Eni, il buyback da 3,4 miliardi spalanca la porta a un nuova privatizzazione. Ecco i tre scenari
Eni, il buyback da 3,4 miliardi spalanca la porta a un nuova privatizzazione. Ecco i tre scenari
Il programma di acquisto e annullamento delle azioni proprie apre un margine di manovra molto ampio per Tesoro e Cdp. Nelle casse pubbliche potrebbero entrare oltre 3 miliardi di euro ai corsi attuali del titolo, molto più di qualsiasi tassa sugli extra-profitti. E senza che la quota dello Stato scenda sotto il 30%

di Angela Zoppo 05/09/2026 12:00

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C’è una data da segnare in rosso nel calendario del Tesoro, perché può sbloccare valore fino a oltre 3 miliardi di euro: è aprile 2027, periodo entro il quale Eni avrà completato il nuovo buyback da 3,4 miliardi di euro, spalancando la porta a una potenziale ulteriore vendita di azioni a investitori istituzionali da parte dei soci pubblici. Oggi il ministero dell’Economia e delle Finanze (2,16%) e Cassa Depositi e Prestiti (30,9%) detengono congiuntamente poco più del 33% del capitale del colosso energetico, ma dopo che Eni avrà annullato le azioni proprie acquistate - riducendo il numero di quelle in circolazione – i due azionisti pubblici potrebbero veder crescere il loro peso, rispettivamente al 2,27 e al 32,5%. A quel punto, cedere un’ulteriore quota del Cane a sei zampe potrebbe portare nelle casse dello Stato più di qualsiasi windfall tax sui tanto discussi extra-profitti e coprire in un colpo solo circa il 15% dell’intero obiettivo di incasso che il governo ha fissato al capitolo privatizzazioni, traguardo dal quale è ancora molto distante.

Due ragioni per una nuova privatizzazione

Per ora è una suggestione, che non ha ancora preso forma a via Venti Settembre, ma a darle solidità ci sono almeno due aspetti sui quali il mercato a iniziato a ragionare. Uno, la portata di questo buyback è tale da lasciare un ampio margine di manovra senza che la quota pubblica scenda sotto la soglia del 30%. Due, c’è il precedente del 2024, quando il Tesoro ha ceduto circa 92 milioni di azioni ordinarie di Eni, pari al 2,8% del capitale sociale, attraverso un accelerated book building riservato agli investitori istituzionali italiani ed esteri, ricavandone quasi 1,4 miliardi di euro. L’operazione era avvenuta a metà maggio: tre mesi prima, il 20 febbraio, il Cane a sei zampe aveva annunciato il completamento del programma di acquisto di azioni proprie da 2 miliardi di euro.

Cosa può succedere da aprile 2027: i tre scenari

I possibili scenari che si aprono dopo il buyback sono essenzialmente tre. Prendendo un intervallo fra 22 e 25 euro per azione e tenendo separata la quota destinata da Eni ai piani di incentivazione, il programma potrebbe portare all’annullamento di circa 137-149 milioni di azioni. In questo caso la partecipazione complessiva di Mef e Cdp, senza alcun acquisto da parte pubblica, salirebbe dall’attuale 33,09% a circa 34,6-34,8%.

É da qui si aprono almeno tre possibilità. La prima è la più prudente: agire semplicemente nei confini dello spazio creato dal buyback. Per riportare la partecipazione pubblica dal 34,6-34,8% post-annullamento delle azioni all’attuale 33,09% si potrebbero collocare sul mercato circa 43-49 milioni di azioni. Ai 23,3 euro attuali, si tratta già di circa 1-1,15 miliardi di euro. Questa operazione avrebbe una caratteristica importante: potrebbe anche farla il Mef da solo, anche se significherebbe scendere sotto l’1%. Il Tesoro possiede infatti 65,6 milioni di azioni e quindi avrebbe titoli sufficienti per monetizzare integralmente l’incremento percentuale prodotto dal nuovo buyback senza chiedere a Cdp di vendere nulla. In altre parole, il solo meccanismo di riacquisto e annullamento delle azioni Eni potrebbe ricreare per il Tesoro, nel giro di pochi mesi, oltre un miliardo di margine cedibile, lasciando la partecipazione pubblica complessiva esattamente dove si trova oggi. La seconda possibilità sarebbe vendere tutta la partecipazione diretta del Mef. Ai prezzi del 31 agosto, le 65,6 milioni di azioni in mano al Tesoro valgono circa 1,53 miliardi. Dopo il completamento del buyback, anche azzerando la quota diretta del Mef, Cdp da sola si ritroverebbe sopra il 32% del capitale.

Poi c’è la terza ipotesi, finanziariamente molto più interessante ma anche politicamente e societariamente più impegnativa: coinvolgere Cdp. Se l’obiettivo fosse riportare l’intera partecipazione pubblica intorno al 30%, come avvenuto dopo l’operazione del 2024, lo spazio teorico creato dal buyback diventerebbe molto più ampio.

Nelle diverse ipotesi sul prezzo medio di acquisto delle azioni, Mef e Cdp potrebbero complessivamente cedere circa 133-138 milioni di titoli mantenendo il 30% di Eni. Ai prezzi attuali di borsa significherebbe un incasso nell’ordine di 3,1-3,2 miliardi di euro. A quel punto il Mef metterebbe sul mercato tutte le proprie 65,6 milioni di azioni e Cdp dovrebbe aggiungerne altre circa 67-72 milioni. Insomma, lo Stato esattore tentato dalla tassa sugli extra-profitti ha davanti un’alternativa più che ghiotta nelle vesti di azionista-venditore.

Cosa succede se il prezzo delle azioni Eni sale

Ma c’è anche un’altra considerazione da fare per riavviare il motore della privatizzazione: il valore potenziale dell’operazione potrebbe essere ancora più alto. Diverse banche d’affari indicano prezzi obiettivo sensibilmente superiori all’attuale quotazione di Eni di 23,3 euro: Equita (qui l’analisi sul titolo dopo le novità in Venezuela), Ubs e Mediobanca sono a 28 euro, Barclays a 28,50 e Jefferies arriva a 30 euro. Al target medio di 28 euro, nello scenario più ampio l’incasso teorico salirebbe fino a sfiorare i 4 miliardi, nel caso in cui Eni acquistasse gran parte delle sue azioni ai corsi attuali e i soci pubblici le rivendessero a prezzi più alti. A partire da maggio 2026, Eni ha già acquistato circa 63 milioni di azioni proprie (il 2,08% del capitale) per un controvalore di 1,4 miliardi di euro a un prezzo medio unitario di 22,2 euro.(riproduzione riservata)