Con la stagione dei bilanci di fine anno in pieno svolgimento, in Europa come negli Stati Uniti, molti investitori attendono con trepidazione la comunicazione sull’ammontare dei dividendi delle quotate, che verranno poi sottoposti all’approvazione delle assemblee degli azionisti. Un tema quanto mai caro ai cacciatori di rendite passive (o, come dicono gli americani, gli income investors) che quest’anno, dopo un triennio di bonanza dalle cedole dei titoli di Stato, trovano sempre meno ghiotte opportunità tra Btp & co, in seguito ai tagli ai tassi della Banca Centrale Europea.
Che fare allora? Oltre alla classica selezione di titoli ad alto dividendo, un investitore income può andare a caccia di rendite passive nel vasto universo degli Etf. Il portale specializzato JustEtf censisce ben 92 comparti Ucits (cioè dotati di passaporto Ue) classificati sotto il cappello delle strategie azionarie ad alto dividendo.
Proprio uno di questi Etf peraltro è salito agli onori delle cronache negli ultimi giorni per aver superato - in appena un anno dal lancio - quota 6 miliardi di euro di masse in gestione: si tratta del comparto Morningstar Developed Markets Dividend Leaders di VanEck, un paniere passivo che replica un indice costruito dalla società di analisi finanziaria Morningstar e che include 100 titoli dei mercati sviluppati con i rendimenti da dividendo più elevati, ponderati in base al totale elle cedole distribuite.
L’indice dell’Etf in questione stabilisce anche una serie di altri paletti per la selezione dei titoli. Ad esempio, il dividendo attuale per azione dei titoli non deve essere inferiore a quello di cinque anni fa, le cedole devono essere state distribuite negli ultimi 12 mesi e il peso di ciascun titolo è limitato al 5%, mentre quello di ogni settore non può superare il 40%.
Criteri stringenti (ogni indice di riferimento ha i suoi specifici) che servono però a garantire il più possibile due elementi. Primo, che le società in portafoglio distribuiscano effettivamente cedole, e che queste ultime siano tendenzialmente crescenti nel tempo. Secondo, che venga garantita una certa diversificazione, proprio per evitare il rischio di concentrazione (anche settoriale) che si avrebbe se si investisse in un singolo titolo o in una manciata di essi.
Oltre alla metodologia dell’indice scelto, gli investitori interessati a un Etf sui dividendi dovrebbero considerare anche altri fattori. Uno su tutti: che il prodotto in questione sia a distribuzione, e quindi distribuisca periodicamente i dividendi staccati dalle partecipazioni direttamente nei conti correnti degli investitori. Altrimenti l’Etf sarebbe ad accumulazione, e reinvestirebbe le cedole nel nav del fondo: una strategia utile per chi volesse sfruttare l’interesse composto dei suoi investimenti, ma non per chi desiderasse le rendite passive proprie dei dividendi.
Il secondo punto riguarda proprio la frequenza di queste distribuzioni: c’è infatti una bella differenza tra gli Etf che staccano una cedola annuale, trimestrale, semestrale o perfino mensile. Posto che, così come per le singole azioni, ogni distribuzione sarà tassata al 26%: il che rende un investimento di questo tipo meno efficiente dal punto di vista fiscale rispetto a quello ad accumulazione.
E poi, ovviamente, il terzo fattore essenziale è quello delle performance. Che nel caso di un Etf sui dividendi è funzione di due elementi: il rendimento dei sottostanti e il dividend yield. In altre parole, il total return degli strumenti. La tabella in basso elenca una selezione di Etf Ucits a distribuzione con almeno 100 milioni di euro di masse in gestione (per ragioni di liquidità) ordinati per total return nell’ultimo anno. Per ognuno di essi sono indicati la valuta, il numero di partecipazioni (se a replica fisica), le commissioni annue espresse dall’indicatore ter, la frequenza di distribuzione e il rendimento da dividendo attuale.
Come si può notare, nell’ultimo anno e anche grazie all’assenza di rischio cambio con il dollaro, tutti i migliori Etf sui dividendi sono in euro e hanno come sottostanti azioni europee. Il miglior indice per total return è stato lo Stoxx Europe Select Dividend 30: un paniere che accorpa le 30 principali azioni per dividend yield all’interno dello Stoxx 600, ponderato per rendimento da dividendo netto con un limite del 15% per partecipazione. Attualmente le prime aziende nell’indice sono la banca olandese Abn Amro (dividend yield del 4,1%), la compagnia petrolifera norvegese Aker (9,8%), la società di risparmio gestito inglese L&G (8,2%).
In generale, i 15 Etf considerati in graduatoria hanno registrato nell’ultimo anno un total return medio del 30%, che sfiora il 60% su una prospettiva triennale. Il rendimento da dividendo medio attuale degli strumenti è pari al 4,3%.
Ma nell’universo degli Etf ad alto dividendo ci sono anche strumenti pensati appositamente per offrire le distribuzioni più elevate possibili. È il caso del Global X SuperDividend, che dallo scorso settembre esiste anche nella versione europea. Si tratta di un prodotto passivo il cui indice di riferimento, il Solactive Global SuperDividend, ha uno scopo chiaro e molto semplice: «Replicare i titoli con il più alto rendimento da dividendi in tutto il mondo», come recita la descrizione su JustEtf. Infatti il rendimento da dividendo di questo Etf attualmente sfiora il 9%. Peraltro con una frequenza di distribuzione mensile. Mentre per la versione europea ancora non esiste uno storico sufficiente per calcolare il dividend yield attuale.
La tabella in basso confronta proprio questo Etf con quello di VanEck che ha da poco superato il tetto dei 6 miliardi di masse. Le differenze sono notevoli: a cominciare dalle performance. Su un orizzonte di un anno, lo scarto è di 6 punti circa in favore del VanEck Morningstar Dividend Leaders. Ma se si depura il dato dalle distribuzioni cedolari, la performance in valore assoluto vede VanEck trionfare di oltre 12 punti: 19,5% contro 7,1%.
Questi numeri sono ancora più evidenti se si allarga l’orizzonte a tre anni. In questo lasso di tempo in comparto di VanEck ha messo a segno un total return che sfiora il 69%, quello di Global X si è fermato a 21%. Ma se si depura il dato dalle distribuzioni, la performance di quest’ultimo va in negativo dell’8%, mentre l’altro Etf è in positivo del 44%.
La metodologia degli indici replicati diventa in questo senso cruciale: l’Etf di Global X ha come benchmark infatti un indice che, recita il Kiid del prodotto, «tiene conto della performance di 100 società equamente ponderate che si collocano tra i titoli azionari con il più alto rendimento da dividendo al mondo». Il dividend yield è pertanto la sola metrica presa in considerazione: e questo fattore non tiene necessariamente conto della sostenbilità dei sottostanti.
Attualmente, chi volesse esporsi a un prodotto come il SuperDividend avrebbe un portafoglio composto da 98 titoli, con il 23% della capitalizzazione rappresentato dagli Stati Uniti, seguiti da Brasile (11%) e Regno Unito (9%). Altra caratteristica importante è la bassa concentrazione del portafoglio, che risulta a tutti gli effetti equiponderato: è curioso peraltro che, con i pesi attuali, il primo titolo sia quello dell’italiana D’Amico, all’1,9%. Seguono due quotate brasiliane: Direcional Engenharia (1,8%), che si occupa di costruzioni civili, e Banco Bradesco (1,7%), la seconda banca privata più grande del Paese sudamericano.
Ben diverso il portafoglio dell’altro Etf, quello di VanEck: in questo caso, a fronte di una concentrazione più elevata - i primi dieci titoli pesano circa un terzo del totale -, appaiono nomi più noti alle cronache finanziarie italiane: dalle due big pharma Roche e Pfizer alle compagnie petrolifere TotalEnergies e Rio Tinto, passando per titoli finanziari notoriamente generosi con gli azionisti come la banca britannica Hsbc, la compagnia assicurativa Allianz e l’istituto di credito tricolore Intesa Sanpaolo.
Anche nel caso di questo secondo Etf, il peso geografico vede gli Stati Uniti al primo posto con il 23% della capitalizzazione, seguiti da Svizzera al 10,7% e Francia al 9,6%. Mentre a livello settoriale la finanza domina con circa un terzo del peso totale, seguita da energia e salute, rispettivamente al 16,7% e 12,8%.
Pesi e misure che differiscono di molto rispetto ai grandi indici di mercato generalisti: basti pensare che in un Msci World, il principale indice azionario sui mercati sviluppati, gli Stati Uniti pesano per oltre il 68% e la tecnologia da sola sfiora il 30%. Un investimento in Etf ad alto dividendo non può dunque prescindere, secondo i consulenti, da un nocciolo duro di azioni globali che lo accompagni: magari ad accumulazione, così da sfruttare l’interesse composto.
Il tutto è finalizzato a garantire al portafoglio totale la migliore diversificazione possibile anche se, secondo gli esperti di mercato, in una situazione di dollaro debole e valutazioni particolarmente elevate delle borse Usa come lo è quella attuale, gli strumenti ad alto dividendo potrebbero essere funzionali anche per un’altra ragione: ridimensionare il peso di Wall Street (e del biglietto verde) in portafoglio ed esporsi un po’ di più a geografie e settori potenzialmente sottovalutati, come l’Europa.
Infine, evidenziano i consulenti, non va dimenticato che investire in Etf ad alto dividendo (e, più in generale, con un approccio income) necessita di almeno due condizioni di partenza: una buona disponibilità di capitale iniziale per poter ricevere distribuzioni funzionali agli obiettivi di spesa e la necessità di ricevere cedole periodiche per scopi concreti (ad esempio, pagare le tasse).
Per chi ha poco denaro, orizzonti di tempo lunghi o lunghissimi e scarsa necessità di utilizzare le distribuzioni per spese ricorrenti, ha più senso orientarsi invece verso gli investimenti ad accumulazione. Anche in ottica di efficienza fiscale del portafoglio. (riproduzione riservata)