Per la prima volta Euronext porta in Italia la sua conferenza annuale e sceglie Roma. Non Milano, sede della finanza italiana, ma la Capitale, perché il messaggio che il gruppo vuole lanciare va oltre la comunità finanziaria e riguarda direttamente la politica economica del Paese. «Vogliamo parlare non solo alla comunità finanziaria di Milano, ma al Paese nel suo insieme. Vogliamo parlare alle aziende, agli investitori e alle istituzioni», ha detto il ceo di Euronext, Stéphane Boujnah, aprendo martedì 22 settembre alla Camera dei Deputati la conferenza Euronext Italia 2026 dedicata all’obiettivo delle mille società quotate.
Una scelta che accompagna una tesi precisa: la Borsa non è soltanto il luogo in cui si scambiano azioni, ma uno degli strumenti attraverso cui un’economia può finanziarie la propria crescita. «La discussione sui mercati dei capitali è ormai una discussione sul futuro economico dell’Europa», ha sottolineato Boujnah. E le decisioni da prendere, ha aggiunto, «non sono soltanto tecniche. Sono scelte di politica economica».
Il punto di partenza, per il ceo di Euronext, è la disponibilità di risorse che l’Italia già possiede. «Ha uno straordinario patrimonio di risparmio. Ha imprenditori ambiziosi e di successo. Ha grandi competenze finanziarie. Ha una forte base industriale. E ha aziende capaci di competere sui mercati globali». A dimostrarlo, secondo Boujnah, c’è anche il surplus commerciale di circa 51 miliardi di euro registrato dall’Italia nel 2025.
La questione, quindi, non è se il Paese abbia risorse per crescere. «Le ha», ha scandito Boujnah. «La domanda è come mettere in connessione il risparmio con l’investimento. Come mettere in connessione gli imprenditori con chi può sostenere i progetti. Come connettere le aziende con gli investitori».
È qui che entra in gioco il mercato dei capitali. «Quando questo collegamento funziona, il sistema produttivo può investire di più. Può innovare. Può crescere e creare lavoro. Può competere su scala internazionale». Un ragionamento che porta direttamente al nuovo obiettivo indicato da Euronext per l’Italia: «Raggiungere mille società quotate».
Come anticipato da MF, lo studio realizzato da Sda Bocconi School of Management in collaborazione con Borsa Italiana misura proprio il potenziale economico di un mercato più ampio e profondo, arrivando a stimare effetti significativi su crescita, occupazione e gettito fiscale. Ma per Boujnah il numero delle quotate non può diventare un obiettivo fine a se stesso. «Il successo di un mercato si misura dalla sua capacità di aiutare le imprese a crescere», ha spiegato. E quindi «il nostro obiettivo non deve essere semplicemente avere più società quotate».
Una lettura condivisa anche dal mondo politico. Per Giulio Centemero, capogruppo della Lega in Commissione Finanze, arrivare a mille società quotate è «un obiettivo di politico industriale, perché dietro le imprese quotate ci sono imprese più grandi, maggior capitali con investimenti, maggiori capacità di internazionalizzazione».
l tema si intreccia con quello dell’Unione dei risparmi e degli investimenti, soprattutto in un Paese che dispone di circa 6.500 miliardi di euro di ricchezza finanziaria lorda delle famiglie. «La questione non può essere semplicemente trattenere il risparmio italiano perché il risparmio appartiene ai risparmiatori», ha osservato Centemero. «Non si tratta di portare in Borsa 600 piccolissime imprese e soltanto per raggiungere un numero». La ricerca indica infatti che 313 delle nuove società necessarie a raggiungere il target sarebbero grandi o molto grandi e rappresenterebbero circa l’88% della nuova capitalizzazione.
Sullo stesso punto ha insistito Claudia Parzani, presidente di Borsa Italiana, secondo cui bisogna «considerare la Borsa uno strumento di politica industriale». Da qui la necessità, ha detto aprendo i lavori, di «avere bisogno di almeno mille aziende che ragionino così, e di creare le condizioni perché questo accada». Per Parzani, la quotazione non va letta come una rinuncia all’identità dell’impresa, ma come uno strumento per rafforzarne le prospettive di sviluppo.
«Aprirsi al mercato non significa perdere identità ma creare condizioni per preservarla nel tempo». L’Italia, ha aggiunto, «ha un patrimonio imprenditoriale straordinario» e la sfida è fare in modo «che le imprese possano continuare a crescere». Anche perché, ha concluso, «abbiamo smesso da tempo di dire che piccolo è bello e abbiamo imparato a sognare in grande». (riproduzione riservata)
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