Le big oil chiuderanno i conti del secondo trimestre 2026 in rialzo, con forte un incremento del cash flow. È la stima di Barclays sui risultati di Eni, Bp, Galp, TotalEnergies, Repsol, Neste, Equinor, Cmv e Var Energi. Il primo aspetto che la banca d’affari mette in evidenza è un disallineamento tra i conti e l’andamento delle quotazioni. Negli ultimi tre mesi, le stime sugli utili 2026 delle grandi compagnie energetiche europee sono state incrementate del 33%, ma nello stesso periodo i titoli del settore hanno perso in media il 17% in borsa, sulla scia dell’accordo per la riapertura dello stretto di Hormuz e del calo del petrolio, una tendenza che il report pubblicato il 29 giugno sintetizza con «strong cash flow amid volatility».
Le cifre in arrivo, secondo gli analisti londinesi, indicano un trimestre da incorniciare.
Il Roce settoriale, il ritorno sul capitale investito, dovrebbe salire al 16%, due punti e mezzo sopra il trimestre precedente. Gli utili sono attesi in crescita del 21% rispetto al primo trimestre, e il flusso di cassa libero (free cash flow) del 20%, per un totale del comparto che supererebbe i 30 miliardi di dollari: il livello più alto dal primo trimestre 2023. I conti sono stati trainati dal petrolio mediamente molto più caro del trimestre precedente, con il Brent a circa 97,5 dollari al barile contro i 72 attuali, dal gas europeo salito del 15% e soprattutto da margini di raffinazione esplosivi: nel Nord-Ovest Europa Barclays li stima a 24,5 dollari al barile, il dato più alto mai registrato in una serie storica che parte dal 1990.
Perché allora i prezzi delle azioni scendono mentre gli utili salgono? La spiegazione di Barclays è che gli investitori guardano avanti, non indietro. Il rally del petrolio a marzo, quando il Brent toccò quasi 120 dollari al barile durante l'acutizzarsi della crisi in Medio Oriente, si è ormai esaurito: il greggio è tornato sui livelli pre-conflitto e il dubbio del mercato è se il trimestre da record sia un picco isolato o l'inizio di una traiettoria più solida. In altre parole, gli utili del secondo trimestre saranno quasi certamente eccellenti, ma l'anno nel suo complesso potrebbe deludere se le materie prime restassero vicine ai livelli attuali.
Sui singoli titoli, Barclays mantiene un giudizio di settore positivo ma con differenze marcate. Tra i preferiti compare TotalEnergies, considerata sottovalutata rispetto ai fondamentali e capace dei ritorni più alti del settore sia nel segmento upstream che in quello downstream. Piace anche Bp, perchè leader nell'uso del flusso di cassa per ridurre il debito, così come Eni, apprezzata per una crescita upstream più rapida dei concorrenti, come si è visto già sui conti del primo trimestre e un business del gas in netto miglioramento. Stesso giudizio positivo per Shell, premiata per gli alti rendimenti da free cash flow e per il potenziale di nuovi buyback, e per Repsol, Galp, Neste e Vår Energi (controllata norvegese di Eni), che intanto si tiene pronta per eventuali operazioni straordinarie.
Il caso più interessante riguarda però Equinor, il cui rating gli analisti abbassano ad underweight (sottopesare) nonostante sia, insieme a TotalEnergies, la società con una delle maggiori revisioni al rialzo delle stime sui risultati attesi di tutto il settore (superata solo da Neste). Barclays la considera penalizzata dall'eccessiva esposizione al gas spot europeo e da un quadro di investimenti per il 2026 giudicato in deterioramento. Omv, invece, è ritenuta costosa rispetto al suo posizionamento industriale, anche se la maggiore esposizione alla chimica la rende meno sensibile alla volatilità dei prezzi del petrolio.
La stagione delle trimestrali europee del comparto energetico parte a metà luglio e si concluderà a inizio agosto. Tra le prime a riportare ci sono Equinor il 22 luglio e TotalEnergies e Repsol il 23, seguite da Neste il 24, Galp il 27, Eni il 29, Shell il 30, Omv il 31 e infine bp il 4 agosto.
Per chi investe, l’aspetto cruciale da considerare è che le stime Barclays sono nella quasi totalità dei casi in linea con il consenso di mercato, con differenze comprese tra il meno 6% e il più 1% sui singoli nomi. Questo significa che le sorprese più probabili, in un senso o nell'altro, arriveranno non solo dai numeri del trimestre quanto dalle indicazioni che i rispettivi management daranno sulla seconda metà dell'anno. (riproduzione riservata)