Orsini (Confindustria) all’Ue: servono un mercato unico dei capitali e un debito comune. Sospendere gli Ets
Orsini (Confindustria) all’Ue: servono un mercato unico dei capitali e un debito comune. Sospendere gli Ets
Per il presidente di Confidustria è necessaria «una vera mobilitazione dei capitali privati. Degli oltre 6 mila miliardi di ricchezza finanziaria delle famiglie, più di 1.500 miliardi sono fermi in depositi bancari, magari a rendimento zero»

di Silvia Valente   26/05/2026 12:25

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All'Italia serve «un grande atto di responsabilità» per «tornare a una crescita del 2%, crescita che noi giudichiamo non solo necessaria ma possibile». Lo ha dichiarato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, nel suo intervento durante l'assemblea annuale dell’Associazione.

 «Negli ultimi 25 anni siamo cresciuti, in media, dello 0,4% annuo, contro l’1,4% del totale dell’Unione Europea, il 2,1% degli Stati Uniti e l’8% della Cina». Tanto che nel complesso, «il pil italiano nel 2025 è superiore di appena il 10% rispetto al 2000», laddove il pil europeo è «aumentato del 40%, quello degli Stati Uniti di quasi il 70%, quello cinese del 586%», ha detto il numero uno degli industriali, sottolineando che «l'economia italiana subisce più di altre le recessioni globali e fatica maggiormente a recuperare terreno: ci sono voluti 16 anni per tornare ai livelli precedenti alla crisi finanziaria del 2007, ci siamo riusciti solo nel 2023». Secondo Orsini, quindi, a prescindere dal colore politico dei Governi degli ultimi decenni, «la verità è che, collettivamente, non abbiamo fatto abbastanza». Una «crescita robusta nel lungo periodo richiede un rapporto bilanciato fra export, investimenti e consumi», ha spiegato Orsini.

Le proposte per rimettere al centro le imprese

I dati dimostrano che «le imprese italiane – quando raggiungono una dimensione media o grande – diventano più produttive e internazionali delle omologhe tedesche e francesi e metterle nelle condizioni di crescere significa rafforzare il Paese». La responsabilità nazionale che «invochiamo e proponiamo a tutte le parti politiche e sociali italiane deve muovere cinque leve per rimettere l’impresa al centro: energia, crescita dimensionale delle pmi, contratti di sviluppo e innovazione, semplificazioni e riforma della 231 e risorse adeguate agli obiettivi», ha detto Orsini. Per spingere le imprese, «non dobbiamo guardare indietro, ma avanti; cambiare metodo e mettere prima di tutto in sicurezza le imprese. Quelle che garantiscono lavoro, welfare e coesione sociale. Senza le nostre imprese, piccole, medie e grandi, verrebbe meno l’83% delle risorse private che sostengono il welfare italiano generate dal lavoro di milioni di persone che, insieme a noi, mandano avanti il Paese», ha aggiunto il numero uno di Confindustria, spiegando che «per noi industria e lavoro sono la stessa cosa».

È una buona notizia secondo Orsini che il governo «abbia confermato l'estensione delle semplificazioni della Zes come uno dei suoi obiettivi prioritari». Così in poco più di due anni sono state emesse «quasi 1.300 autorizzazioni uniche che hanno prodotto oltre 55 miliardi di impatto economico complessivo e oltre 60 mila posti di lavoro, diretti e indiretti. Con una spesa pubblica di poco superiore a 5 miliardi. Quel modello funziona e va replicato», ha aggiunto il numero uno di Confindustria. 

Gli industriali suggeriscono al governo e alle parti sociali di impegnarsi per «liberare 20 miliardi da destinare alla crescita sforbiciando la giungla di spese fiscali che erode 120 miliardi di base imponibile».E «identifichiamo i 20 miliardi da riallocare, senza aumentare il debito: un terzo alla crescita, un terzo alla sanità, un terzo alla scuola». 

La sfida dell’industria europea

La sfida industriale è anche e soprattutto europea. «Perché se in Italia e in Europa non saremo capaci di uno sforzo comune, perderemo la nostra industria, ovvero il 15% del pil e milioni di posti di lavoro». 

L’Europa «è sempre più necessaria ma deve cambiare strada e marcia», ha sottolineato Orsini. E «tocca a noi, ai suoi cittadini, tracciare il percorso. Nessun Paese europeo ha le risorse politiche ed economiche per affrontare da solo le sfide che abbiamo davanti: geopolitiche, tecnologiche, climatiche, demografiche», ha sottolineato Orsini, spiegando che di fronte agli investimenti di Cina e Usa «la dimensione europea è l’unica in grado di reggere l’urto». Infatti, ha continuato Orsini, «noi crediamo nell’Europa. Ma siamo molto preoccupati per le scelte dell’Unione in questi ultimi anni», sottolineando che c'è «un punto su tutti» da affrontare e cioè che «Bruxelles non ha chiaro cosa significhi competitività». Di fronte a questo, «è evidente a tutti che molti Stati continuano a credere di potercela fare da soli ma è un’illusione», in quanto «l’ordine di grandezza di quel che sta avvenendo nel mondo deve obbligare tutte le istituzioni europee e tutte le parti politiche a convergere verso strategie comuni».

In particolare, ha spiegato Orsini, «noi non vogliamo un’Europa ridotta solo a un mercato per altri Paesi. Noi vogliamo un’Europa che abbia al centro l’innovazione, la produzione e il lavoro, e pensiamo che si possa realizzare, lavorando su tre leve prioritarie: un vero mercato unico dell’energia; un vero mercato unico dei capitali e del risparmio; un debito comune, per finanziare una vera politica industriale Europea». 

In particolare, chiarisce Orsini, «non chiediamo nuove emissioni di debito europeo per finanziare la spesa corrente degli Stati. Per la competitività europea servono 1.200 miliardi di euro l'anno. Questi non possono arrivare né dai limitati margini dei bilanci nazionali né dal bilancio comune. Gli attuali 280 miliardi l'anno, da dividere tra 27 Paesi, sono cifre che da sole non risolvono il problema. Il debito comune che chiediamo occorre per finanziare investimenti strategici: infrastrutture energetiche, nucleare, mobilità, reti digitali, intelligenza artificiale, ricerca, estrazione di minerali critici, scienze della vita e difesa. E solo così potremo affrontare la posizione dominante raggiunta dalla Cina». 

La competizione con la Cina

La Cina resta, infatti, oggi l’unica vera superpotenza industriale. «Da sola genera il 35% della produzione manifatturiera mondiale, più di quanto producano insieme gli altri otto principali Paesi industrializzati», ha riportato Osrini. Ma la Cina «gioca con regole falsate ed esporta nel resto del mondo i propri squilibri, ovvero deflazione e carenza di domanda interna».

Da sottolineare però che «negli ultimi 25 anni la quota di pil mondiale prodotta dall’Unione Europea è scesa di circa 7 punti percentuali: in cifre assolute significa che, mantenendo invariata la quota sul pil globale, l’Europa ha perso oltre 7mila miliardi di euro di pil, in gran parte finiti all’industria cinese». 

Risposta giusta ai dazi Usa

Il presidente di Confidustria è poi passato a considerare le sfide dell’attualità. «Un anno fa affrontavamo i dazi americani. La risposta giusta è stata quella di tenere i nervi saldi, gestendo al meglio un accordo con Washington e contenendo i danni per l’export italiano. È la risposta che dobbiamo dare anche oggi, di fronte alle nuove minacce che colpiscono molte delle nostre filiere industriali». 

Il tema centrale dell’energia

D’altronde, nel 2026 «la situazione è peggiorata perché alla guerra in Ucraina si è aggiunto il conflitto in Medio Oriente, che ha bloccato lo stretto di Hormuz». E la guerra, ha ammonito il numero uno di viale dell'Astronomia, «è una sconfitta per l'umanità. Oltre agli orrori che sono sotto gli occhi di tutti, è la causa di profonde crisi economiche che generano nuova povertà, erodono alleanze consolidate, trasformano l'energia e le materie prime in strumenti di ricatto». 

Innanzitututto «l'appello che lanciamo a tutte le forze politiche è sbloccare le aree idonee per impianti fotovoltaici ed eolici di grande taglia. Proprio quelle aree che continuano a incontrare forti resistenze a livello regionale e locale, indipendentemente dal colore politico». Si contano 4mila permessi richiesti dalle aziende per impianti rinnovabili che risultano ad oggi bloccati. «Siamo a 85 gigawatt installati, ne servono ancora 50 da realizzare entro 4 anni. Un terzo di quanto installato non è stato ancora allacciato alla rete. Restano 131 gigawatt in attesa di autorizzazione. Il problema deve essere risolto subito», ha ribadito Orsini. 

Confidustria apprezza «molto che la premier Meloni abbia dichiarato di voler accelerare in Parlamento l'iter delle misure necessarie al ritorno al nucleare. Ci auguriamo che tutti i partiti, in modo responsabile, sostengano l'avvio più veloce possibile della sperimentazione sul nucleare, perché è una scelta fondamentale per dare al nostro Paese l'autonomia energetica». Come imprese «noi per primi, siamo disponibili a ospitare i piccoli reattori modulari nei nostri stabilimenti e nei nostri distretti».

A livello europeo ma sempre in materia di energia,  «chiediamo la sospensione dell'Ets perché sappiamo che i tempi europei per una revisione efficace sono troppo lunghi. Sospenderlo significa permettere una revisione migliore, ma anche evitare che, nel frattempo, altre fabbriche siano costrette a chiudere o a delocalizzare».

E poi, come prima accennato, serve un vero mercato unico dell'energia a livello europeo, il che «significa innanzitutto un'Europa che agisce come unico acquirente delle fonti energetiche, per abbassarne i prezzi. Vuol dire un'Europa che potenzia e finanzia l'aumento delle reti infrastrutturali di interconnessione, affinchè i Paesi con più produzione elettrica da rinnovabili, come la Spagna, possano condividerla». 

Il nodo dell’AI

A proposito di nuove sfide della modernità, Orsini si è soffermato sul’AI che «non è una tecnologia che possiamo semplicemente acquistare e integrare nei nostri sistemi, è un ecosistema che dobbiamo costruire». Questo perchè «chi la controlla non controllerà solo l’innovazione di domani, ma l’intera economia mondiale. Lasciare che questa dipendenza si consolidi vuol dire cedere sovranità. Corriamo lo stesso rischio anche sui nostri dati, una materia prima che dovremmo proteggere e governare, investendo su connessioni, infrastrutture digitali e cybersicurezza». Quanto agli investimenti «negli ultimi dieci anni le imprese italiane hanno raddoppiato gli investimenti in Ricerca & Sviluppo - ha aggiunto Orsini - grazie al credito d’imposta e agli Accordi per l’Innovazione. Ora serve un passaggio ulteriore per aumentare selettivamente le aliquote su tecnologie strategiche, nonché «per estendere il più possibile la sperimentazione e la rapida applicazione dell’Intelligenza Artificiale in tutte le filiere della manifattura. Dobbiamo accompagnare le imprese nell’addestramento dell’AI sui propri dati e, ancor meglio, su quelli dell’intera filiera».

Per vincere questa sfida occorre un grande piano di formazione per tutti i lavoratori. E, secondo Confindustria, «serve un progetto di formazione all’Intelligenza Artificiale da iniziare nel ciclo delle superiori di secondo grado, per tutti i giovani». 

Confindustria, a proposito di salto digitale, guarda con favore all'iperammortamento ma «chiede l'inclusione degli investimenti delle imprese in software e cloud, che sono oggi strumenti essenziali per accelerare la digitalizzazione e l’adozione dell’Intelligenza Artificiale».

Serve mobilitare i capitali privati

Orsini ha poi evidenziato che «serve una vera mobilitazione dei capitali privati. Infatti, degli oltre 6 mila miliardi di ricchezza finanziaria delle famiglie, più di 1.500 miliardi sono fermi in depositi bancari, magari a rendimento zero». Bisogna lavorare «su due interventi rapidi. Il primo è convincere i risparmiatori, anche con incentivi fiscali peraltro previsti dall'Europa, a investire anche solo l'1% di quei depositi verso le imprese italiane». Questo si tradurrebbe in «15 miliardi di nuovi investimenti» con il rilancio dei Pir e l'introduzione, al più presto, dei conti di risparmio e investimento rivolti alle persone fisiche, richiesti anche dall'Ue per la realizzazione di un mercato unico dei capitali». Dal canto suo, Confindustria è «pronta ad aprire un tavolo di confronto con tutti gli operatori per mobilitare capitali privati e investitori istituzionali. Il secondo intervento consiste, infatti, nel far leva sull'ingente patrimonio degli investitori istituzionali». Guardando ai soli enti previdenziali, fondi pensione integrativi e casse di previdenza, «si tratta di un patrimonio di oltre 400 miliardi di euro, solo in piccola parte investito in imprese e infrastrutture domestiche, nonostante i progressi degli ultimi anni», ha continuato.

Coinvolgere i fondi sul Piano Casa

Orsini ha anche toccato il tema del Piano Casa, varato di recente dal governo italiano. Anche per questa sfida «si tratta di coinvolgere il capitale paziente degli enti previdenziali, dei fondi e delle assicurazioni, con la stessa logica pubblico-privata che proponiamo per gli investimenti nella manifattura», ha detto Orsini, spiegando che «non possiamo dimenticare che, continuando lungo la strada dell’inverno demografico, entro il 2040 mancheranno in Italia 5 milioni di giovani, anche a causa dei costi sempre più insostenibili delle abitazioni per le giovani famiglie». Quindi, «consentire ai lavoratori e alle fasce più deboli della società di accedere ad abitazioni di qualità a un prezzo sostenibile non è solo una misura sociale, è un grande piano di politica economica, capace di rimettere in moto la crescita del Paese. Ma anche qui «bisogna agire con responsabilità, per il bene comune e non secondo interessi di parte: tocca ai Comuni individuare e mettere a disposizione le aree per la costruzione di nuove abitazioni», ha continuato Orsini, concludendo di aspettarsi «la stessa attenzione e rapidità da tutte le amministrazioni locali perché, in caso contrario, a pagarne il prezzo sarebbero coloro che attendono questa misura» . (riproduzione riservata)