Il salvataggio dell’ex Ilva è dietro l’angolo, ma le prospettive si fanno sempre più buie. A Taranto sono iniziate le operazioni di spegnimento definitivo degli altoforni, dopo la sentenza della Cassazione che ha confermato lo stop della produzione nell’area a caldo. E la vendita ne sta risentendo. L’interesse della cordata di imprenditori siderurgici riunita da Federacciai nell’acquisizione di Acciaierie d’Italia sembra essersi raffreddato, lasciando spazio alla proposte degli indiani di Jindal (che stanno rivedendo il piano industriale) e degli americani di Flacks Group (che sono sempre rimasti alla finestra). Una situazione che però preoccupa governo e commissari: senza concorrenti nazionali, i gruppi potrebbero presentare un’offerta al ribasso, anche sul numero dei lavoratori da riassorbire, rendendo più incerto il futuro del polo siderurgico.
La scadenza per le offerte vincolanti è fissata all’8 novembre. Ma dopo due mesi di valutazioni, gli industriali italiani stanno avendo qualche difficoltà nel presentare una proposta condivisa per rilevare la parte a freddo dello stabilimento. «La decisione non è ancora presa, quando sarà presa saremo noi a comunicarla», ha precisato il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi.
Ciò che pesa nelle prospettive degli industriali sembra essere soprattutto l’aspetto economico. I conti elaborati da Boston Consulting Group, la società di consulenza autrice della due diligence e del piano industriale, evidenziano perdite per circa 300 milioni nel primo anno e margini operativi lordi giudicati troppo contenuti. Nel primo semestre del 2026, l’ex Ilva ha perso 3 milioni al giorno , dovendo al contempo gestire debiti verso i fornitori per 1,7 miliardi e un livello di indebitamento superiore agli 8 miliardi.
Una prospettiva di risanamento complessa, considerando che alle cifre vanno aggiunti i soldi per realizzare il piano industriale della ripartenza: circa 600 milioni per la manutenzione dei laminatoi, oltre 2 miliardi per costruire un forno elettrico e la restituzione del prestito ponte (concesso dall’Unione europea sotto forma di aiuto di Stato) da 380 milioni.
La principale alternativa resta Jindal Steel International. Gli indiani stanno ridefinendo il progetto originario, che prevedeva due milioni di tonnellate di bramme prodotte a Taranto e altre quattro importate dall’Oman per essere laminate poi nell’indotto italiano dell’ex Ilva. Il venir meno della produzione primaria a Taranto rende più complessa la struttura industriale e finanziaria del piano. Jindal potrebbe quindi rivedere le condizioni economiche e occupazionali della proposta, proprio mentre i commissari temono che l’assenza di un concorrente credibile indebolisca la posizione negoziale del governo.
A riaffacciarsi sulla gara è anche l’americano Michael Flacks, che ha ribadito di essere ancora interessato: «Siamo sempre in gara, mai usciti», riferiscono persone vicine al proprietario del fondo a questo giornale. Il gruppo ha presentato un piano industriale insieme a Metinvest e Danieli, basato sulla realizzazione di un forno elettrico. Flacks attende ora una convocazione da parte dell’esecutivo.
Intanto, a Taranto è stato interrotto il preriscaldo dell’altoforno 2, l’ultimo rimasto operativo, e sono iniziate le operazioni di smontaggio dei bruciatori. Lo spegnimento dovrebbe durare una ventina di giorni. Resterà invece attiva la parte a freddo: dal 10 novembre il treno nastri 2 dovrebbe ripartire grazie a 80 mila tonnellate di bramme fornite da Marcegaglia. Sul fronte occupazionale, venerdì 6 novembre è previsto al ministero del Lavoro il confronto sulla cassa integrazione straordinaria per 8.622 dipendenti, di cui 6.964 a Taranto, fino al 28 febbraio 2027. Per l’indotto è prevista la cassa in deroga per altri 4.200 lavoratori. (riproduzione riservata)