Il grande trasferimento di ricchezza mondiale, stimato in oltre 84 mila miliardi di dollari che cambieranno generazione nei prossimi 20 anni, pone una sfida sempre più rilevante per il risparmio gestito: accompagnare gli eredi in scelte finanziarie che spesso devono essere prese prima di aver acquisito la necessaria sicurezza. È quanto emerge da una ricerca di Capital Group, condotta in 16 Paesi in tutto il modo tra cui l’Italia, secondo cui il 91% degli intervistati ha affrontato la prima decisione finanziaria di rilievo entro tre mesi dalla ricezione di un'eredità e il 43% nel giro dei primi giorni o delle prime settimane.
Ma, soltanto il 18% è stato soddisfatto dei passi fatti.
Leggi anche: Imprese famigliari, ecco come la successione può spingere le ipo
Il divario tra urgenza e preparazione si riflette anche nelle azioni compiute. Solo il 19% degli eredi si dichiara pienamente appagato di come ha gestito il patrimonio ricevuto, mentre il 60% ritiene che avrebbe dovuto destinare una quota maggiore a investimenti finanziari o al risparmio previdenziale. A complicare il quadro contribuisce la difficoltà di orientarsi tra le alternative: per il 49% la molteplicità di opzioni e la presenza di indicazioni contrastanti sono tra i principali ostacoli nella gestione del patrimonio ricevuto.
Leggi anche: Trasferimento di ricchezza, dalla ereditocrazia alla meritocrazia? Il caso italiano
In Italia la pressione a decidere in tempi brevi risulta ancora più marcata rispetto alla media. Il 59% degli eredi italiani ha preso la prima decisione finanziaria importante nei giorni o nelle settimane successive all’ottenimento del patrimonio, contro il 43% globale. In particolare il 36% ha agito immediatamente, rispetto al 14% internazionale. A fronte di una tale accelerazione, la sicurezza resta limitata: soltanto il 14% degli italiani dichiara di essere stato a proprio agio nel fare queste mosse, ben l’86% dunque non si sente pronto. I dati segnalano un'esigenza concreta per consulenti finanziari e gestori: aiutare i beneficiari delle successioni non soltanto a gestire gli aspetti immediati del trasferimento, ma anche a costruire una strategia coerente con gli obiettivi, la propensione al rischio e l'orizzonte temporale.
Leggi anche: Ubs, ecco perché le ereditiere delle grandi famiglie gestiscono meglio il patrimonio rispetto agli uomini
«La ricezione di un'eredità comporta spesso decisioni finanziarie, legali e amministrative immediate, prima ancora che molti eredi abbiano avuto il tempo di definire gli obiettivi che intendono perseguire con il patrimonio ricevuto», osserva Guy Henriques, presidente dell’area Client Group per Asia e Europa di Capital Group.
Leggi anche: Imprese familiari, in Italia solo 4 su 10 hanno un piano per il passaggio generazionale
La pressione, sottolinea, può tradursi in opportunità mancate, soprattutto quando gli eredi riconoscono a posteriori di aver investito meno di quanto avrebbero voluto. «Una consulenza finanziaria di fiducia può fare davvero la differenza, aiutando gli eredi a gestire la complessità, a prendere decisioni con più sicurezza e a definire un piano d’investimento di lungo periodo», prosegue Henriques.
La ricerca conferma il ruolo della relazione professionale nella gestione delle eredità. A livello globale il 78% degli intervistati indica un rapporto già consolidato con un consulente finanziario come il fattore più prezioso al momento della successione. Il 70% afferma inoltre che la consulenza ricevuta nelle fasi iniziali ha influenzato il modo in cui ha investito il patrimonio. Per l'88% il rapporto con il professionista ha offerto un sostegno emotivo, oltre alla guida finanziaria.
Resta tuttavia un divario tra indicazioni ricevute e comportamenti: meno della metà, il 48%, dichiara di aver seguito i consigli del consulente. Tra le donne la quota scende al 42%. In Italia il quadro è più favorevole. L'87% dichiara di essersi rivolto a un consulente finanziario professionista e il 60% afferma di aver dato piena attuazione ai consigli ricevuti.
Il dato sale al 57% tra le donne.
Accanto alla consulenza tradizionale, gli italiani mostrano però una maggiore propensione a usare fonti informative complementari. Le piattaforme digitali sono state consultate dall'80%, contro il 67% globale; amici e famigliari dall'83%, rispetto al 72%; social media e influencer finanziari dal 50%, contro il 30%. Anche le reti professionali e i colleghi hanno un peso maggiore: il 50% in Italia rispetto al 32% della media mondiale. (riproduzione riservata)