Gli investitori fai-da-te che devono pagare le tasse sulle plusvalenze e sulle cedole degli Etf si basano normalmente sulla regola d’oro del fisco italiano: tassazione al 26% per la parte azionaria e per l’obbligazionario societario, aliquota al 12,5% per tutta la componente di bond sovrani italiani, sovranazionali e dei Paesi in white list, che include tutte le nazioni Ocse e quindi anche i Treasury Usa.
Questa aliquota ridotta vale ovviamente anche quando i titoli di Stato sono inseriti all’interno del contenitore Etf, sulla quota di rendimento che nasce da quei bond. Va aggiunta poi l’imposta di bollo dello 0,2% sul controvalore del deposito, dovuta ogni anno a prescindere dal risultato dell’investimento.
Ma è proprio sicuro che un Etf sui bond governativi sia sempre e comunque tassato al 12,5%? In realtà no, spiega Lorenzo Demaria, country manager per l’Italia di JustEtf. «La regola che conta è un’altra», è l’avvertimento dell’esperto. «Un Etf è un contenitore e per sapere quanto si paga davvero bisogna guardare cosa c’è dentro e come il fondo replica il proprio indice».
La prima verifica da fare riguarda la tassazione mista. Questo particolare regime riguarda ad esempio i fondi-indice bilanciati, quelli cioè che presuppongono simultaneamente parti di azioni e bond a seconda del profilo di rischio (in genere i bilanciati possono essere prudenti, equilibrati o aggressivi all’aumentare della componente equity).
«Un Etf bilanciato non paga né il 26% né il 12,5%, ma una media pesata tra le due aliquote, in base alla quota investita in titoli di Stato», spiega Demaria. «Un prodotto con il 60% in azioni e il 40% in governativi white list, per esempio, sconta un’aliquota intorno al 20,6%. Il dato tuttavia non è stabile, infatti la composizione viene certificata ogni anno dall’emittente, pubblicata di norma a febbraio dell’anno successivo e applicata dal broker. Può pertanto cambiare da un anno all’altro».
Il secondo passaggio è più delicato ed è anche quello «che quasi nessuno considera», evidenzia il country manager. «Lo stesso indice, replicato in modi diversi, produce tassazioni differenti». In generale la replica degli Etf può essere di due tipi. La prima è quella fisica, in cui il comparto compra e detiene direttamente tutti i titoli presenti nell’indice sottostante. La seconda è sintetica: in questo caso l’Etf detiene un paniere di beni alternativo (collaterale) e stipula un contratto finanziario, chiamato swap (cioè un accordo di scambio), con una banca o un intermediario, che funge da controparte. Tramite lo swap, l’Etf scambia il rendimento del proprio paniere con quello dell’indice ufficiale
«In un Etf a replica fisica il fondo detiene davvero i titoli dell’indice, quindi un obbligazionario governativo viene tassato vicino al 12,5%», segnala Demaria. In un Etf a replica sintetica, invece, «conta il paniere di garanzia, il collaterale, che il fondo detiene realmente, non l’indice che promette di replicare». Se in quel paniere ci sono azioni, pertanto, «l’aliquota sale.
Il risultato è un paradosso: un Etf che sulla carta è obbligazionario, se sintetico, può ritrovarsi tassato attorno al 18% o 20% invece che al 12,5%, e chi lo ha comprato pensando all’aliquota agevolata sui titoli di Stato finisce tassato quasi come su un azionario, senza che il nome del prodotto lasci intuire alcunché», conclude l’esperto. (riproduzione riservata)