Ex Ilva, finisce l’era dell’acciaio italiano: la Cassazione conferma la chiusura dell’area a caldo
Ex Ilva, finisce l’era dell’acciaio italiano: la Cassazione conferma la chiusura dell’area a caldo
Respinti i ricorsi dell’attuale gestione di Acciaierie d’Italia. Presenti ancora 2.140 tonnellate di amianto negli impianti. I giudici fissano un principio netto: salute e lavoro non possono essere contrapposti. L’ultima partita da giocare è quella della vendita 

di Anna Di Rocco   29/10/2026 14:47

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L’ex Ilva di Taranto si ferma: l’area a caldo, fatta di cokerie, altiforni e acciaierie, non potrà mai più ripartire. A confermarlo sono le Sezioni Unite della Cassazione che hanno respinto i ricorsi della proprietà e della gestione dello stabilimento, convalidando lo stop produttivo disposto dalla Corte d’appello di Milano. In 70 pagine di sentenza, i giudici fissano un principio netto: salute e lavoro non sono diritti contrapposti e il mantenimento dell’occupazione non può giustificare condizioni di lavoro pericolose. «Il diritto al lavoro che lo Stato deve promuovere è un diritto salubre e sicuro», si legge nella sentenza.

La decisione riguarda uno dei nodi più controversi della «farraginosa storia» industriale e giudiziaria dell’acciaieria: il rapporto tra la continuità produttiva, la tutela dei lavoratori e la salute delle centinaia di migliaia di persone che vivono nell’area di Taranto e, in particolare, nel quartiere Tamburi e Satte. E che si intreccia con il futuro dell’acciaio italiano: dalla vendita dello stabilimento, ora in amministrazione straordinaria, fino alla transizione verde del polo siderurgico. 

Amianto e salute all’ultimo grado di giudizio

Era il 1990 quando il Consiglio dei ministri individuò Taranto come comune «ad elevato rischio di crisi ambientale». Trentasei anni dopo è proprio l’ambiente a mettere la parola fine a questa storia: un filone, portato duramente avanti dai cittadini della città ionica, che si chiude il 29 ottobre con l’ultimo grado di giudizio nel sistema giuridico italiano.

A reggere la decisione è soprattutto la presenza di amianto nei cowpers degli altiforni, gli impianti che preriscaldano l’aria necessaria al processo produttivo. Nello stabilimento sono ancora presenti 2.140 tonnellate della sostanza, la cui nocività è «indiscussa», scrive la Corte, nonostante le 6.780 tonnellate smaltite. 

Il quadro sanitario contribuisce a spiegare il giudizio. Nella popolazione di Taranto e Statte il mesotelioma è quattro volte più frequente rispetto all’atteso. Per la Cassazione, l’accertamento dei giudici di merito sui pericoli «gravi e rilevanti» che giustificano la sospensione è fondato sulle risultanze istruttorie e rispetta il principio di proporzionalità, anche considerando il protrarsi della vicenda.

Il futuro dell’acciaio italiano 

La partita da giocare, adesso, è quella della vendita. La partita della vendita, d’altronde, resta l’ultima da giocare. E si tratta di una partita che l’esecutivo non può permettersi di perdere. A contendersi il futuro dell’acciaieria sono due attori: il gruppo indiano Jindal Steel e la cordata di imprenditori italiani coordinata da Federacciai. Il termine per presentare le offerte vincolanti è fissato all’8 novembre, ma la sentenza della Cassazione cambia inevitabilmente i conti dei potenziali acquirenti. 

Se la cordata italiana ha già escluso l’interesse per gli altiforni, lo stop all’area a caldo impone anche a Jindal di rivedere le prospettive produttive e il valore degli asset. Il futuro del sito dovrà passare dalla decarbonizzazione, con forni elettrici e impianti per la produzione di pereridrotto, oltre che dalla bonifica delle strutture esistenti. 

È su questo terreno che il governo è chiamato a dare risposte, dopo aver promesso ai sindacati continuità produttiva, prospettive industriali per tutti gli stabilimenti e la possibilità di una «partecipazione pubblica» nella futura governance. La Cassazione ha chiuso una strada: ora spetta alla politica e ai futuri acquirenti dimostrare che esiste un’alternativa capace di salvaguardare l’acciaio italiano senza sacrificare la salute dei lavoratori e dei cittadini di Taranto. (riproduzione riservata)