Nella popolazione di Taranto e Statte il mesotelioma è quattro volte più frequente rispetto all’atteso. Per la Cassazione, l’accertamento dei giudici di merito sui pericoli «gravi e rilevanti» che giustificano la sospensione è fondato sulle risultanze istruttorie e rispetta il principio di proporzionalità, anche considerando il protrarsi della vicenda.
La partita da giocare, adesso, è quella della vendita. La partita della vendita, d’altronde, resta l’ultima da giocare. E si tratta di una partita che l’esecutivo non può permettersi di perdere. A contendersi il futuro dell’acciaieria sono due attori: il gruppo indiano Jindal Steel e la cordata di imprenditori italiani coordinata da Federacciai. Il termine per presentare le offerte vincolanti è fissato all’8 novembre, ma la sentenza della Cassazione cambia inevitabilmente i conti dei potenziali acquirenti.
Se la cordata italiana ha già escluso l’interesse per gli altiforni, lo stop all’area a caldo impone anche a Jindal di rivedere le prospettive produttive e il valore degli asset. Il futuro del sito dovrà passare dalla decarbonizzazione, con forni elettrici e impianti per la produzione di pereridrotto, oltre che dalla bonifica delle strutture esistenti.
È su questo terreno che il governo è chiamato a dare risposte, dopo aver promesso ai sindacati continuità produttiva, prospettive industriali per tutti gli stabilimenti e la possibilità di una «partecipazione pubblica» nella futura governance. La Cassazione ha chiuso una strada: ora spetta alla politica e ai futuri acquirenti dimostrare che esiste un’alternativa capace di salvaguardare l’acciaio italiano senza sacrificare la salute dei lavoratori e dei cittadini di Taranto. (riproduzione riservata)