Etf, caccia al dividendo più ricco: stesso nome, portafogli completamente diversi
Etf, caccia al dividendo più ricco: stesso nome, portafogli completamente diversi
Dall’alto rendimento agli aristocrats: gli Etf che puntano sulle azioni generose si possono dividere in quattro strategie. E tra accumulo ed erogazione dei proventi cambia anche la fiscalità per il sottoscrittore

di di Paola Valentini 25/09/2026 20:00

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Anche sul fronte dei dividendi gli Etf hanno molte sfaccettature e dietro le etichette si nascondono strategie molto differenti rendendo complessa la scelta. Sul portale JustEtf sono decine i prodotti che inseriscono il termine «dividendo» nel nome, ma basta osservare la metodologia applicata per trovare portafogli agli antipodi: alcuni cercano società con il rendimento più elevato, altri quelle che aumentano la cedola da anni, altri ancora combinano dividendo e solidità finanziaria. Il risultato può essere un paniere concentrato su 40 titoli o uno più diluito su centinaia, con una forte presenza di banche, utility e titoli energetici o una composizione più diversificata. Il nome, insomma, non è per forza rivelatore del contenuto: è la metodologia dell’indice a svelarlo. «Gli Etf azionari a dividendo possono essere ricondotti a quattro grandi famiglie (tabella in pagina, ndr). Molti ne combinano più di uno, ma lo schema aiuta a capire», spiega Lorenzo Demaria, country manager Italia di JustEtf.

High dividend yield

È l’approccio più intuitivo: seleziona le società che offrono un rendimento da dividendo elevato rispetto a una soglia o alla media del mercato di riferimento. Il problema è che un dividend yield (rapporto tra dividendo e prezzo dell’azione) alto non significa necessariamente che la società sia diventata più generosa. «Un’azienda che distribuisce 4 euro su un’azione che ne costa 100, rende il 4%. Se il dividendo resta lo stesso e il prezzo scivola a 80, il rendimento sale al 5%: sulla carta il titolo è diventato più generoso, nei fatti il mercato può già scontare utili in calo e una cedola a rischio taglio», aggiunge Demaria. Per questo molti indici evoluti affiancano allo yield filtri su qualità dei bilanci, redditività o sostenibilità delle cedole.

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Dividend growth

L’approccio è opposto: il punto non è trovare chi paga di più oggi, ma società che abbiano dimostrato di riuscire ad aumentare la distribuzione nel tempo. L’idea è che una crescita regolare del dividendo possa essere il riflesso di utili e flussi di cassa solidi. Anche qui, però, la crescita della cedola non è necessariamente l’unico criterio. «Gli indici della famiglia Ftse dividend growth with quality, per esempio, la incrociano con redditività e solidità di bilancio. Ne esce un portafoglio che rende meno nell’immediato rispetto a un high yield puro, ma di aziende meno esposte al taglio della cedola», dice Demaria.

Dividend aristocrats

È il modello più rigido sulla continuità dei dividendi. Se un indice dividend growth non pretende che la cedola sia aumentata ogni singolo anno, gli aristocrats impongono invece una storia di continuità molto più stringente. «Per entrare nell’indice un’azienda deve aver mantenuto o aumentato la cedola per un numero minimo di anni consecutivi. La soglia però cambia parecchio da indice a indice», avverte Demaria. L’S&P Global Dividend Aristocrats, per esempio, richiede almeno dieci anni consecutivi di cedole stabili o in crescita. L’S&P 500 Dividend Aristocrats, rivolto alle grandi società Usa, esige invece almeno 25 anni consecutivi di aumenti. Una lunga storia di dividendi, comunque, non è una garanzia assoluta. «Chi ha alzato il dividendo per 20 anni può tagliarlo l’anno dopo, come hanno fatto diverse società europee nel 2020», ricorda Demaria. Durante la crisi pandemica in Europa le autorità hanno chiesto alle banche vigilate di sospendere dividendi e buyback e gli istituti si sono adeguati. Inoltre, un vincolo di continuità molto stretto tende a escludere società e settori con una storia più recente di distribuzione, come buona parte del tech.

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Quality income

Queste strategie provano a rispondere a una domanda diversa: l’azienda può permettersi di pagare quel dividendo? «Accanto al rendimento si guardano redditività, stabilità degli utili, indebitamento, cassa e payout ratio, ovvero la quota di utili distribuita agli azionisti. Un payout vicino o superiore al 100% racconta di una cedola pagata attingendo altrove, non con gli utili dell'anno», osserva Demaria. Il vantaggio di questo approccio è cercare di distinguere un rendimento elevato perché l'azienda è solida da uno elevato perché il mercato teme un deterioramento del business. Il limite è che «ogni provider declina con metriche proprie il termine qualità», sottolinea Demaria.

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Accumulazione o distribuzione?

C’è anche un secondo livello da considerare. Gli Etf possono distribuire o meno, a loro volta, i proventi incassati dalle società in portafoglio. In quelli ad accumulazione i dividendi vengono trattenuti e reinvestiti nel fondo; in quelli a distribuzione vengono corrisposti al sottoscrittore sotto forma di cedole. La scelta ha anche un risvolto fiscale. Negli Etf a distribuzione la cedola che arriva sul conto corrente del risparmiatore non coincide con quella promessa dall’indice. Perché questa in Italia viene tassata con aliquota del 26% oltre all’impossibilità di compensare le minusvalenze derivanti da vendite di Etf in perdita né con i dividendi né con le plusvalenze da vendita di altri Etf (per intaccarlo servono strumenti che producano redditi della stessa categoria fiscale delle minusvalenze degli Etf, come azioni, obbligazioni, certificati).

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«Se il flusso periodico serve davvero la distribuzione ha un senso. Se non serve, l’accumulazione lavora meglio perché rimanda l’imposta al momento della vendita e lascia investito anche l’importo che altrimenti verrebbe tassato a ogni stacco, beneficiando del meccanismo dell’interesse composto», conclude Demaria.

C’è da considerare che i dividendi incassati dall’Etf sono soggetti a ritenuta alla fonte nel Paese in cui ottiene i dividendi. Per un Etf domiciliato in Irlanda ad esempio, l’aliquota fiscale è del 15% su quelli Usa. Trattenuta che non si recupera perché il 26% si applica a quanto il fondo distribuisce, già al netto. (riproduzione riservata)